<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031</id><updated>2011-04-21T13:09:00.470-07:00</updated><title type='text'>materiali resistenti</title><subtitle type='html'>tracce della resistenza umana...per un planetarismo antiglobalista                         
           



































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Le faccio a nome dei 3000&lt;br /&gt;morti di quel giorno di settembre e le faccio a nome del popolo americano.&lt;br /&gt;Non cerchiamo di vendicarci contro di te. Vogliamo solo sapere cosa&lt;br /&gt;successe, e cosa può essere fatto per portare gli assassini davanti alla&lt;br /&gt;giustizia, cosi da poter prevenire futuri attacchi contro i nostri&lt;br /&gt;cittadini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      1. E' vero che i bin Laden hanno fatto affari con te e con la tua&lt;br /&gt;famiglia per tutti i passati 25 anni?&lt;br /&gt;      La maggior parte degli americani potrebbe essere sorpresa di scoprire&lt;br /&gt;che tu e tuo padre conoscete i bin Laden da tanto tempo. Quant'è profondo,&lt;br /&gt;esattamente, il rapporto, Mr Bush? Siete amici stretti o semplicemente&lt;br /&gt;ancora soci d'affari? Salem bin Laden - il fratello di Osama - fu il primo a&lt;br /&gt;iniziare a venire in Texas nel 1973 e ha comprato terra, si è costruito una&lt;br /&gt;casa, ha creato la compagnia di aviazione bin Laden all'aeroporto di San&lt;br /&gt;Antonio.&lt;br /&gt;      I bin Laden sono una delle famiglie più ricche dell'Arabia Saudita. La&lt;br /&gt;loro immensa impresa di costruzioni ha praticamente costruito il paese,&lt;br /&gt;dalle strade alle centrali elettriche, dai grattacieli ai palazzi del&lt;br /&gt;governo.&lt;br /&gt;      Hanno costruito alcune delle piste di atterraggio che ha utilizzato&lt;br /&gt;tuo papà quando ha fatto la guera del Golfo. Più che miliardari, hanno&lt;br /&gt;cominciato presto a investire in altre imprese in tutto il mondo, inclusa l'&lt;br /&gt;America. Hanno intensi rapporti con Citigroup, General Electric, Merrill&lt;br /&gt;Lynch, Goldman Sachs, e il Fremont Group.&lt;br /&gt;      Per il New Yorker, la famiglia bin Laden possiede anche una parte&lt;br /&gt;della Microsoft e del gigante dell'aviazione civile e militare Boeing. Hanno&lt;br /&gt;donato 2 milioni di dollari all'alma mater, Harvard University, e decine di&lt;br /&gt;migliaia al Consiglio per la politica del Medio Oriente, un gruppo guidato&lt;br /&gt;da un ex ambasciatore USA in Arabia, Charles Freeman. Per di più oltre alle&lt;br /&gt;proprietà in Texas, hanno beni immobli in Florida e in Massachusetts. In&lt;br /&gt;breve, hanno bene le mani dentro ai nostri pantaloni.&lt;br /&gt;      Purtroppo, come tu sai bene Mr Bush, Salem bin Laden è morto in un&lt;br /&gt;incidente aereo in Texas nel 1988. I fratelli di Salem - che sono circa 50,&lt;br /&gt;Osama incluso - hanno continuato a guidare gli investimenti di famiglia e le&lt;br /&gt;aziende.&lt;br /&gt;      Dopo aver lasciato il suo incarico, tuo padre è diventato un&lt;br /&gt;consulente molto ben pagato di un'azienda conosciuta come Carlyle Group -&lt;br /&gt;una delle più importanti fornitrici della Difesa. Uno degli investitori&lt;br /&gt;della Carlyle - per una somma di almeno 2 milioni di dollari - non è altro&lt;br /&gt;che la famiglia bin Laden. Fino al 1994 tu, presidente, hai guidato un'&lt;br /&gt;azienda chiamata CaterAir, posseduta dal Carlyle Group.&lt;br /&gt;      Dopo l'11 settembre, il Washington Post e il Wall Street Journal hanno&lt;br /&gt;riportato storie che rivelavano questo collegamento. La tua prima risposta,&lt;br /&gt;Mr Bush, è stata di ignorarli. Poi il tuo esercito di eruditi è entrato in&lt;br /&gt;azione. Questi ultimi hanno detto: non possiamo dipingere questi bin Laden&lt;br /&gt;con lo stesso pennello che usiamo per Osama. Loro hanno rinnegato Osama! Non&lt;br /&gt;hanno niente a che vedere con lui! Questi son bin Laden buoni.&lt;br /&gt;      E così i video han cominciato a venir fuori. Mostravano un certo&lt;br /&gt;numero di questi bin Laden "buoni" - inclusa la madre di Osama, una sorella&lt;br /&gt;e due fratelli - che erano con Osama al matrimonio di suo figlio solo sei&lt;br /&gt;mesi e mezzo prima dell'11 settembre. Non era un segreto per la CIA che&lt;br /&gt;Osama bin Laden avesse accesso alla fortuna della sua famiglia (la sua parte&lt;br /&gt;è valutata in un minimo di 30 milioni di dollari), e che i bin Laden,&lt;br /&gt;insieme ad altri sauditi, hanno tenuto Osama e il suo gruppo, al Qaida,&lt;br /&gt;sempre ben finanziati.&lt;br /&gt;      Potete farvi un giro sui mezzi di informazione, loro sanno che tutto&lt;br /&gt;quello che ho scritto è vero. Ma paiono impauriti a chiederti, Mr Bush, una&lt;br /&gt;cosa semplice: CHE STA SUCCEDENDO QUI?&lt;br /&gt;      Nel caso non capiate quanto bizzarro sia il silenzio dei mezzi di&lt;br /&gt;informazione nei riguardi dei collegamenti Bush-binLaden, lasciatemi&lt;br /&gt;tracciare un'analogia con il come la stampa o il Congresso avrebbe trattato&lt;br /&gt;qualcosa di simile se una tal scarpa si fosse trovata al piede di Clinton.&lt;br /&gt;      Se, dopo gli attacchi terroristici avvenuti all'edificio federale di&lt;br /&gt;Oklahoma, si fosse scoperto che il presidente Bill Clinton e la sua famiglia&lt;br /&gt;avevano rapporti d'affari con la famiglia di Timothy McVeigh, come pensate&lt;br /&gt;che il partito Repubblicano e i mezzi di informazione avrebbero trattato la&lt;br /&gt;cosa?&lt;br /&gt;      Pensate che almeno un paio di domande, tipo "ma di cos'è che si&lt;br /&gt;tratta?", sarebbero state fatte? Siate onesti, sapete la risposta. Avrebbero&lt;br /&gt;fatto più di un paio di domande. Avrebbero spellato vivo Clinton e gettato&lt;br /&gt;la sua carcassa a Guantanamo Bay.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      2. Qual è lo "speciale rapporto" tra i Bush e la famiglia reala&lt;br /&gt;saudita?&lt;br /&gt;      Mr Bush, i bin Laden non sono i soli sauditi con i quali tu e la tua&lt;br /&gt;famiglia abbiate rapporti personali. L'intera famiglia reale pare essere&lt;br /&gt;indebitata con voi, o la cosa è al contrario?&lt;br /&gt;      Il principale fornitore di petrolio agli USA è l'Arabia Saudita, che&lt;br /&gt;possiede le maggiori riserve al mondo. Quando Saddam Hussein invase il&lt;br /&gt;Kuwait nel 1990, furono i Sauditi che si sentirono minacciati, e fu tuo&lt;br /&gt;padre, George Bush I, che corse in loro salvataggio. I sauditi non l'hanno&lt;br /&gt;mai dimenticato. Haifa, moglie del principe Bandar, l'ambasciatore saudita&lt;br /&gt;negli Stati Uniti, ha detto che tua madre e tuo padre, presidente, sono come&lt;br /&gt;"mia madre e mio padre. So che se avessi mai bisogno, di qualunque cosa,&lt;br /&gt;potrei andare da loro".&lt;br /&gt;      La maggior parte dell'economia americana è costruita sul denaro&lt;br /&gt;saudita. Hanno investito migliaia di miliardi di dollari nel nostro mercato&lt;br /&gt;azionario, e altre migliaia di miliardi di dollari sono nelle nostre banche.&lt;br /&gt;Se decidessero improvvisamente di togliere questi soldi, le nostre società,&lt;br /&gt;i nostri istituti finanziari, crollerebbero a picco causando una crisi&lt;br /&gt;economica mai vista prima. Aggiungendo che il milione e mezzo di barili di&lt;br /&gt;petrolio dei quali abbiamo quotidiana necessità, di provenienza saudita,&lt;br /&gt;potrebbe svanire per medesimo capriccio reale, e cominciamo a vedere come&lt;br /&gt;non solo voi ma tutti noi siamo dipendenti dalla Casa Saud. George, è una&lt;br /&gt;bella cosa per la nostra sicurezza nazionale? Per chi questo è ottimo? Per&lt;br /&gt;voi? Per il popolo?&lt;br /&gt;      Dopo l'incontro con il principe saudita nell'aprile 2002, tu ci hai&lt;br /&gt;felicemente detto che avevato stabilito "un solido legame personale" e che&lt;br /&gt;avevate passato "un sacco di tempo a tu per tu". Di cose ci volevi&lt;br /&gt;rassicurare? O volevi solo ostentare la tua amicizia con un gruppo di&lt;br /&gt;dittatori che rivaleggiano coi talebani in soppressione dei diritti umani?&lt;br /&gt;Perche un tale doppio standard?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      3. Chi ha attaccato gli Stati Uniti l'11 settembre - un tipo in&lt;br /&gt;dialisi da una cava dell'Afghanistan, o la tua amica Arabia?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      Scusami, Mr Bush, ma qualcosa qui non ha senso.&lt;br /&gt;      Ci hai ripetuto alla nausea che è stato Osama bin Laden il&lt;br /&gt;responsabile degli attacchi. Lo credevo. Ma poi ho cominciato a sentire&lt;br /&gt;strane storie sui reni di Osama. Improvvisamente non sapevo più a chi o a&lt;br /&gt;cosa credere. Come poteva un tipo seduto in una grotta in Afghanistan,&lt;br /&gt;agganciato a una dialisi, aver diretto e supervisionato tutte le azioni di&lt;br /&gt;19 terroristi, che sono stati per due anni negli Stati Uniti, pianificando&lt;br /&gt;poi così perfettamente il dirottamento di 4 aerei con tanto di garanzia che&lt;br /&gt;tre di essi sarebbero finiti perfettamente sul loro obiettivo? Come ha&lt;br /&gt;controllato, organizzato e supervisionato questo tipo di attacco? E come ha&lt;br /&gt;comunicato? Con due barattoli e uno spago?&lt;br /&gt;      I titoli strillavano il primo giorno, e ancora oggi due anni dopo: "i&lt;br /&gt;terroristi attaccano gli Stati Uniti". Terroristi. Mi sono fatto domande su&lt;br /&gt;questa parola per molto tempo, così, George, fammi fare una domanda: se 15&lt;br /&gt;dei 19 dirottatori fossero stati nord coreani, non sauditi, e avessero&lt;br /&gt;ammazzato 3.000 persone, credi che i titoli del giorno dopo sarebbero stati:&lt;br /&gt;"la Corea del Nord attacca gli Stati Uniti"? Ovviamente sì. O se fossero&lt;br /&gt;stati 15 iraniani o 15 libici o 15 cubani, penso che convenzionalmente si&lt;br /&gt;sarebbe scritto "l'Iran (o la Libia o Cuba) attacca gli Stati Uniti".&lt;br /&gt;Tuttavia, dopo l'11 settembre, avete per caso letto qualche titolo, sentito&lt;br /&gt;qualche giornalista, affermare: "l'Arabia Saudita ha attaccato gli Stati&lt;br /&gt;Uniti"?&lt;br /&gt;      Certo che no. Così la mia domanda deve - deve proprio - esser fatta:&lt;br /&gt;perché no? Perche quando il Congresso ha svolto la proprio inchiesta sull'11&lt;br /&gt;settembre tu, Mr Bush, hai censurato 28 pagine che trattavano il ruolo&lt;br /&gt;saudita nell'attacco?&lt;br /&gt;      Vorrei gettare qui un'ipotesi: e se l'11 settembre non fosse stato un&lt;br /&gt;attacco "terroristico" ma, piuttosto, un attacco militare contro gli Stati&lt;br /&gt;Uniti? George, apparentemente sei stato un pilota una volta - quant'è&lt;br /&gt;difficile colpire una costruzione di cinque piani a più di 500 miglia l'ora?&lt;br /&gt;Il Pentagono è alto solo 5 piani. A 500 miglia l'ora, se i piloti non&lt;br /&gt;fossero stati perfetti anche di un solo capello, l'aereo si sarebbe infilato&lt;br /&gt;nel fiume. Non si diventa così esperti nel guidare i jumbo jet prendendo&lt;br /&gt;lezioni da un video game in qualche scuola del cavolo dell'Arizona. Si&lt;br /&gt;impara nell'aviazione militare. Un certo tipo di aviazione militare.&lt;br /&gt;      L'aviazione militare saudita?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      4. Perché hai permesso a un jet privato saudita di volare negli USA&lt;br /&gt;nei giorni dopo l'11 settembre caricando i membri della famiglia bin Laden e&lt;br /&gt;portandoli fuori dallo Stato, senza che l'FBI potesse fare ricerche?&lt;br /&gt;      Dei jet privati, sotto la supervisione del governo saudita - e con la&lt;br /&gt;tua approvazione - hanno avuto il permesso di volare nei cieli americani,&lt;br /&gt;quando viaggiare in aereo era proibito, e hanno portato 24 membri della&lt;br /&gt;famiglia bin Laden prima "in un luogo segreto nel quale si teneva una&lt;br /&gt;riunione, in Texas". Poi sono volati a Washington DC, e a Boston. Per&lt;br /&gt;concludere, il 18 settembre, sono volati tutti a Parigi, dove gli ufficiali&lt;br /&gt;Usa non potevano raggiugerli. Non sono mai stati interrogati davvero. E'&lt;br /&gt;assurdo. Potrebbe essere possibile che almeno uno dei 24 bin Laden sapesse&lt;br /&gt;qualcosa?&lt;br /&gt;      Mentre a migliaia si sono trovati bloccati da qualche parte non&lt;br /&gt;potendo volare, se potete dimostrare di essere uno stretto parente del più&lt;br /&gt;grande assassino della storia degli USA, avete vinto un viaggio gratis!&lt;br /&gt;      Perché Mr Bush hai permesso che succedesse?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      5. Perché stai proteggendo i diritti del Secondo Emendamento di&lt;br /&gt;potenziali terroristi?&lt;br /&gt;      Mr Bush, nei giorni dopo l'11 settembre, l'FBI ha cominciato a&lt;br /&gt;controllare se tra 186 "sospetti" che i poliziotti avevano arrestato nei&lt;br /&gt;primi 5 giorni dopo l'attacco qualcuno avesse comprato armi nei mesi&lt;br /&gt;precedenti l'11 settembre (due di loro l'avevano fatto). Quando John&lt;br /&gt;Ashcroft l'ha saputo ha immediatamente fatto interrompere la ricerca.&lt;br /&gt;      Ha detto all'FBI che questi documenti segreti potevano essere usati a&lt;br /&gt;quel tempo per comprare armi ma non per un controllo da parte dell'FBI.&lt;br /&gt;      Mr Bush, non puoi essere serio! La tua amministrazione è veramente&lt;br /&gt;così immersa nelle armi e così profondamente in mano alla National Rifle&lt;br /&gt;Association? Amo davvero come sei riuscito a prendere possesso di centinaia&lt;br /&gt;di persone, acciuffandole dalle strade senza avviso e motivo, trascinandole&lt;br /&gt;in prigione, togliendo loro la possibilità di contattare legali e famiglie,&lt;br /&gt;e poi, per la maggior parte di loro, spedirle fuori dal paese con semplici&lt;br /&gt;accuse sull'immigrazione.&lt;br /&gt;      Gli hai annullato la protezione garantita dal Quarto Emendamento&lt;br /&gt;facendo ricerche senza diritto e detendendoli, i diritti garantiti dal Sesto&lt;br /&gt;Emendamento a un processo a porte aperte e a una giuria equa, e ai diritti&lt;br /&gt;del Primo Emendamento di parlare, riunirsi, dissentire e praticare la&lt;br /&gt;propria religione. Ritieni di avere il diritto di cacciare semplicemente via&lt;br /&gt;tutti i loro diritti, ma quando si tratta del diritto del Secondo&lt;br /&gt;Emendamento di possedere un AK-47- oh no! Questo diritto devono averlo - e&lt;br /&gt;difenderai il loro diritto di avere quest'arma.&lt;br /&gt;      Chi, Mr Bush, sta davvero aiutando i terroristi qui?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      6. Sapevi che, mentre eri governatore in Texas, i talebani sono venuti&lt;br /&gt;in Texas per incontrarsi con i tuoi amici delle compagnie del petrolio e del&lt;br /&gt;gas?&lt;br /&gt;      In accordo con la BBC, i Talebani sono venuti in Texas mentre tu eri&lt;br /&gt;governatore per incontrarsi con l'Unocal, un gigante dell'energia e della&lt;br /&gt;produzione di petrolio, per discutere della volontà dell'Unocal di costruire&lt;br /&gt;un oleodotto che passasse per il Turkmenistan e per l'Afghanistan&lt;br /&gt;controllato dai talebani e per il Pakistan.&lt;br /&gt;      Mr Bush, di che si trattava?&lt;br /&gt;      Apparentemente non ha mai attraversato la tua mente che vi fosse un&lt;br /&gt;problema, nonostante i talebani fossero il regime più repressivo e&lt;br /&gt;fondamentalista del pianeta. Che ruolo hai esattamente avuto nell'incontro&lt;br /&gt;dell'Unocal con i Talebani?&lt;br /&gt;      In base a diversi resoconti, i rappresentanti della tua&lt;br /&gt;amministrazione hanno incontrato i Talebani e hanno concordato su alcuni&lt;br /&gt;argomenti con loro durante l'estate del 2001. Quali erano questi argomenti,&lt;br /&gt;Mr Bush? Stavate discutendo la loro proprosta di consegnare bin Laden? Li&lt;br /&gt;stavate minacciando con l'uso della forza? O stavate loro parlando di un&lt;br /&gt;oleodotto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      7. Cos'era esattemente quell'espressione sulla tua faccia in quella&lt;br /&gt;classe della Florida, in quel mattino dell'11 settembre, quando il tuo capo&lt;br /&gt;del personale ti disse "l'America è sotto attacco"?&lt;br /&gt;      Il mattino dell'11 settembre, hai giocato a golf poi sei andato in una&lt;br /&gt;scuola elementare della Florida per leggere ai bimbi piccoli. Sei arrivato&lt;br /&gt;nella scuola dopo che il primo aereo aveva colpito la torre nord di New&lt;br /&gt;York. Sei entrato in classe intorno alle 9 e il secondo aereo ha colpito la&lt;br /&gt;torre sud alle 9.03. Solo pochi minuti dopo, mentre stavi seduto dinnanzi&lt;br /&gt;alla classe dei bimbi, il tuo capo del personale, Andrez Card, è entrato&lt;br /&gt;nella classe e ti ha sussurrato all'orecchio. Card ti stava, apparentemente,&lt;br /&gt;dicendo del secondo aereo e sul fatto che eravamo "sotto attacco".&lt;br /&gt;      E' stato in quel momento che la tua faccia ha preso un'espressione&lt;br /&gt;distante, non glaciale ma apparentemente paralizzata. Nessuna emozione è&lt;br /&gt;emersa. E poi. ti sei semplicemente seduto. TI sei seduto là per altri 7&lt;br /&gt;minuti circa non facendo nulla.&lt;br /&gt;      George, cosa stavi pensando? Cosa significava quell'espressione sulla&lt;br /&gt;tua faccia?&lt;br /&gt;      Stavi pensando che avresti dovuto prendere sul serio i rapporti che la&lt;br /&gt;CIA ti aveva dato il mese prima? Ti era stato detto che al Qaida stava&lt;br /&gt;pianificando attacchi contro gli Stati Uniti e che sarebbero probabilmente&lt;br /&gt;stati usati aerei.&lt;br /&gt;      O eri solo spaventato da fartela sotto?&lt;br /&gt;      O stavi solo pensando "Innanzitutto non volevo questo lavoro" Questo&lt;br /&gt;doveva essere il lavoro di Jeb: lui era il prescelto" Perché io? Perché io,&lt;br /&gt;papà?"&lt;br /&gt;      O forse, ma forse, stavi là seduto in quella classe pensando ai tuoi&lt;br /&gt;amici sauditi, sia ai reali che ai bin Laden. Persone che sapevi sin troppo&lt;br /&gt;bene che non avrebbero combinato nulla di buono. Quali domande sarebbero&lt;br /&gt;state fatte? Che sospetti si sarebbero fatti strada? Sarebbero riusciti i&lt;br /&gt;democratici a scavare nel passato della tua famiglia e dei rapporti con&lt;br /&gt;queste persone (no, non preoccuparti, nessuna possibilità che succeda!)?&lt;br /&gt;Uscirà mai la verità?&lt;br /&gt;      E mentre sono in questo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      Pericolo - multimilionari in fuga.&lt;br /&gt;      Ho sempre pensato che fosse interessante che la strage dell'11&lt;br /&gt;settembre fosse stata presumibilmente commesso da un multimilionario.&lt;br /&gt;Diciamo sempre che è stata commessa da un "terrorista" o da un&lt;br /&gt;"fondamentalista islamico" o da un "arabo", ma non abbiamo mai definito&lt;br /&gt;Osama con il suo giusto titolo: multimilionario. Perché non abbiamo mai&lt;br /&gt;letto un titolo con su scritto "3000 persone uccise da un multimilionario"?&lt;br /&gt;Sarebbe stato un titolo corretto, non è vero?&lt;br /&gt;      Osama bin Laden ha un patrimonio di almeno 30 milioni di dollari: è un&lt;br /&gt;multimilionario Così perché non è stato questo il modo nel quale abbiamo&lt;br /&gt;visto questa persona, come uno dannatamente ricco che ammazza la gente?&lt;br /&gt;Perché non è diventato questo il criterio per definire i potenziali&lt;br /&gt;terroristi? Invece di correre dietro a sospetti arabi, perché non abbiamo&lt;br /&gt;detto "oh mio Dio, un multimilionario ha ucciso 3000 persone! Becchiamo i&lt;br /&gt;multimilionari! Mettiamoli in galera tutti! Non importano le accuse! Nessun&lt;br /&gt;processo! Deportiamo i milionari!"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      Tenere al sicuro l'America&lt;br /&gt;      Il Patriot Act e la definizione di combattenti nemici sono solo un&lt;br /&gt;suggerimento di ciò che Bush ha in serbo per noi. Ad esempio, considerata un&lt;br /&gt;'idea originale dell'Ammiraglio John Poindexter, un artefice dell'&lt;br /&gt;Iran-contra, e della Defence Advanced Research Projects Agency (Darpa): "la&lt;br /&gt;politica delle analisi del mercato", che il governo ha messo nel suo sito&lt;br /&gt;web.&lt;br /&gt;      Apparentemente, Poindexter ha ragionato sul fatto che i mercati futuri&lt;br /&gt;avevano lavorato tanto bene per gli amiconi di Bush alla Enron che avrebbe&lt;br /&gt;potuto adattare le previsioni al terrorismo. Quindi le persone avrebbero&lt;br /&gt;potuto investire in ipotetici contratti futuri invocando la possibilità del&lt;br /&gt;verificarsi di determinati eventi, tipo: "l'assassinio di Yasser Arafat"o&lt;br /&gt;"il rovesciamento di re Abdullah II di Giordania". Altre azioni sul futuro&lt;br /&gt;sarebbero state disponibili sull'andamento dell'economia, sulla stabilità,&lt;br /&gt;sul coinvolgimento militare in Egitto, Iran, Iraq, Israele, Giordania,&lt;br /&gt;Arabia Saudita, Siria e Turchia. Tutti, ovviamente, paesi collegati al&lt;br /&gt;petrolio.&lt;br /&gt;      Questa proposta di mercato è durata circa un giorno dopo essere stata&lt;br /&gt;rivelata al Senato. I senatori Wyden e Dorgan hanno protestato per via della&lt;br /&gt;richiesta da parte del Pentagono di 8 milioni di dollari e Wyden ha detto,&lt;br /&gt;"Il mercato commercia possiblilità, queste fanno rivoltare lo stomaco perché&lt;br /&gt;pare un passo nuovo per usare le tasse dei contribuenti lucrando nella&lt;br /&gt;guerra al terrorismo". Come risultato della protesta, Poindexter è stato&lt;br /&gt;rimosso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      Dare a Saddam le chiavi di Detroit&lt;br /&gt;      A Las Vegas, un blindato è stato usato per distruggere lo yogurt&lt;br /&gt;francese, il pane francese, le bottiglie di vino francese, la Perrier, le&lt;br /&gt;foto di Chirac, una guida di Parigi e, il massimo, tutte le fotocopie della&lt;br /&gt;bandiera francese. La Francia era il paese perfetto da combattere. Se siete&lt;br /&gt;un'azienda che offre notizie via cavo, perché pagare notizie senza prezzo&lt;br /&gt;per investigare sul se l'Iraq avesse davvero armi di distruzione di massa&lt;br /&gt;quando puoi scrivere una storia su quanto son di merda i francesi?&lt;br /&gt;      Fox News ha guidato la carica per collegare Chirac a Saddam Hussein,&lt;br /&gt;mostrando vecchi montaggi dei due uomini insieme. Non importava che l'&lt;br /&gt;incontro si fosse svolto negli anni 70. L'emittente non si è preoccupata di&lt;br /&gt;mandare in onda il video di quando Saddam fu presentato con una chiave della&lt;br /&gt;città di Detroit, o il film dell'inizio delgi anni '80 nel quale Donald&lt;br /&gt;Rumsfeld faceva visita a Saddam a Baghdad per discutere i progressi della&lt;br /&gt;guerra tra Iraq e Iran. Il video di Rumsfeld che abbracciava Saddam non era&lt;br /&gt;apparentemente degno di essere mandato altrettanto in onda a ciclo continuo.&lt;br /&gt;Non era degno di essere mostrato nemmeno una volta. Ok, forse una volta. Da&lt;br /&gt;Oprah.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      Tradotto da Nuovi Mondi Media&lt;br /&gt;      Fonte:&lt;br /&gt;http://www.guardian.co.uk/michaelmoore/story/0,13947,1056922,00.html&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-106573817670905908?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/106573817670905908'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/106573817670905908'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_10_01_archive.html#106573817670905908' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90478914</id><published>2003-03-10T13:32:00.000-08:00</published><updated>2003-03-10T13:32:17.623-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Come si sente? Come si sente a vedere che l'orrore scoppia nel tuo cortile e&lt;br /&gt;non nella sala del vicino?&lt;br /&gt;Come si sente con la paura che stringe il petto,con il panico provocato&lt;br /&gt;dall'assordante rumore, le grida senza controllo, gli edifici che rovinano,&lt;br /&gt;questo odore terribile che si insinua fin nel fondo dei polmoni, gli occhi&lt;br /&gt;degli innocenti che camminano coperti di sangue e polvere?&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90478914?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90478914'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90478914'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90478914' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90405986</id><published>2003-03-09T08:59:00.000-08:00</published><updated>2003-03-09T08:59:47.200-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>The Reemergence of Balance-of-Power Politics &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Walden Bello &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;People speak and write today about feelings of utter powerlessness to prevent the coming war. So powerful is the US. And so determined to strike. Impotence in the face of the supremely powerful. With our imagination limited by memories of the superpower standoffs and &lt;br /&gt;[edit]&lt;br /&gt;[3/6/2003 7:30:21 PM | claudio tullii]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90405986?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90405986'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90405986'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90405986' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90355706</id><published>2003-03-08T06:49:00.000-08:00</published><updated>2003-03-08T06:49:44.623-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>The Reemergence of Balance-of-Power Politics &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Walden Bello &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;People speak and write today about feelings of utter powerlessness to prevent the coming war. So powerful is the US. And so determined to strike. Impotence in the face of the supremely powerful. With our imagination limited by memories of the superpower standoffs and &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90355706?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90355706'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90355706'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90355706' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90250806</id><published>2003-03-06T10:30:00.000-08:00</published><updated>2003-03-07T23:30:40.000-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>The Reemergence of Balance-of-Power Politics&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Walden Bello&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;People speak and write today about feelings of utter powerlessness to prevent the coming war. So powerful is the US. And so determined to strike. Impotence in the face of the supremely powerful. With our imagination limited by memories of the superpower standoffs and ambiguous victories and defeats of the Cold War period, it is tempting to see the current situation as unique.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Yet the world has been here before. In the summer of 1940, after the fall of France, when Nazi Germany’s determined drive to global dominance seemed unstoppable by any possible combination of forces. In the Europe of the early 1800’s, when a seemingly invincible Napoleon put to rout in battle after battle any military alliance its many foes could muster.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The last few years and the coming ones have been and will be bad for world peace. They are, however, rich in lessons about international power relations. And the lessons are not all grim.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hegemony and Insecurity&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;To be sure, the first lesson is discouraging: that unchallenged superpower status stimulates conflict, not peace. This did not seem so clear in the immediate aftermath of the Cold War. Then, there was widespread in the West an expectation that the US would use its sole superpower status to undergird a multilateral order that would institutionalize its hegemony but assure an Augustan peace globally. Even some people not enamored of the United States speculated that with superpower rivalry gone and all other potential rivals taking themselves out of the competition, Washington’s quest for military superiority and strategic advantage would slow down. Europe, Japan, and China seemed ready to settle down to a condition of controlled competition in the economic sphere while accepting long-term American dominance in the security area. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In fact, as the nineties rolled on, it became clear that what the end of the Cold War ushered in was a volatile period more dangerous than the Cold War, when the superpower standoff warded off big wars, contained smaller wars, and gave relations among states a certain predictability. The instability of the new era did not stem primarily from the emergence of “irrational” non-state actors that were prepared to engage in “asymmetric warfare” against conventionally powerful state actors, though many Beltway intellectuals made their names painting terrorists as the greatest threats to global peace and stability in the post-Cold War era. It came from the transformation of the balance of power in the global state system.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Balance of Power&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The balance of power among states is the subject of John Mearsheimer’s magnum opus The Tragedy of Great Power Politics. Regarded as the definitive work on the subject, the book argues persuasively that in all balance of power systems, great powers aim not so much to achieve a defensive balance against their rivals as to achieve a significant degree of military and political advantage over them. Mearsheimer is also correct that “bipolar” systems such as the US-Soviet faceoff that dictated the dynamics of the Cold War period are more stable and less likely to break down than “multipolar” systems like the pre-Word War II situation, which was marked by relative equality among a number of powerful states.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;What Mearsheimer fails to tell us, however, is that the situation most productive of conflict, tension, and instability is one where there is one overwhelmingly dominant power surrounded by a number of midget powers--meaning today’s world. He quotes with approval Kant’s comment that “It is the desire of every state, or of its ruler, to arrive at a condition of perpetual peace by conquering the whole world, if that were possible.” Yet he does not seem to appreciate the fact that Kant’s insight is perhaps of greatest relevance in the post-Cold War world, where American military and political preponderance is unmatched. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This intellectual failure is jarring, and it stems from a primordial belief that Washington, unlike other great powers, is not just motivated by naked realpolitik but by the desire for a benign global order as well. These ideological blinders prevent Mearsheimer and many other American intellectuals from appreciating the fact that the US has switched its role from that of being an “offshore balancer” against would-be hegemons like Hitler and the former Soviet Union to being itself an aggressive power bent on achieving world hegemony.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Unilateralist Conjuncture&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Many critics of US power, for their part, attribute George W. Bush’s unilateralism to the self-centered, provincial worldview of the American right. This explanation confuses cause and effect. Bush’s unilateralist ideology is a product of a unique structural conjuncture: the consolidation of the civilian-military “defense establishment” that won the Cold War as the dominant faction of the US elite and the disappearance of an effective countervailing force to US power in the global state system. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;To mask its shift from containment to hegemony, however, the defense establishment needed a rationale, and the last decade saw its invoking a succession of actors to fill the role vacated by the Soviet Union—North Korea, China, Al Qaeda, the “Axis of Evil.” Paying very little respect to the actual state and capacity of the targeted regimes, this process was embarrassingly opportunistic and failed to achieve credibility even among a critical mass of its prime target group, the American people. From this perspective, the September 11 attack was a godsend that consolidated domestic support for the open-ended and preemptive unilateralist interventionism that was articulated in George W. Bush’s historic speech on Sept. 17, 2002. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;As for the multilateralist paradigm, this was never a serious alternative entertained by any significant faction of the US elite except perhaps for marginalized old liberal circles and personalities like Jimmy Carter. Bill Clinton, who distrusted fellow Democrat Jimmy Carter, may have invoked multilateralist rhetoric but he did not hesitate to act unilaterally--as he did when he ordered the bombing of Serbia despite European objections during the Kosovo crisis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Containing Washington&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;That is the bad news. The good news is that even when backed up by overwhelming force, unchallenged hegemony is a transient state. As was the case in Napoleonic Europe, lesser powers may calculate that a posture of compliance or subservience may be necessary in the short-term, but they know that it is disastrous as a long-term strategy, for it is simply an invitation to more aggression. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This is what the UN Security Council standoff over Iraq is all about. It is less about Saddam’s compliance and more about containing a hegemon that feels it has a blank cheque to intervene, topple, and depose anywhere in the world with the dangerous rationale of preventing a threat, no matter how abstract, from “reaching the American people.” If France and Germany at this point seem willing to go the distance in stubbornly blocking the US from waging war on Iraq, it is to discourage future US moves that might pose a more direct threat to their national security. Cultural bonds or a sense of generosity for being liberated from Nazism 50 years ago are weak rationales when compared to the fear of encouraging aggressive ambitions that could translate into economic bullying in the short term and military blackmail in the long term.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;However the current Iraq crisis is resolved—and indeed France and Germany may yet capitulate under pressure—it has already accelerated the decline of the Atlantic Alliance of the Cold War era, a development captured in US Secretary of Defense Donald Rumsfeld’s disdainful comments about recalcitrant “Old Europe.” And it marks the rebirth of balance of power politics, with the lesser powers moved into active cooperation to contain US aggression. Joining France and Germany in what is emerging as this era’s version of the pre-World War I Triple Alliance are China and Russia, with the more weighty developing countries like Brazil and perhaps even South Korea eventually hopping on board. Though individual members may change, this coalition is likely to be long-term. And, unlike currently, where its real dynamics are clouded by the debate over the question of Saddam’s alleged possession of weapons of mass destruction, its basis will eventually be more clearly articulated as the defense of national and global security against the American threat.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Global Resistance&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This reemergence of a system of containment at the level of the state system must be seen in the context of the advance of other movements of global resistance. There are, of course, the Islamic fundamentalists, who have made tremendous gains among the Arab and Muslim masses owing to the US mailed-fist response to September 11 events and its alliance with Israel. The coming war on Iraq is likely to drastically weaken the so-called moderate regimes in the Arab and Muslim world and eventually give rise to governments uncompromising in their resistance to US interventionism. Not too long from now, we may see radical Islamic regimes in Pakistan, Saudi Arabia, and Indonesia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Then there is the burgeoning global movement against corporate-driven globalization, which has, in the last year and a half, fused with the anti-war movement to form a powerful anti-US front at the level of international civil society. Like the Islamic fundamentalist movement, elements of this diverse movement are likely to assume state power in a number of countries in the coming years. Indeed, they already have in a number of Latin American countries—in Brazil, Venezuela, and Ecuador.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Islamic fundamentalism and the anti-corporate globalization movement will not mainly function to add diplomatic and material weight to the containment of the US. What they will do is something equally important though, and that is to erode the legitimacy of the American enterprise and expose it for what it is: a naked bid for hegemony. This is critical since the staying power of hegemons is ultimately based on the perception of their legitimacy. The next few years and decades are likely to witness ever more brazen efforts to reorder the world to better serve US interests. But they will also consolidate an anti-US coalition of the less powerful while accelerating the spread of anti-US movements in global civil society. This is not the unchallenged hegemony that Washington aspires for, but the classic dynamics of overreach, of overextension. For if there is one unambiguous lesson in the history of nations, it is that empire is transient while resistance is permanent. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90250806?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90250806'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90250806'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90250806' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90233564</id><published>2003-03-06T04:12:00.000-08:00</published><updated>2003-03-07T09:19:19.000-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Le armate dei guerrieri just in time &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intervista di Stefano Sensi a Mike Davis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La volontà imperiale degli Stati uniti di difendere un modello di sviluppo e la crescita di un movimento globale di protesta contro l'annunciata guerra contro l'Iraq. Parla lo storico e urbanista statunitense Mike Davis &lt;br /&gt;Nel Golfo saranno impiegati nuovi sistemi di armamento e vedremo all'opera piccole e autonome unità di combattimento dotate di sofisticati gadget elettronici per elaborare in tempo reale il flusso continuo di informazioni e così modificare gli obiettivi militari&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La galassia americana di fronte alla vigilia di una guerra che rappresenta uno shift epocale sia per quanto riguarda le stategie e le tecnologie militari che verranno impiegate, ma anche per il passaggio senza indugi ad una politica «imperiale» da parte del presidente George W. Bush dopo il periodo soft rappresentanto da Bill Clinton. Allo stesso tempo gli Usa sono il paese in cui si manifesta un movimento di «resistenza» che vive una fase di prodigioso successo. Cosa si agita in queste due «Americhe» apparentemente sempre più distanti a causa della «guerra al terrorismo»? Ne abbiamo parlato a Los Angeles con Mike Davis, lo storico e urbanista noto per alcuni saggi dedicati allo sviluppo metropolitano - La città di quarzo (manifestolibri) e Geografia della paura (Feltrinelli), dedicati entrambi a Los Angeles, e il non ancora tradotto Dead Cities -, nonché di studi sulle politiche repressive dell'immigrazione da parte dell'establishment - I latinos alla conquista dell'America (Feltrinelli) - o di grandi affreschi sulla nascita delle politiche imperialistiche - Olocausti vittoriani (Feltrinelli). Ed è quindi ovvio che il punto di partenza dell'intervista non possono che essere le manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa pensi di questo movimento pacifista?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono affascinato dalla potenza espressa da questo movimento. Non mi riferisco solo alle dimensioni raggiunte ma anche, e soprattutto, all'eterogeneità e diversità che esprime. Impressionante é la sua diffusione capillare. Sono appena tornato dall'Arizona dove ho assistito ad incredibili manifestazioni in piccoli centri sperduti. A Flagstaff, per esempio, ci sono stati, sabato 15 Febbraio, migliaia di dimostranti in piazza, una cifra che considerato il numero totale di abitanti di questa piccola città ne fa probabilmente uno dei posti a più alto tasso di «resistenti» di tutto il pianeta. Persino qui a Los Angeles, nei sobborghi opulenti di Orange County, capitale mondiale del conservatorismo repubblicano e uno posti più conformisti di tutti gli Stati uniti, assistiamo a forme di dissenso diffuso che sorgono nei posti più inaspettati. Mi riferisco, ad esempio, alle peace walks all'interno dei centri commerciali che mettono magicamente insieme centinaia di attivisti ed incuriositi consumatori. Un fatto ampiamente ignorato dai media é la risonanza delle tematiche pacifiste all'interno del mondo sindacale. La maggior parte dei quadri, e questo vale anche per i sindacati che contano milioni di iscritti, si è infatti schierata decisamente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é poi la dimensione globale, transnazionale, di questo movimento. Stiamo assistendo all'affermarsi del più grosso movimento globale di protesta mai esistito nella storia dell'umanità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il «New York Time» ha scritto che dal 15 febbraio ci sono due superpotenze nel mondo: gli Usa e l'opinione pubblica mondiale. Sei d'accordo con questa analisi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto io stesso, come ho detto, sia estasiato dalla dimensione di questo movimento, penso che l'analisi del New York Times ne sopravvaluti il reale peso. Fino a che non riusciremo ad inceppare la macchina di guerra, la seconda superpotenza di cui parla il Times ha i piedi d'argilla. Certo, manifestazioni come quelle del 15 hanno un incredibile effetto nel catalizzare la scesa in campo di un sempre maggior numero di forze, ma se non si passa, come mi sembra stia succedendo in Europa, ad una fase di intensa attività di disobbedienza civile di massa, siamo destinati ad incidere solo in maniera marginale. Ma è in Europa che si sta giocando una delle partite più importanti. Se il movimento della pace riuscisse a far entrare in crisi uno dei tre governi - quello inglese, l'italiano o lo spagnolo - che sostengono Bush allora sì che si scatenerebbe un effetto domino con implicazioni importantissime. In Inghilterra mi sembra che i presupposti ci siano, visto l'opposizione sempre più articolata e imponente che sta crescendo contro Blair, persino all'interno del Labour party . Il movimento italiano sta mostrando un'incredibile creatività e determinazione con la campagna di boicottaggio dei «treni della morte» e chissà ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' una situazione fluida e dagli esiti imprevedibili. Forse non saremo in grado di evitare l'inizio della guerra, ma ne possiamo però condizionare la durata. Bush e Rumsfeld sperano ad esempio che quella contro l'Iraq sarà una guerra lampo. Nella loro lucida follia, si illudono che in pochi giorni sconfiggeranno l'esercito iracheno e che le truppe americane saranno accolte a braccia aperte dai festosi iracheni liberati. Sperano cioè in un «miracolo» che possa mettere a tacere il dissenso rispetto alle loro politiche espansioniste. Quello che è ragionevole supporre è invece che chi ha manifestato contro la guerra in questo periodo ritorni a casa così facilmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando delle nuove tecnologie che verranno impiegate nella guerra, hai recentemente parlato di una vera rivoluzione in corso ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono io a dirlo. Sono gli strateghi del Pentagono che affermano che la prima guerra del Golfo, nonostante l'incredibile campagna mediatica sui bombardamenti «chirurgici», non è stata la prima guerra «moderna», quanto l'ultima guerra combattuta secondo uno schema tradizionale. Curiosando fra quello che le think-tanks militari hanno elaborato negli ultimi tempi ci si accorge che tutti gli anni `90 sono stati attraversati da una fondamentale ridefinizione di tattiche e strategie che ha portato a quella che Rumsfeld ha, appunto, definito «la rivoluzione». La guerra in Iraq dovrebbe rappresentare il banco di prova di questo cambio di paradigma. La novità non viene solamente dall'ulteriore salto tecnologico delle armi che saranno impiegate - bombe che, grazie alla tecnologia laser, sono in grado di colpire con precisione millimetrica, l'utilizzo di micronde e campi elettromagnetici per mettere ko comunicazioni o, infine, l'uso di aerei telecomandati. No, il cambiamento viene da un mutamento di paradigma che sposta l'organizzazione militare verso un modello a rete, un modo di fare la guerra che viene definito network centric warfare. Si applicano cioè alla macchina bellica i paradigmi che sono alla base dell'economia postfordista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infatti, il modello di riferimento, proposto dalle teste d'uovo del Pentagono è proprio quello leggero e «minimalista» che governa un colosso della distribuzione americana come la catena Wal-Mart. Si importano cioè quelle strategie, il just in time ad esempio, che regolano l'odierna produzione nella new economy. Ci si avvale infatti di quei principi di sincronizzazione, in real-time, dei processi produttivi e distributivi che fanno si che l'operatore di cassa, con la semplice lettura ottica del codice a barra di una merce qualsiasi, intervenga in maniera istantanea su produzione e stoccaggio dell'articolo venduto. Tradotto in termini militari, i rivoluzionari del Pentagono pensano di creare unità di combattimento leggere, ri-assemblate in tempo reale, che somministrino potenza letale commisurata a quelle che sono le immediate contingenze del campo di battaglia. Tale modello é reso oggi possibile grazie all'immensa potenza in termini di capacità di flusso di informazione delle reti moderne, coniugata con un esteso uso di tecnologie di videosorveglianza e monitoraggio tramite l'uso di una nuova generazione di gadgets elettronici come sensori miniaturizzati e minuscole videocamere robotizzate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il modello postfordista fornisce anche lo schema organizzativo dei processi decisionali. Nel nuovo paradigma leggero, le unità di combattimento sarebbero organizzate secondo un modello a reti orizzontali in uno stato di fluida ricombinazione permanente. Unità autonome che hanno potere decisionale immediato senza coinvolgimento della tradizionale catena di comando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla anche di nuovi approcci tattici..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' previsto un utilizzo della forza non più secondo un modello lineare, fatto di incrementi progressivi. Si farà infatti uso di una strategia shock and awe, che procede attraverso l'erogazione di inaudita potenza distruttrice a sbalzi. Un modello in cui da una parte si isola il nemico polverizzando le infrastrutture della comunicazione e dall'altra si incrementa il caos del teatro di guerra procedendo ad una sistematica terrorizzazione della popolazione civile. E' ovvio che, al di là di qualsiasi considerazione etica, queste strategie pongono problemi di ordine logistico. Unità leggere ed autonome, così criticamente dipendenti dalla stabilità del flusso informazionale locale/globale, sono anche ovviamente assai vulnerabili. Cosa, infatti, potrebbe succedere se nel bel mezzo della battaglia tali networks venissero hackerati da terroristi, o molto più semplicemente da qualche brufoloso quindicenne del Midwest? In realtà il Pentagono affianca a questo schema «leggero» un segreto backup (piano di emergenza) «pesante»: il nucleare. Di fatto, è questo, il poco pubblicizzato obbiettivo reale che muove la crociata dei rivoluzionari. Rompere il tabù nucleare, far passare cioè nell'opinione pubblica, la legittimità di un uso sempre più routinario delle armi nucleari. Siamo di fronte ad un drammatico shift di paradigma, una escalation in cui l'uso del nucleare non è più la estrema ratio a cui ricorrere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é infine un ulteriore terrificante scenario. Un analisi di quanto pubblicato negli ultimi anni sulla letteratura scientifica del settore, rivela come la ragione intrinseca per cui il governo americano ha attivamente sabotato la creazione di un trattato internazionale per la limitazione dello sviluppo di armi biologiche é perchè gli Usa stanno appunto lavorando alacremente alla messa a punto di un sempre più potente e devastante biological warfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale sarà il ruolo della «guerra di propaganda» in questo mutamento delle strategie militari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche su questo versante i rivoluzionari del Pentagono si accingono ad operare un sostanziale salto di paradigma. Stiamo assistendo in questi giorni all'addestramento militare, un vero e proprio combat training, di centinaia di giornalisti dei principali media nazionali. Questa volta dunque, i media saranno presenti sul campo di battaglia. Una gigantesca operazione di public relation da parte del Pentagono. E' ovvio che dobbiamo farci ben poche illusioni su quelli che saranno i livelli di obbiettività offerti da questi operatori mediatici con l'elmetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cosa accadrà negli Stati uniti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per prima cosa va registrata l'assenza dalla scena pubblica dell'area liberal del partito Democratico. A differenza di quanto succedeva negli anni `60, il movimento della pace non ha saputo ancora catalizzare, come avvenne allora, quelle forze della sinistra del partito democratico che fecero del rifiuto alla guerra la piattaforma per la candidatura di Kennedy. La cosa grave non è che la maggior parte dei repubblicani si sono persi dietro a questo folle avventurismo dell'amministrazione Bush, ma è che il partito Democratico ha perso qualsiasi contatto con la propria base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre, negli Usa stiamo assistendo ad involuzione autoritaria senza precedenti. Dico senza precedenti, non perchè gli Stati uniti non abbiano nel passato conosciuto fasi di repressione di pari intensità. Da un punto di vista strettamente giuridico, le incredibili limitazioni alle garanzie e libertà personali contenute nell'Usa Patriot Act non sono certo peggiori di quanto accadde negli anni `20 o '50. Oggi ci troviamo di fronte a forme pervasive di controllo sociale che puntano a prevenire e repimere forme di dissenso sociale e politico. Le leggi approvate prima e dopo l'11 settembre rendono più sofisticati le forme di controllo sociale già operanti, ad esempio, nelle grandi metropoli. Basti pensare al sempre più pervasivo uso della videosorveglianza o alla definizione dei gruppi sociali a rischio su cui contentrare le operazioni di polizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, sempre sul piano interno, pessime notizie vengono dal mondo del lavoro, dove siamo di fronte ad una fase di ripiegamento dell'offensiva sindacale. Ho già detto che molti quadri sindacali si sono pronunciati contro la guerra contro l'Iraq, ma uno degli effetti della guerra permanente al terrorismo é stato la riduzione del numero di vertenze sindacali. L'attuale clima di isteria xenofoba sta infatti avendo pesanti ripercussioni nel mondo del lavoro. Si pensi a quanto succede qui a Los Angeles dove il 40 % della forza lavoro é composta di latinos che la guerra al terrorismo ha messo nel mirino di tutte le agenzie dell'inquietante Department of Homeland Security. Una prodigiosa stagione di rivendicazioni spesso vincenti si é arrestata e dal giorno alla notte l'organizzazione di lotte operaie e sindacli é diventata molto difficile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su piano internazionale questo governo ha prodotto una profonda e probabilmente irreversibile frattura con il passato. l'attuale amministrazione ha rotto con il modello soft che ha segnato la presidenza di Bill Clinton. Erano quegli gli anni in cui il capitalismo mirava ad arginare i devastanti effetti della sua espansione a livello globale attraverso una gestione basata sul consenso. Clinton, dal posto di comando, operava con una gestione illuminata, magnanima, volta a non umiliare troppo i partners minori. Bush jr. opera, al contrario, secondo una strategia primordiale, sanguigna. Probabilmente, fra cento anni gli storici leggeranno questo periodo come la disperata risposta di un' insensata oligarchia alle tragiche contraddizioni eco-sistemiche poste dal modello di sviluppo capitalista. Una risposta feroce che impone il dominio americano sul pianeta al fine di tutelare, il più a lungo possibile, un insostenibile modello di sviluppo. Prima ancora dell'11 settembre, prima ancora dell'Iraq, questa amministrazione si è posta come obbiettivo ultimo quello di mantenere ad ogni costo l'egemonia americana nel mondo. Gli integralisti che occupano oggi la Casa Bianca vogliono prevenire l'avvento di una seconda superpotenza mondiale. In questo senso lo showdown finale sarà, non ora, con il mondo islamico ma bensì fra qualche decennio con l'oriente. Il vero target di questa svolta «imperialista» é la Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa fare dunque?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credo che la rivoluzione sia possibile ma (ride), credo che, a questo punto, sia assolutamente necessaria. Dobbiamo recuperare la convinzione che esiste una reale alternativa a questo modello di sviluppo. In questa ottica, da studioso dei fenomeni urbanistici, io credo che un aspetto fondamentale venga dal ripensare il ruolo della città moderna. Una radicale ridefinizione della idea di città è infatti, secondo me, la chiave di volta per cominciare a costruire una società realmente basata su principi di giustizia sociale ed eguaglianza. Il segreto é li'. Siamo in una fase in cui la maggior parte dell'umanità vive in ipertrofiche aree metropolitane, megalopoli che si estendono a macchia d'olio e come un cancro metastatizzano e divorano ogni risorsa disponibile. Dobbiamo invertire questa tendenza e recuperare stili di vita che incoraggino un uso razionale delle risorse. Dobbiamo privilegiare modi di vivere gli spazi urbani che favoriscano prassi di scambio ed un maggior utilizzo, in comune, delle risorse. Non ho in mente niente di frugale, al contrario. Siamo in un periodo in cui le moderne tecnologie e l'incredibile ricchezza materiale che ci circondano ci permettono di vivere con livelli di agiatezza straordinari. Dobbiamo solo arrivare ad una razionalizzazione, affinché questo incredibile livello di benessere sia possibile per tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;0000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90233564?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90233564'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90233564'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90233564' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90192148</id><published>2003-03-05T12:22:00.000-08:00</published><updated>2003-03-05T12:22:03.560-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Risiko in Medio Oriente&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di cielo, di terra e di mare: la macchina bellica contro l'Iraq&lt;br /&gt;Nel Golfo si trovano in questo momento circa 250.000 soldati, e altri&lt;br /&gt;sessantamila ne sono stati mobilitati ieri. Gli Stati uniti hanno inoltre&lt;br /&gt;richiamato in servizio attivo circa 170mila militari della riserva e della&lt;br /&gt;Guardia nazionale. COMANDO CENTRALE - Il «central command chief», generale&lt;br /&gt;Tommy Franks, ha il suo quartier generale vicino alla base aerea di Al&lt;br /&gt;Udeid, in Qatar. E' una sorta di «clone» del comando centrale di Tampa, in&lt;br /&gt;Florida, ed è il luogo altamente tecnologico da dove dovrebbe essere diretto&lt;br /&gt;l'attacco a Baghdad.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FORZE NAVALI - Con la partenza da San Diego della Nimiz, sono sei le&lt;br /&gt;portaerei schierate per la guerra. Le americane Kitty Hawk, Lincoln e&lt;br /&gt;Constellation sono già nel Golfo o nei suoi pressi, la Roosevelt e la Truman&lt;br /&gt;sono nel Mediterraneo. La britannica Ark Royal è in viaggio insieme al suo&lt;br /&gt;gruppo navale, con unità da sbarco, dragamine e un sottomarino nucleare,&lt;br /&gt;mentre la Us Vinson pattuglia in Giappone. Ogni portaerei è seguita da un&lt;br /&gt;gruppo navale che comprende circa sei incrociatori, cacciatorpediniere e&lt;br /&gt;sottomarini, dotati di missili da crociera a medio raggio Tomahawk. Ogni&lt;br /&gt;portaerei trasporta circa 75 velivoli, tra i quali 50 caccia. La base navale&lt;br /&gt;principale è quella del Bahrain, sede della quinta flotta della US. Navy.&lt;br /&gt;Un'altra base aeronavale, nell'Oceano Indiano, è quella britannica di Diego&lt;br /&gt;Garcia. Tra le forze navali britanniche, una flotta di 16 navi con 4.000&lt;br /&gt;Royal Marines.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FORZE DI TERRA - Centomila soldati e marines sono già in Kuwait, e il paese&lt;br /&gt;attende anche i 60mila che la Turchia non sembra intenzionata a ospitare. La&lt;br /&gt;base principale è Camp Doha, a una cinquantina di chilometri dal confine&lt;br /&gt;iracheno. Gruppi navali che incrociano nel Golfo ospitano altre truppe. I&lt;br /&gt;soldati britannici mobilitati fino a oggi sono 42mila&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FORZE AEREE - Le basi aeree sono nell'Oman (tre, al-Sib, Thumrait e Masirah)&lt;br /&gt;e in Turchia (Incirclik, abitualmente utilizzata dalle pattuglie che&lt;br /&gt;controllano la no fly zone), più altre basi non precisate. Circa 400&lt;br /&gt;velivoli sono sulle portaerei americane, e nell'area del Golfo sono stati&lt;br /&gt;spostati bombardieri B-52, B-1B e B2, uno squadrone di Stealth F-117 (gli&lt;br /&gt;«aerei invisibili»), caccia F-15C e F-15E, due squadroni di F-16CJ&lt;br /&gt;specializzati nella guerra elettronica e aerei spia automatici Predator e&lt;br /&gt;Global Hawk. A essi si aggiungono un centinaio di apparecchi britannici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;PIANI D'ATTACCO - I 500 aerei complessivamente disponibili dovrebbero&lt;br /&gt;scaricare oltre 3.000 bombe «intelligenti» nelle prime 48 ore di guerra,&lt;br /&gt;mentre sull'Iraq dovrebbero anche cadere fino a 700 missili cruise lanciati&lt;br /&gt;dalle unità navali. La capacità di distruzione iniziale sarebbe almeno dieci&lt;br /&gt;volte più potente di quella messa in campo nella guerra del Golfo del 1991 e&lt;br /&gt;dovrebbe consentire un'avanzata lampo delle forze di terra da sud e da nord.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;0000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90192148?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90192148'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90192148'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90192148' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90191263</id><published>2003-03-05T12:05:00.000-08:00</published><updated>2003-03-06T11:18:53.000-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Le armate dei guerrieri just in time &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intervista di Stefano Sensi a Mike Davis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La volontà imperiale degli Stati uniti di difendere un modello di sviluppo e la crescita di un movimento globale di protesta contro l'annunciata guerra contro l'Iraq. Parla lo storico e urbanista statunitense Mike Davis &lt;br /&gt;Nel Golfo saranno impiegati nuovi sistemi di armamento e vedremo all'opera piccole e autonome unità di combattimento dotate di sofisticati gadget elettronici per elaborare in tempo reale il flusso continuo di informazioni e così modificare gli obiettivi militari&lt;br /&gt;La galassia americana di fronte alla vigilia di una guerra che rappresenta uno shift epocale sia per quanto riguarda le stategie e le tecnologie militari che verranno impiegate, ma anche per il passaggio senza indugi ad una politica «imperiale» da parte del presidente George W. Bush dopo il periodo soft rappresentanto da Bill Clinton. Allo stesso tempo gli Usa sono il paese in cui si manifesta un movimento di «resistenza» che vive una fase di prodigioso successo. Cosa si agita in queste due «Americhe» apparentemente sempre più distanti a causa della «guerra al terrorismo»? Ne abbiamo parlato a Los Angeles con Mike Davis, lo storico e urbanista noto per alcuni saggi dedicati allo sviluppo metropolitano - La città di quarzo (manifestolibri) e Geografia della paura (Feltrinelli), dedicati entrambi a Los Angeles, e il non ancora tradotto Dead Cities -, nonché di studi sulle politiche repressive dell'immigrazione da parte dell'establishment - I latinos alla conquista dell'America (Feltrinelli) - o di grandi affreschi sulla nascita delle politiche imperialistiche - Olocausti vittoriani (Feltrinelli). Ed è quindi ovvio che il punto di partenza dell'intervista non possono che essere le manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa pensi di questo movimento pacifista?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono affascinato dalla potenza espressa da questo movimento. Non mi riferisco solo alle dimensioni raggiunte ma anche, e soprattutto, all'eterogeneità e diversità che esprime. Impressionante é la sua diffusione capillare. Sono appena tornato dall'Arizona dove ho assistito ad incredibili manifestazioni in piccoli centri sperduti. A Flagstaff, per esempio, ci sono stati, sabato 15 Febbraio, migliaia di dimostranti in piazza, una cifra che considerato il numero totale di abitanti di questa piccola città ne fa probabilmente uno dei posti a più alto tasso di «resistenti» di tutto il pianeta. Persino qui a Los Angeles, nei sobborghi opulenti di Orange County, capitale mondiale del conservatorismo repubblicano e uno posti più conformisti di tutti gli Stati uniti, assistiamo a forme di dissenso diffuso che sorgono nei posti più inaspettati. Mi riferisco, ad esempio, alle peace walks all'interno dei centri commerciali che mettono magicamente insieme centinaia di attivisti ed incuriositi consumatori. Un fatto ampiamente ignorato dai media é la risonanza delle tematiche pacifiste all'interno del mondo sindacale. La maggior parte dei quadri, e questo vale anche per i sindacati che contano milioni di iscritti, si è infatti schierata decisamente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é poi la dimensione globale, transnazionale, di questo movimento. Stiamo assistendo all'affermarsi del più grosso movimento globale di protesta mai esistito nella storia dell'umanità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il «New York Time» ha scritto che dal 15 febbraio ci sono due superpotenze nel mondo: gli Usa e l'opinione pubblica mondiale. Sei d'accordo con questa analisi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto io stesso, come ho detto, sia estasiato dalla dimensione di questo movimento, penso che l'analisi del New York Times ne sopravvaluti il reale peso. Fino a che non riusciremo ad inceppare la macchina di guerra, la seconda superpotenza di cui parla il Times ha i piedi d'argilla. Certo, manifestazioni come quelle del 15 hanno un incredibile effetto nel catalizzare la scesa in campo di un sempre maggior numero di forze, ma se non si passa, come mi sembra stia succedendo in Europa, ad una fase di intensa attività di disobbedienza civile di massa, siamo destinati ad incidere solo in maniera marginale. Ma è in Europa che si sta giocando una delle partite più importanti. Se il movimento della pace riuscisse a far entrare in crisi uno dei tre governi - quello inglese, l'italiano o lo spagnolo - che sostengono Bush allora sì che si scatenerebbe un effetto domino con implicazioni importantissime. In Inghilterra mi sembra che i presupposti ci siano, visto l'opposizione sempre più articolata e imponente che sta crescendo contro Blair, persino all'interno del Labour party . Il movimento italiano sta mostrando un'incredibile creatività e determinazione con la campagna di boicottaggio dei «treni della morte» e chissà ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' una situazione fluida e dagli esiti imprevedibili. Forse non saremo in grado di evitare l'inizio della guerra, ma ne possiamo però condizionare la durata. Bush e Rumsfeld sperano ad esempio che quella contro l'Iraq sarà una guerra lampo. Nella loro lucida follia, si illudono che in pochi giorni sconfiggeranno l'esercito iracheno e che le truppe americane saranno accolte a braccia aperte dai festosi iracheni liberati. Sperano cioè in un «miracolo» che possa mettere a tacere il dissenso rispetto alle loro politiche espansioniste. Quello che è ragionevole supporre è invece che chi ha manifestato contro la guerra in questo periodo ritorni a casa così facilmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando delle nuove tecnologie che verranno impiegate nella guerra, hai recentemente parlato di una vera rivoluzione in corso ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono io a dirlo. Sono gli strateghi del Pentagono che affermano che la prima guerra del Golfo, nonostante l'incredibile campagna mediatica sui bombardamenti «chirurgici», non è stata la prima guerra «moderna», quanto l'ultima guerra combattuta secondo uno schema tradizionale. Curiosando fra quello che le think-tanks militari hanno elaborato negli ultimi tempi ci si accorge che tutti gli anni `90 sono stati attraversati da una fondamentale ridefinizione di tattiche e strategie che ha portato a quella che Rumsfeld ha, appunto, definito «la rivoluzione». La guerra in Iraq dovrebbe rappresentare il banco di prova di questo cambio di paradigma. La novità non viene solamente dall'ulteriore salto tecnologico delle armi che saranno impiegate - bombe che, grazie alla tecnologia laser, sono in grado di colpire con precisione millimetrica, l'utilizzo di micronde e campi elettromagnetici per mettere ko comunicazioni o, infine, l'uso di aerei telecomandati. No, il cambiamento viene da un mutamento di paradigma che sposta l'organizzazione militare verso un modello a rete, un modo di fare la guerra che viene definito network centric warfare. Si applicano cioè alla macchina bellica i paradigmi che sono alla base dell'economia postfordista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infatti, il modello di riferimento, proposto dalle teste d'uovo del Pentagono è proprio quello leggero e «minimalista» che governa un colosso della distribuzione americana come la catena Wal-Mart. Si importano cioè quelle strategie, il just in time ad esempio, che regolano l'odierna produzione nella new economy. Ci si avvale infatti di quei principi di sincronizzazione, in real-time, dei processi produttivi e distributivi che fanno si che l'operatore di cassa, con la semplice lettura ottica del codice a barra di una merce qualsiasi, intervenga in maniera istantanea su produzione e stoccaggio dell'articolo venduto. Tradotto in termini militari, i rivoluzionari del Pentagono pensano di creare unità di combattimento leggere, ri-assemblate in tempo reale, che somministrino potenza letale commisurata a quelle che sono le immediate contingenze del campo di battaglia. Tale modello é reso oggi possibile grazie all'immensa potenza in termini di capacità di flusso di informazione delle reti moderne, coniugata con un esteso uso di tecnologie di videosorveglianza e monitoraggio tramite l'uso di una nuova generazione di gadgets elettronici come sensori miniaturizzati e minuscole videocamere robotizzate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il modello postfordista fornisce anche lo schema organizzativo dei processi decisionali. Nel nuovo paradigma leggero, le unità di combattimento sarebbero organizzate secondo un modello a reti orizzontali in uno stato di fluida ricombinazione permanente. Unità autonome che hanno potere decisionale immediato senza coinvolgimento della tradizionale catena di comando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla anche di nuovi approcci tattici..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' previsto un utilizzo della forza non più secondo un modello lineare, fatto di incrementi progressivi. Si farà infatti uso di una strategia shock and awe, che procede attraverso l'erogazione di inaudita potenza distruttrice a sbalzi. Un modello in cui da una parte si isola il nemico polverizzando le infrastrutture della comunicazione e dall'altra si incrementa il caos del teatro di guerra procedendo ad una sistematica terrorizzazione della popolazione civile. E' ovvio che, al di là di qualsiasi considerazione etica, queste strategie pongono problemi di ordine logistico. Unità leggere ed autonome, così criticamente dipendenti dalla stabilità del flusso informazionale locale/globale, sono anche ovviamente assai vulnerabili. Cosa, infatti, potrebbe succedere se nel bel mezzo della battaglia tali networks venissero hackerati da terroristi, o molto più semplicemente da qualche brufoloso quindicenne del Midwest? In realtà il Pentagono affianca a questo schema «leggero» un segreto backup (piano di emergenza) «pesante»: il nucleare. Di fatto, è questo, il poco pubblicizzato obbiettivo reale che muove la crociata dei rivoluzionari. Rompere il tabù nucleare, far passare cioè nell'opinione pubblica, la legittimità di un uso sempre più routinario delle armi nucleari. Siamo di fronte ad un drammatico shift di paradigma, una escalation in cui l'uso del nucleare non è più la estrema ratio a cui ricorrere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é infine un ulteriore terrificante scenario. Un analisi di quanto pubblicato negli ultimi anni sulla letteratura scientifica del settore, rivela come la ragione intrinseca per cui il governo americano ha attivamente sabotato la creazione di un trattato internazionale per la limitazione dello sviluppo di armi biologiche é perchè gli Usa stanno appunto lavorando alacremente alla messa a punto di un sempre più potente e devastante biological warfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale sarà il ruolo della «guerra di propaganda» in questo mutamento delle strategie militari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche su questo versante i rivoluzionari del Pentagono si accingono ad operare un sostanziale salto di paradigma. Stiamo assistendo in questi giorni all'addestramento militare, un vero e proprio combat training, di centinaia di giornalisti dei principali media nazionali. Questa volta dunque, i media saranno presenti sul campo di battaglia. Una gigantesca operazione di public relation da parte del Pentagono. E' ovvio che dobbiamo farci ben poche illusioni su quelli che saranno i livelli di obbiettività offerti da questi operatori mediatici con l'elmetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cosa accadrà negli Stati uniti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per prima cosa va registrata l'assenza dalla scena pubblica dell'area liberal del partito Democratico. A differenza di quanto succedeva negli anni `60, il movimento della pace non ha saputo ancora catalizzare, come avvenne allora, quelle forze della sinistra del partito democratico che fecero del rifiuto alla guerra la piattaforma per la candidatura di Kennedy. La cosa grave non è che la maggior parte dei repubblicani si sono persi dietro a questo folle avventurismo dell'amministrazione Bush, ma è che il partito Democratico ha perso qualsiasi contatto con la propria base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre, negli Usa stiamo assistendo ad involuzione autoritaria senza precedenti. Dico senza precedenti, non perchè gli Stati uniti non abbiano nel passato conosciuto fasi di repressione di pari intensità. Da un punto di vista strettamente giuridico, le incredibili limitazioni alle garanzie e libertà personali contenute nell'Usa Patriot Act non sono certo peggiori di quanto accadde negli anni `20 o '50. Oggi ci troviamo di fronte a forme pervasive di controllo sociale che puntano a prevenire e repimere forme di dissenso sociale e politico. Le leggi approvate prima e dopo l'11 settembre rendono più sofisticati le forme di controllo sociale già operanti, ad esempio, nelle grandi metropoli. Basti pensare al sempre più pervasivo uso della videosorveglianza o alla definizione dei gruppi sociali a rischio su cui contentrare le operazioni di polizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, sempre sul piano interno, pessime notizie vengono dal mondo del lavoro, dove siamo di fronte ad una fase di ripiegamento dell'offensiva sindacale. Ho già detto che molti quadri sindacali si sono pronunciati contro la guerra contro l'Iraq, ma uno degli effetti della guerra permanente al terrorismo é stato la riduzione del numero di vertenze sindacali. L'attuale clima di isteria xenofoba sta infatti avendo pesanti ripercussioni nel mondo del lavoro. Si pensi a quanto succede qui a Los Angeles dove il 40 % della forza lavoro é composta di latinos che la guerra al terrorismo ha messo nel mirino di tutte le agenzie dell'inquietante Department of Homeland Security. Una prodigiosa stagione di rivendicazioni spesso vincenti si é arrestata e dal giorno alla notte l'organizzazione di lotte operaie e sindacli é diventata molto difficile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su piano internazionale questo governo ha prodotto una profonda e probabilmente irreversibile frattura con il passato. l'attuale amministrazione ha rotto con il modello soft che ha segnato la presidenza di Bill Clinton. Erano quegli gli anni in cui il capitalismo mirava ad arginare i devastanti effetti della sua espansione a livello globale attraverso una gestione basata sul consenso. Clinton, dal posto di comando, operava con una gestione illuminata, magnanima, volta a non umiliare troppo i partners minori. Bush jr. opera, al contrario, secondo una strategia primordiale, sanguigna. Probabilmente, fra cento anni gli storici leggeranno questo periodo come la disperata risposta di un' insensata oligarchia alle tragiche contraddizioni eco-sistemiche poste dal modello di sviluppo capitalista. Una risposta feroce che impone il dominio americano sul pianeta al fine di tutelare, il più a lungo possibile, un insostenibile modello di sviluppo. Prima ancora dell'11 settembre, prima ancora dell'Iraq, questa amministrazione si è posta come obbiettivo ultimo quello di mantenere ad ogni costo l'egemonia americana nel mondo. Gli integralisti che occupano oggi la Casa Bianca vogliono prevenire l'avvento di una seconda superpotenza mondiale. In questo senso lo showdown finale sarà, non ora, con il mondo islamico ma bensì fra qualche decennio con l'oriente. Il vero target di questa svolta «imperialista» é la Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa fare dunque?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credo che la rivoluzione sia possibile ma (ride), credo che, a questo punto, sia assolutamente necessaria. Dobbiamo recuperare la convinzione che esiste una reale alternativa a questo modello di sviluppo. In questa ottica, da studioso dei fenomeni urbanistici, io credo che un aspetto fondamentale venga dal ripensare il ruolo della città moderna. Una radicale ridefinizione della idea di città è infatti, secondo me, la chiave di volta per cominciare a costruire una società realmente basata su principi di giustizia sociale ed eguaglianza. Il segreto é li'. Siamo in una fase in cui la maggior parte dell'umanità vive in ipertrofiche aree metropolitane, megalopoli che si estendono a macchia d'olio e come un cancro metastatizzano e divorano ogni risorsa disponibile. Dobbiamo invertire questa tendenza e recuperare stili di vita che incoraggino un uso razionale delle risorse. Dobbiamo privilegiare modi di vivere gli spazi urbani che favoriscano prassi di scambio ed un maggior utilizzo, in comune, delle risorse. Non ho in mente niente di frugale, al contrario. Siamo in un periodo in cui le moderne tecnologie e l'incredibile ricchezza materiale che ci circondano ci permettono di vivere con livelli di agiatezza straordinari. Dobbiamo solo arrivare ad una razionalizzazione, affinché questo incredibile livello di benessere sia possibile per tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90191263?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90191263'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90191263'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90191263' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90191109</id><published>2003-03-05T12:02:00.000-08:00</published><updated>2003-03-05T12:02:28.216-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Le armate dei guerrieri just in time &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intervista di Stefano Sensi a Mike Davis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La galassia americana di fronte alla vigilia di una guerra che rappresenta uno shift epocale sia per quanto riguarda le stategie e le tecnologie militari che verranno impiegate, ma anche per il passaggio senza indugi ad una politica «imperiale» da parte del presidente George W. Bush dopo il periodo soft rappresentanto da Bill Clinton. Allo stesso tempo gli Usa sono il paese in cui si manifesta un movimento di «resistenza» che vive una fase di prodigioso successo. Cosa si agita in queste due «Americhe» apparentemente sempre più distanti a causa della «guerra al terrorismo»? Ne abbiamo parlato a Los Angeles con Mike Davis, lo storico e urbanista noto per alcuni saggi dedicati allo sviluppo metropolitano - La città di quarzo (manifestolibri) e Geografia della paura (Feltrinelli), dedicati entrambi a Los Angeles, e il non ancora tradotto Dead Cities -, nonché di studi sulle politiche repressive dell'immigrazione da parte dell'establishment - I latinos alla conquista dell'America (Feltrinelli) - o di grandi affreschi sulla nascita delle politiche imperialistiche - Olocausti vittoriani (Feltrinelli). Ed è quindi ovvio che il punto di partenza dell'intervista non possono che essere le manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa pensi di questo movimento pacifista?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono affascinato dalla potenza espressa da questo movimento. Non mi riferisco solo alle dimensioni raggiunte ma anche, e soprattutto, all'eterogeneità e diversità che esprime. Impressionante é la sua diffusione capillare. Sono appena tornato dall'Arizona dove ho assistito ad incredibili manifestazioni in piccoli centri sperduti. A Flagstaff, per esempio, ci sono stati, sabato 15 Febbraio, migliaia di dimostranti in piazza, una cifra che considerato il numero totale di abitanti di questa piccola città ne fa probabilmente uno dei posti a più alto tasso di «resistenti» di tutto il pianeta. Persino qui a Los Angeles, nei sobborghi opulenti di Orange County, capitale mondiale del conservatorismo repubblicano e uno posti più conformisti di tutti gli Stati uniti, assistiamo a forme di dissenso diffuso che sorgono nei posti più inaspettati. Mi riferisco, ad esempio, alle peace walks all'interno dei centri commerciali che mettono magicamente insieme centinaia di attivisti ed incuriositi consumatori. Un fatto ampiamente ignorato dai media é la risonanza delle tematiche pacifiste all'interno del mondo sindacale. La maggior parte dei quadri, e questo vale anche per i sindacati che contano milioni di iscritti, si è infatti schierata decisamente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é poi la dimensione globale, transnazionale, di questo movimento. Stiamo assistendo all'affermarsi del più grosso movimento globale di protesta mai esistito nella storia dell'umanità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il «New York Time» ha scritto che dal 15 febbraio ci sono due superpotenze nel mondo: gli Usa e l'opinione pubblica mondiale. Sei d'accordo con questa analisi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto io stesso, come ho detto, sia estasiato dalla dimensione di questo movimento, penso che l'analisi del New York Times ne sopravvaluti il reale peso. Fino a che non riusciremo ad inceppare la macchina di guerra, la seconda superpotenza di cui parla il Times ha i piedi d'argilla. Certo, manifestazioni come quelle del 15 hanno un incredibile effetto nel catalizzare la scesa in campo di un sempre maggior numero di forze, ma se non si passa, come mi sembra stia succedendo in Europa, ad una fase di intensa attività di disobbedienza civile di massa, siamo destinati ad incidere solo in maniera marginale. Ma è in Europa che si sta giocando una delle partite più importanti. Se il movimento della pace riuscisse a far entrare in crisi uno dei tre governi - quello inglese, l'italiano o lo spagnolo - che sostengono Bush allora sì che si scatenerebbe un effetto domino con implicazioni importantissime. In Inghilterra mi sembra che i presupposti ci siano, visto l'opposizione sempre più articolata e imponente che sta crescendo contro Blair, persino all'interno del Labour party . Il movimento italiano sta mostrando un'incredibile creatività e determinazione con la campagna di boicottaggio dei «treni della morte» e chissà ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' una situazione fluida e dagli esiti imprevedibili. Forse non saremo in grado di evitare l'inizio della guerra, ma ne possiamo però condizionare la durata. Bush e Rumsfeld sperano ad esempio che quella contro l'Iraq sarà una guerra lampo. Nella loro lucida follia, si illudono che in pochi giorni sconfiggeranno l'esercito iracheno e che le truppe americane saranno accolte a braccia aperte dai festosi iracheni liberati. Sperano cioè in un «miracolo» che possa mettere a tacere il dissenso rispetto alle loro politiche espansioniste. Quello che è ragionevole supporre è invece che chi ha manifestato contro la guerra in questo periodo ritorni a casa così facilmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando delle nuove tecnologie che verranno impiegate nella guerra, hai recentemente parlato di una vera rivoluzione in corso ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono io a dirlo. Sono gli strateghi del Pentagono che affermano che la prima guerra del Golfo, nonostante l'incredibile campagna mediatica sui bombardamenti «chirurgici», non è stata la prima guerra «moderna», quanto l'ultima guerra combattuta secondo uno schema tradizionale. Curiosando fra quello che le think-tanks militari hanno elaborato negli ultimi tempi ci si accorge che tutti gli anni `90 sono stati attraversati da una fondamentale ridefinizione di tattiche e strategie che ha portato a quella che Rumsfeld ha, appunto, definito «la rivoluzione». La guerra in Iraq dovrebbe rappresentare il banco di prova di questo cambio di paradigma. La novità non viene solamente dall'ulteriore salto tecnologico delle armi che saranno impiegate - bombe che, grazie alla tecnologia laser, sono in grado di colpire con precisione millimetrica, l'utilizzo di micronde e campi elettromagnetici per mettere ko comunicazioni o, infine, l'uso di aerei telecomandati. No, il cambiamento viene da un mutamento di paradigma che sposta l'organizzazione militare verso un modello a rete, un modo di fare la guerra che viene definito network centric warfare. Si applicano cioè alla macchina bellica i paradigmi che sono alla base dell'economia postfordista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infatti, il modello di riferimento, proposto dalle teste d'uovo del Pentagono è proprio quello leggero e «minimalista» che governa un colosso della distribuzione americana come la catena Wal-Mart. Si importano cioè quelle strategie, il just in time ad esempio, che regolano l'odierna produzione nella new economy. Ci si avvale infatti di quei principi di sincronizzazione, in real-time, dei processi produttivi e distributivi che fanno si che l'operatore di cassa, con la semplice lettura ottica del codice a barra di una merce qualsiasi, intervenga in maniera istantanea su produzione e stoccaggio dell'articolo venduto. Tradotto in termini militari, i rivoluzionari del Pentagono pensano di creare unità di combattimento leggere, ri-assemblate in tempo reale, che somministrino potenza letale commisurata a quelle che sono le immediate contingenze del campo di battaglia. Tale modello é reso oggi possibile grazie all'immensa potenza in termini di capacità di flusso di informazione delle reti moderne, coniugata con un esteso uso di tecnologie di videosorveglianza e monitoraggio tramite l'uso di una nuova generazione di gadgets elettronici come sensori miniaturizzati e minuscole videocamere robotizzate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il modello postfordista fornisce anche lo schema organizzativo dei processi decisionali. Nel nuovo paradigma leggero, le unità di combattimento sarebbero organizzate secondo un modello a reti orizzontali in uno stato di fluida ricombinazione permanente. Unità autonome che hanno potere decisionale immediato senza coinvolgimento della tradizionale catena di comando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla anche di nuovi approcci tattici..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' previsto un utilizzo della forza non più secondo un modello lineare, fatto di incrementi progressivi. Si farà infatti uso di una strategia shock and awe, che procede attraverso l'erogazione di inaudita potenza distruttrice a sbalzi. Un modello in cui da una parte si isola il nemico polverizzando le infrastrutture della comunicazione e dall'altra si incrementa il caos del teatro di guerra procedendo ad una sistematica terrorizzazione della popolazione civile. E' ovvio che, al di là di qualsiasi considerazione etica, queste strategie pongono problemi di ordine logistico. Unità leggere ed autonome, così criticamente dipendenti dalla stabilità del flusso informazionale locale/globale, sono anche ovviamente assai vulnerabili. Cosa, infatti, potrebbe succedere se nel bel mezzo della battaglia tali networks venissero hackerati da terroristi, o molto più semplicemente da qualche brufoloso quindicenne del Midwest? In realtà il Pentagono affianca a questo schema «leggero» un segreto backup (piano di emergenza) «pesante»: il nucleare. Di fatto, è questo, il poco pubblicizzato obbiettivo reale che muove la crociata dei rivoluzionari. Rompere il tabù nucleare, far passare cioè nell'opinione pubblica, la legittimità di un uso sempre più routinario delle armi nucleari. Siamo di fronte ad un drammatico shift di paradigma, una escalation in cui l'uso del nucleare non è più la estrema ratio a cui ricorrere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é infine un ulteriore terrificante scenario. Un analisi di quanto pubblicato negli ultimi anni sulla letteratura scientifica del settore, rivela come la ragione intrinseca per cui il governo americano ha attivamente sabotato la creazione di un trattato internazionale per la limitazione dello sviluppo di armi biologiche é perchè gli Usa stanno appunto lavorando alacremente alla messa a punto di un sempre più potente e devastante biological warfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale sarà il ruolo della «guerra di propaganda» in questo mutamento delle strategie militari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche su questo versante i rivoluzionari del Pentagono si accingono ad operare un sostanziale salto di paradigma. Stiamo assistendo in questi giorni all'addestramento militare, un vero e proprio combat training, di centinaia di giornalisti dei principali media nazionali. Questa volta dunque, i media saranno presenti sul campo di battaglia. Una gigantesca operazione di public relation da parte del Pentagono. E' ovvio che dobbiamo farci ben poche illusioni su quelli che saranno i livelli di obbiettività offerti da questi operatori mediatici con l'elmetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cosa accadrà negli Stati uniti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per prima cosa va registrata l'assenza dalla scena pubblica dell'area liberal del partito Democratico. A differenza di quanto succedeva negli anni `60, il movimento della pace non ha saputo ancora catalizzare, come avvenne allora, quelle forze della sinistra del partito democratico che fecero del rifiuto alla guerra la piattaforma per la candidatura di Kennedy. La cosa grave non è che la maggior parte dei repubblicani si sono persi dietro a questo folle avventurismo dell'amministrazione Bush, ma è che il partito Democratico ha perso qualsiasi contatto con la propria base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre, negli Usa stiamo assistendo ad involuzione autoritaria senza precedenti. Dico senza precedenti, non perchè gli Stati uniti non abbiano nel passato conosciuto fasi di repressione di pari intensità. Da un punto di vista strettamente giuridico, le incredibili limitazioni alle garanzie e libertà personali contenute nell'Usa Patriot Act non sono certo peggiori di quanto accadde negli anni `20 o '50. Oggi ci troviamo di fronte a forme pervasive di controllo sociale che puntano a prevenire e repimere forme di dissenso sociale e politico. Le leggi approvate prima e dopo l'11 settembre rendono più sofisticati le forme di controllo sociale già operanti, ad esempio, nelle grandi metropoli. Basti pensare al sempre più pervasivo uso della videosorveglianza o alla definizione dei gruppi sociali a rischio su cui contentrare le operazioni di polizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, sempre sul piano interno, pessime notizie vengono dal mondo del lavoro, dove siamo di fronte ad una fase di ripiegamento dell'offensiva sindacale. Ho già detto che molti quadri sindacali si sono pronunciati contro la guerra contro l'Iraq, ma uno degli effetti della guerra permanente al terrorismo é stato la riduzione del numero di vertenze sindacali. L'attuale clima di isteria xenofoba sta infatti avendo pesanti ripercussioni nel mondo del lavoro. Si pensi a quanto succede qui a Los Angeles dove il 40 % della forza lavoro é composta di latinos che la guerra al terrorismo ha messo nel mirino di tutte le agenzie dell'inquietante Department of Homeland Security. Una prodigiosa stagione di rivendicazioni spesso vincenti si é arrestata e dal giorno alla notte l'organizzazione di lotte operaie e sindacli é diventata molto difficile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su piano internazionale questo governo ha prodotto una profonda e probabilmente irreversibile frattura con il passato. l'attuale amministrazione ha rotto con il modello soft che ha segnato la presidenza di Bill Clinton. Erano quegli gli anni in cui il capitalismo mirava ad arginare i devastanti effetti della sua espansione a livello globale attraverso una gestione basata sul consenso. Clinton, dal posto di comando, operava con una gestione illuminata, magnanima, volta a non umiliare troppo i partners minori. Bush jr. opera, al contrario, secondo una strategia primordiale, sanguigna. Probabilmente, fra cento anni gli storici leggeranno questo periodo come la disperata risposta di un' insensata oligarchia alle tragiche contraddizioni eco-sistemiche poste dal modello di sviluppo capitalista. Una risposta feroce che impone il dominio americano sul pianeta al fine di tutelare, il più a lungo possibile, un insostenibile modello di sviluppo. Prima ancora dell'11 settembre, prima ancora dell'Iraq, questa amministrazione si è posta come obbiettivo ultimo quello di mantenere ad ogni costo l'egemonia americana nel mondo. Gli integralisti che occupano oggi la Casa Bianca vogliono prevenire l'avvento di una seconda superpotenza mondiale. In questo senso lo showdown finale sarà, non ora, con il mondo islamico ma bensì fra qualche decennio con l'oriente. Il vero target di questa svolta «imperialista» é la Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa fare dunque?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credo che la rivoluzione sia possibile ma (ride), credo che, a questo punto, sia assolutamente necessaria. Dobbiamo recuperare la convinzione che esiste una reale alternativa a questo modello di sviluppo. In questa ottica, da studioso dei fenomeni urbanistici, io credo che un aspetto fondamentale venga dal ripensare il ruolo della città moderna. Una radicale ridefinizione della idea di città è infatti, secondo me, la chiave di volta per cominciare a costruire una società realmente basata su principi di giustizia sociale ed eguaglianza. Il segreto é li'. Siamo in una fase in cui la maggior parte dell'umanità vive in ipertrofiche aree metropolitane, megalopoli che si estendono a macchia d'olio e come un cancro metastatizzano e divorano ogni risorsa disponibile. Dobbiamo invertire questa tendenza e recuperare stili di vita che incoraggino un uso razionale delle risorse. Dobbiamo privilegiare modi di vivere gli spazi urbani che favoriscano prassi di scambio ed un maggior utilizzo, in comune, delle risorse. Non ho in mente niente di frugale, al contrario. Siamo in un periodo in cui le moderne tecnologie e l'incredibile ricchezza materiale che ci circondano ci permettono di vivere con livelli di agiatezza straordinari. Dobbiamo solo arrivare ad una razionalizzazione, affinché questo incredibile livello di benessere sia possibile per tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90191109?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90191109'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90191109'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90191109' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90190372</id><published>2003-03-05T11:47:00.000-08:00</published><updated>2003-03-06T06:29:05.000-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Le armate dei guerrieri just in time &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intervista di Stefano Sensi a Mike Davis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La volontà imperiale degli Stati uniti di difendere un modello di sviluppo e la crescita di un movimento globale di protesta contro l'annunciata guerra contro l'Iraq. Parla lo storico e urbanista statunitense Mike Davis &lt;br /&gt;Nel Golfo saranno impiegati nuovi sistemi di armamento e vedremo all'opera piccole e autonome unità di combattimento dotate di sofisticati gadget elettronici per elaborare in tempo reale il flusso continuo di informazioni e così modificare gli obiettivi militari&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La galassia americana di fronte alla vigilia di una guerra che rappresenta uno shift epocale sia per quanto riguarda le stategie e le tecnologie militari che verranno impiegate, ma anche per il passaggio senza indugi ad una politica «imperiale» da parte del presidente George W. Bush dopo il periodo soft rappresentanto da Bill Clinton. Allo stesso tempo gli Usa sono il paese in cui si manifesta un movimento di «resistenza» che vive una fase di prodigioso successo. Cosa si agita in queste due «Americhe» apparentemente sempre più distanti a causa della «guerra al terrorismo»? Ne abbiamo parlato a Los Angeles con Mike Davis, lo storico e urbanista noto per alcuni saggi dedicati allo sviluppo metropolitano - La città di quarzo (manifestolibri) e Geografia della paura (Feltrinelli), dedicati entrambi a Los Angeles, e il non ancora tradotto Dead Cities -, nonché di studi sulle politiche repressive dell'immigrazione da parte dell'establishment - I latinos alla conquista dell'America (Feltrinelli) - o di grandi affreschi sulla nascita delle politiche imperialistiche - Olocausti vittoriani (Feltrinelli). Ed è quindi ovvio che il punto di partenza dell'intervista non possono che essere le manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa pensi di questo movimento pacifista?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono affascinato dalla potenza espressa da questo movimento. Non mi riferisco solo alle dimensioni raggiunte ma anche, e soprattutto, all'eterogeneità e diversità che esprime. Impressionante é la sua diffusione capillare. Sono appena tornato dall'Arizona dove ho assistito ad incredibili manifestazioni in piccoli centri sperduti. A Flagstaff, per esempio, ci sono stati, sabato 15 Febbraio, migliaia di dimostranti in piazza, una cifra che considerato il numero totale di abitanti di questa piccola città ne fa probabilmente uno dei posti a più alto tasso di «resistenti» di tutto il pianeta. Persino qui a Los Angeles, nei sobborghi opulenti di Orange County, capitale mondiale del conservatorismo repubblicano e uno posti più conformisti di tutti gli Stati uniti, assistiamo a forme di dissenso diffuso che sorgono nei posti più inaspettati. Mi riferisco, ad esempio, alle peace walks all'interno dei centri commerciali che mettono magicamente insieme centinaia di attivisti ed incuriositi consumatori. Un fatto ampiamente ignorato dai media é la risonanza delle tematiche pacifiste all'interno del mondo sindacale. La maggior parte dei quadri, e questo vale anche per i sindacati che contano milioni di iscritti, si è infatti schierata decisamente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é poi la dimensione globale, transnazionale, di questo movimento. Stiamo assistendo all'affermarsi del più grosso movimento globale di protesta mai esistito nella storia dell'umanità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il «New York Time» ha scritto che dal 15 febbraio ci sono due superpotenze nel mondo: gli Usa e l'opinione pubblica mondiale. Sei d'accordo con questa analisi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto io stesso, come ho detto, sia estasiato dalla dimensione di questo movimento, penso che l'analisi del New York Times ne sopravvaluti il reale peso. Fino a che non riusciremo ad inceppare la macchina di guerra, la seconda superpotenza di cui parla il Times ha i piedi d'argilla. Certo, manifestazioni come quelle del 15 hanno un incredibile effetto nel catalizzare la scesa in campo di un sempre maggior numero di forze, ma se non si passa, come mi sembra stia succedendo in Europa, ad una fase di intensa attività di disobbedienza civile di massa, siamo destinati ad incidere solo in maniera marginale. Ma è in Europa che si sta giocando una delle partite più importanti. Se il movimento della pace riuscisse a far entrare in crisi uno dei tre governi - quello inglese, l'italiano o lo spagnolo - che sostengono Bush allora sì che si scatenerebbe un effetto domino con implicazioni importantissime. In Inghilterra mi sembra che i presupposti ci siano, visto l'opposizione sempre più articolata e imponente che sta crescendo contro Blair, persino all'interno del Labour party . Il movimento italiano sta mostrando un'incredibile creatività e determinazione con la campagna di boicottaggio dei «treni della morte» e chissà ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' una situazione fluida e dagli esiti imprevedibili. Forse non saremo in grado di evitare l'inizio della guerra, ma ne possiamo però condizionare la durata. Bush e Rumsfeld sperano ad esempio che quella contro l'Iraq sarà una guerra lampo. Nella loro lucida follia, si illudono che in pochi giorni sconfiggeranno l'esercito iracheno e che le truppe americane saranno accolte a braccia aperte dai festosi iracheni liberati. Sperano cioè in un «miracolo» che possa mettere a tacere il dissenso rispetto alle loro politiche espansioniste. Quello che è ragionevole supporre è invece che chi ha manifestato contro la guerra in questo periodo ritorni a casa così facilmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando delle nuove tecnologie che verranno impiegate nella guerra, hai recentemente parlato di una vera rivoluzione in corso ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono io a dirlo. Sono gli strateghi del Pentagono che affermano che la prima guerra del Golfo, nonostante l'incredibile campagna mediatica sui bombardamenti «chirurgici», non è stata la prima guerra «moderna», quanto l'ultima guerra combattuta secondo uno schema tradizionale. Curiosando fra quello che le think-tanks militari hanno elaborato negli ultimi tempi ci si accorge che tutti gli anni `90 sono stati attraversati da una fondamentale ridefinizione di tattiche e strategie che ha portato a quella che Rumsfeld ha, appunto, definito «la rivoluzione». La guerra in Iraq dovrebbe rappresentare il banco di prova di questo cambio di paradigma. La novità non viene solamente dall'ulteriore salto tecnologico delle armi che saranno impiegate - bombe che, grazie alla tecnologia laser, sono in grado di colpire con precisione millimetrica, l'utilizzo di micronde e campi elettromagnetici per mettere ko comunicazioni o, infine, l'uso di aerei telecomandati. No, il cambiamento viene da un mutamento di paradigma che sposta l'organizzazione militare verso un modello a rete, un modo di fare la guerra che viene definito network centric warfare. Si applicano cioè alla macchina bellica i paradigmi che sono alla base dell'economia postfordista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infatti, il modello di riferimento, proposto dalle teste d'uovo del Pentagono è proprio quello leggero e «minimalista» che governa un colosso della distribuzione americana come la catena Wal-Mart. Si importano cioè quelle strategie, il just in time ad esempio, che regolano l'odierna produzione nella new economy. Ci si avvale infatti di quei principi di sincronizzazione, in real-time, dei processi produttivi e distributivi che fanno si che l'operatore di cassa, con la semplice lettura ottica del codice a barra di una merce qualsiasi, intervenga in maniera istantanea su produzione e stoccaggio dell'articolo venduto. Tradotto in termini militari, i rivoluzionari del Pentagono pensano di creare unità di combattimento leggere, ri-assemblate in tempo reale, che somministrino potenza letale commisurata a quelle che sono le immediate contingenze del campo di battaglia. Tale modello é reso oggi possibile grazie all'immensa potenza in termini di capacità di flusso di informazione delle reti moderne, coniugata con un esteso uso di tecnologie di videosorveglianza e monitoraggio tramite l'uso di una nuova generazione di gadgets elettronici come sensori miniaturizzati e minuscole videocamere robotizzate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il modello postfordista fornisce anche lo schema organizzativo dei processi decisionali. Nel nuovo paradigma leggero, le unità di combattimento sarebbero organizzate secondo un modello a reti orizzontali in uno stato di fluida ricombinazione permanente. Unità autonome che hanno potere decisionale immediato senza coinvolgimento della tradizionale catena di comando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla anche di nuovi approcci tattici..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' previsto un utilizzo della forza non più secondo un modello lineare, fatto di incrementi progressivi. Si farà infatti uso di una strategia shock and awe, che procede attraverso l'erogazione di inaudita potenza distruttrice a sbalzi. Un modello in cui da una parte si isola il nemico polverizzando le infrastrutture della comunicazione e dall'altra si incrementa il caos del teatro di guerra procedendo ad una sistematica terrorizzazione della popolazione civile. E' ovvio che, al di là di qualsiasi considerazione etica, queste strategie pongono problemi di ordine logistico. Unità leggere ed autonome, così criticamente dipendenti dalla stabilità del flusso informazionale locale/globale, sono anche ovviamente assai vulnerabili. Cosa, infatti, potrebbe succedere se nel bel mezzo della battaglia tali networks venissero hackerati da terroristi, o molto più semplicemente da qualche brufoloso quindicenne del Midwest? In realtà il Pentagono affianca a questo schema «leggero» un segreto backup (piano di emergenza) «pesante»: il nucleare. Di fatto, è questo, il poco pubblicizzato obbiettivo reale che muove la crociata dei rivoluzionari. Rompere il tabù nucleare, far passare cioè nell'opinione pubblica, la legittimità di un uso sempre più routinario delle armi nucleari. Siamo di fronte ad un drammatico shift di paradigma, una escalation in cui l'uso del nucleare non è più la estrema ratio a cui ricorrere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é infine un ulteriore terrificante scenario. Un analisi di quanto pubblicato negli ultimi anni sulla letteratura scientifica del settore, rivela come la ragione intrinseca per cui il governo americano ha attivamente sabotato la creazione di un trattato internazionale per la limitazione dello sviluppo di armi biologiche é perchè gli Usa stanno appunto lavorando alacremente alla messa a punto di un sempre più potente e devastante biological warfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale sarà il ruolo della «guerra di propaganda» in questo mutamento delle strategie militari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche su questo versante i rivoluzionari del Pentagono si accingono ad operare un sostanziale salto di paradigma. Stiamo assistendo in questi giorni all'addestramento militare, un vero e proprio combat training, di centinaia di giornalisti dei principali media nazionali. Questa volta dunque, i media saranno presenti sul campo di battaglia. Una gigantesca operazione di public relation da parte del Pentagono. E' ovvio che dobbiamo farci ben poche illusioni su quelli che saranno i livelli di obbiettività offerti da questi operatori mediatici con l'elmetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cosa accadrà negli Stati uniti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per prima cosa va registrata l'assenza dalla scena pubblica dell'area liberal del partito Democratico. A differenza di quanto succedeva negli anni `60, il movimento della pace non ha saputo ancora catalizzare, come avvenne allora, quelle forze della sinistra del partito democratico che fecero del rifiuto alla guerra la piattaforma per la candidatura di Kennedy. La cosa grave non è che la maggior parte dei repubblicani si sono persi dietro a questo folle avventurismo dell'amministrazione Bush, ma è che il partito Democratico ha perso qualsiasi contatto con la propria base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre, negli Usa stiamo assistendo ad involuzione autoritaria senza precedenti. Dico senza precedenti, non perchè gli Stati uniti non abbiano nel passato conosciuto fasi di repressione di pari intensità. Da un punto di vista strettamente giuridico, le incredibili limitazioni alle garanzie e libertà personali contenute nell'Usa Patriot Act non sono certo peggiori di quanto accadde negli anni `20 o '50. Oggi ci troviamo di fronte a forme pervasive di controllo sociale che puntano a prevenire e repimere forme di dissenso sociale e politico. Le leggi approvate prima e dopo l'11 settembre rendono più sofisticati le forme di controllo sociale già operanti, ad esempio, nelle grandi metropoli. Basti pensare al sempre più pervasivo uso della videosorveglianza o alla definizione dei gruppi sociali a rischio su cui contentrare le operazioni di polizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, sempre sul piano interno, pessime notizie vengono dal mondo del lavoro, dove siamo di fronte ad una fase di ripiegamento dell'offensiva sindacale. Ho già detto che molti quadri sindacali si sono pronunciati contro la guerra contro l'Iraq, ma uno degli effetti della guerra permanente al terrorismo é stato la riduzione del numero di vertenze sindacali. L'attuale clima di isteria xenofoba sta infatti avendo pesanti ripercussioni nel mondo del lavoro. Si pensi a quanto succede qui a Los Angeles dove il 40 % della forza lavoro é composta di latinos che la guerra al terrorismo ha messo nel mirino di tutte le agenzie dell'inquietante Department of Homeland Security. Una prodigiosa stagione di rivendicazioni spesso vincenti si é arrestata e dal giorno alla notte l'organizzazione di lotte operaie e sindacli é diventata molto difficile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su piano internazionale questo governo ha prodotto una profonda e probabilmente irreversibile frattura con il passato. l'attuale amministrazione ha rotto con il modello soft che ha segnato la presidenza di Bill Clinton. Erano quegli gli anni in cui il capitalismo mirava ad arginare i devastanti effetti della sua espansione a livello globale attraverso una gestione basata sul consenso. Clinton, dal posto di comando, operava con una gestione illuminata, magnanima, volta a non umiliare troppo i partners minori. Bush jr. opera, al contrario, secondo una strategia primordiale, sanguigna. Probabilmente, fra cento anni gli storici leggeranno questo periodo come la disperata risposta di un' insensata oligarchia alle tragiche contraddizioni eco-sistemiche poste dal modello di sviluppo capitalista. Una risposta feroce che impone il dominio americano sul pianeta al fine di tutelare, il più a lungo possibile, un insostenibile modello di sviluppo. Prima ancora dell'11 settembre, prima ancora dell'Iraq, questa amministrazione si è posta come obbiettivo ultimo quello di mantenere ad ogni costo l'egemonia americana nel mondo. Gli integralisti che occupano oggi la Casa Bianca vogliono prevenire l'avvento di una seconda superpotenza mondiale. In questo senso lo showdown finale sarà, non ora, con il mondo islamico ma bensì fra qualche decennio con l'oriente. Il vero target di questa svolta «imperialista» é la Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa fare dunque?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credo che la rivoluzione sia possibile ma (ride), credo che, a questo punto, sia assolutamente necessaria. Dobbiamo recuperare la convinzione che esiste una reale alternativa a questo modello di sviluppo. In questa ottica, da studioso dei fenomeni urbanistici, io credo che un aspetto fondamentale venga dal ripensare il ruolo della città moderna. Una radicale ridefinizione della idea di città è infatti, secondo me, la chiave di volta per cominciare a costruire una società realmente basata su principi di giustizia sociale ed eguaglianza. Il segreto é li'. Siamo in una fase in cui la maggior parte dell'umanità vive in ipertrofiche aree metropolitane, megalopoli che si estendono a macchia d'olio e come un cancro metastatizzano e divorano ogni risorsa disponibile. Dobbiamo invertire questa tendenza e recuperare stili di vita che incoraggino un uso razionale delle risorse. Dobbiamo privilegiare modi di vivere gli spazi urbani che favoriscano prassi di scambio ed un maggior utilizzo, in comune, delle risorse. Non ho in mente niente di frugale, al contrario. Siamo in un periodo in cui le moderne tecnologie e l'incredibile ricchezza materiale che ci circondano ci permettono di vivere con livelli di agiatezza straordinari. Dobbiamo solo arrivare ad una razionalizzazione, affinché questo incredibile livello di benessere sia possibile per tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90190372?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90190372'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90190372'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90190372' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90187171</id><published>2003-03-05T10:52:00.000-08:00</published><updated>2003-03-05T10:56:04.000-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Le armate dei guerrieri just in time &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intervista di Stefano Sensi a Mike Davis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La volontà imperiale degli Stati uniti di difendere un modello di sviluppo e la crescita di un movimento globale di protesta contro l'annunciata guerra contro l'Iraq. Parla lo storico e urbanista statunitense Mike Davis &lt;br /&gt;Nel Golfo saranno impiegati nuovi sistemi di armamento e vedremo all'opera piccole e autonome unità di combattimento dotate di sofisticati gadget elettronici per elaborare in tempo reale il flusso continuo di informazioni e così modificare gli obiettivi militari&lt;br /&gt;STEFANO SENSI&lt;br /&gt;La galassia americana di fronte alla vigilia di una guerra che rappresenta uno shift epocale sia per quanto riguarda le stategie e le tecnologie militari che verranno impiegate, ma anche per il passaggio senza indugi ad una politica «imperiale» da parte del presidente George W. Bush dopo il periodo soft rappresentanto da Bill Clinton. Allo stesso tempo gli Usa sono il paese in cui si manifesta un movimento di «resistenza» che vive una fase di prodigioso successo. Cosa si agita in queste due «Americhe» apparentemente sempre più distanti a causa della «guerra al terrorismo»? Ne abbiamo parlato a Los Angeles con Mike Davis, lo storico e urbanista noto per alcuni saggi dedicati allo sviluppo metropolitano - La città di quarzo (manifestolibri) e Geografia della paura (Feltrinelli), dedicati entrambi a Los Angeles, e il non ancora tradotto Dead Cities -, nonché di studi sulle politiche repressive dell'immigrazione da parte dell'establishment - I latinos alla conquista dell'America (Feltrinelli) - o di grandi affreschi sulla nascita delle politiche imperialistiche - Olocausti vittoriani (Feltrinelli). Ed è quindi ovvio che il punto di partenza dell'intervista non possono che essere le manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa pensi di questo movimento pacifista?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono affascinato dalla potenza espressa da questo movimento. Non mi riferisco solo alle dimensioni raggiunte ma anche, e soprattutto, all'eterogeneità e diversità che esprime. Impressionante é la sua diffusione capillare. Sono appena tornato dall'Arizona dove ho assistito ad incredibili manifestazioni in piccoli centri sperduti. A Flagstaff, per esempio, ci sono stati, sabato 15 Febbraio, migliaia di dimostranti in piazza, una cifra che considerato il numero totale di abitanti di questa piccola città ne fa probabilmente uno dei posti a più alto tasso di «resistenti» di tutto il pianeta. Persino qui a Los Angeles, nei sobborghi opulenti di Orange County, capitale mondiale del conservatorismo repubblicano e uno posti più conformisti di tutti gli Stati uniti, assistiamo a forme di dissenso diffuso che sorgono nei posti più inaspettati. Mi riferisco, ad esempio, alle peace walks all'interno dei centri commerciali che mettono magicamente insieme centinaia di attivisti ed incuriositi consumatori. Un fatto ampiamente ignorato dai media é la risonanza delle tematiche pacifiste all'interno del mondo sindacale. La maggior parte dei quadri, e questo vale anche per i sindacati che contano milioni di iscritti, si è infatti schierata decisamente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é poi la dimensione globale, transnazionale, di questo movimento. Stiamo assistendo all'affermarsi del più grosso movimento globale di protesta mai esistito nella storia dell'umanità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il «New York Time» ha scritto che dal 15 febbraio ci sono due superpotenze nel mondo: gli Usa e l'opinione pubblica mondiale. Sei d'accordo con questa analisi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto io stesso, come ho detto, sia estasiato dalla dimensione di questo movimento, penso che l'analisi del New York Times ne sopravvaluti il reale peso. Fino a che non riusciremo ad inceppare la macchina di guerra, la seconda superpotenza di cui parla il Times ha i piedi d'argilla. Certo, manifestazioni come quelle del 15 hanno un incredibile effetto nel catalizzare la scesa in campo di un sempre maggior numero di forze, ma se non si passa, come mi sembra stia succedendo in Europa, ad una fase di intensa attività di disobbedienza civile di massa, siamo destinati ad incidere solo in maniera marginale. Ma è in Europa che si sta giocando una delle partite più importanti. Se il movimento della pace riuscisse a far entrare in crisi uno dei tre governi - quello inglese, l'italiano o lo spagnolo - che sostengono Bush allora sì che si scatenerebbe un effetto domino con implicazioni importantissime. In Inghilterra mi sembra che i presupposti ci siano, visto l'opposizione sempre più articolata e imponente che sta crescendo contro Blair, persino all'interno del Labour party . Il movimento italiano sta mostrando un'incredibile creatività e determinazione con la campagna di boicottaggio dei «treni della morte» e chissà ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' una situazione fluida e dagli esiti imprevedibili. Forse non saremo in grado di evitare l'inizio della guerra, ma ne possiamo però condizionare la durata. Bush e Rumsfeld sperano ad esempio che quella contro l'Iraq sarà una guerra lampo. Nella loro lucida follia, si illudono che in pochi giorni sconfiggeranno l'esercito iracheno e che le truppe americane saranno accolte a braccia aperte dai festosi iracheni liberati. Sperano cioè in un «miracolo» che possa mettere a tacere il dissenso rispetto alle loro politiche espansioniste. Quello che è ragionevole supporre è invece che chi ha manifestato contro la guerra in questo periodo ritorni a casa così facilmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando delle nuove tecnologie che verranno impiegate nella guerra, hai recentemente parlato di una vera rivoluzione in corso ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono io a dirlo. Sono gli strateghi del Pentagono che affermano che la prima guerra del Golfo, nonostante l'incredibile campagna mediatica sui bombardamenti «chirurgici», non è stata la prima guerra «moderna», quanto l'ultima guerra combattuta secondo uno schema tradizionale. Curiosando fra quello che le think-tanks militari hanno elaborato negli ultimi tempi ci si accorge che tutti gli anni `90 sono stati attraversati da una fondamentale ridefinizione di tattiche e strategie che ha portato a quella che Rumsfeld ha, appunto, definito «la rivoluzione». La guerra in Iraq dovrebbe rappresentare il banco di prova di questo cambio di paradigma. La novità non viene solamente dall'ulteriore salto tecnologico delle armi che saranno impiegate - bombe che, grazie alla tecnologia laser, sono in grado di colpire con precisione millimetrica, l'utilizzo di micronde e campi elettromagnetici per mettere ko comunicazioni o, infine, l'uso di aerei telecomandati. No, il cambiamento viene da un mutamento di paradigma che sposta l'organizzazione militare verso un modello a rete, un modo di fare la guerra che viene definito network centric warfare. Si applicano cioè alla macchina bellica i paradigmi che sono alla base dell'economia postfordista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infatti, il modello di riferimento, proposto dalle teste d'uovo del Pentagono è proprio quello leggero e «minimalista» che governa un colosso della distribuzione americana come la catena Wal-Mart. Si importano cioè quelle strategie, il just in time ad esempio, che regolano l'odierna produzione nella new economy. Ci si avvale infatti di quei principi di sincronizzazione, in real-time, dei processi produttivi e distributivi che fanno si che l'operatore di cassa, con la semplice lettura ottica del codice a barra di una merce qualsiasi, intervenga in maniera istantanea su produzione e stoccaggio dell'articolo venduto. Tradotto in termini militari, i rivoluzionari del Pentagono pensano di creare unità di combattimento leggere, ri-assemblate in tempo reale, che somministrino potenza letale commisurata a quelle che sono le immediate contingenze del campo di battaglia. Tale modello é reso oggi possibile grazie all'immensa potenza in termini di capacità di flusso di informazione delle reti moderne, coniugata con un esteso uso di tecnologie di videosorveglianza e monitoraggio tramite l'uso di una nuova generazione di gadgets elettronici come sensori miniaturizzati e minuscole videocamere robotizzate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il modello postfordista fornisce anche lo schema organizzativo dei processi decisionali. Nel nuovo paradigma leggero, le unità di combattimento sarebbero organizzate secondo un modello a reti orizzontali in uno stato di fluida ricombinazione permanente. Unità autonome che hanno potere decisionale immediato senza coinvolgimento della tradizionale catena di comando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla anche di nuovi approcci tattici..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' previsto un utilizzo della forza non più secondo un modello lineare, fatto di incrementi progressivi. Si farà infatti uso di una strategia shock and awe, che procede attraverso l'erogazione di inaudita potenza distruttrice a sbalzi. Un modello in cui da una parte si isola il nemico polverizzando le infrastrutture della comunicazione e dall'altra si incrementa il caos del teatro di guerra procedendo ad una sistematica terrorizzazione della popolazione civile. E' ovvio che, al di là di qualsiasi considerazione etica, queste strategie pongono problemi di ordine logistico. Unità leggere ed autonome, così criticamente dipendenti dalla stabilità del flusso informazionale locale/globale, sono anche ovviamente assai vulnerabili. Cosa, infatti, potrebbe succedere se nel bel mezzo della battaglia tali networks venissero hackerati da terroristi, o molto più semplicemente da qualche brufoloso quindicenne del Midwest? In realtà il Pentagono affianca a questo schema «leggero» un segreto backup (piano di emergenza) «pesante»: il nucleare. Di fatto, è questo, il poco pubblicizzato obbiettivo reale che muove la crociata dei rivoluzionari. Rompere il tabù nucleare, far passare cioè nell'opinione pubblica, la legittimità di un uso sempre più routinario delle armi nucleari. Siamo di fronte ad un drammatico shift di paradigma, una escalation in cui l'uso del nucleare non è più la estrema ratio a cui ricorrere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é infine un ulteriore terrificante scenario. Un analisi di quanto pubblicato negli ultimi anni sulla letteratura scientifica del settore, rivela come la ragione intrinseca per cui il governo americano ha attivamente sabotato la creazione di un trattato internazionale per la limitazione dello sviluppo di armi biologiche é perchè gli Usa stanno appunto lavorando alacremente alla messa a punto di un sempre più potente e devastante biological warfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale sarà il ruolo della «guerra di propaganda» in questo mutamento delle strategie militari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche su questo versante i rivoluzionari del Pentagono si accingono ad operare un sostanziale salto di paradigma. Stiamo assistendo in questi giorni all'addestramento militare, un vero e proprio combat training, di centinaia di giornalisti dei principali media nazionali. Questa volta dunque, i media saranno presenti sul campo di battaglia. Una gigantesca operazione di public relation da parte del Pentagono. E' ovvio che dobbiamo farci ben poche illusioni su quelli che saranno i livelli di obbiettività offerti da questi operatori mediatici con l'elmetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cosa accadrà negli Stati uniti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per prima cosa va registrata l'assenza dalla scena pubblica dell'area liberal del partito Democratico. A differenza di quanto succedeva negli anni `60, il movimento della pace non ha saputo ancora catalizzare, come avvenne allora, quelle forze della sinistra del partito democratico che fecero del rifiuto alla guerra la piattaforma per la candidatura di Kennedy. La cosa grave non è che la maggior parte dei repubblicani si sono persi dietro a questo folle avventurismo dell'amministrazione Bush, ma è che il partito Democratico ha perso qualsiasi contatto con la propria base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre, negli Usa stiamo assistendo ad involuzione autoritaria senza precedenti. Dico senza precedenti, non perchè gli Stati uniti non abbiano nel passato conosciuto fasi di repressione di pari intensità. Da un punto di vista strettamente giuridico, le incredibili limitazioni alle garanzie e libertà personali contenute nell'Usa Patriot Act non sono certo peggiori di quanto accadde negli anni `20 o '50. Oggi ci troviamo di fronte a forme pervasive di controllo sociale che puntano a prevenire e repimere forme di dissenso sociale e politico. Le leggi approvate prima e dopo l'11 settembre rendono più sofisticati le forme di controllo sociale già operanti, ad esempio, nelle grandi metropoli. Basti pensare al sempre più pervasivo uso della videosorveglianza o alla definizione dei gruppi sociali a rischio su cui contentrare le operazioni di polizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, sempre sul piano interno, pessime notizie vengono dal mondo del lavoro, dove siamo di fronte ad una fase di ripiegamento dell'offensiva sindacale. Ho già detto che molti quadri sindacali si sono pronunciati contro la guerra contro l'Iraq, ma uno degli effetti della guerra permanente al terrorismo é stato la riduzione del numero di vertenze sindacali. L'attuale clima di isteria xenofoba sta infatti avendo pesanti ripercussioni nel mondo del lavoro. Si pensi a quanto succede qui a Los Angeles dove il 40 % della forza lavoro é composta di latinos che la guerra al terrorismo ha messo nel mirino di tutte le agenzie dell'inquietante Department of Homeland Security. Una prodigiosa stagione di rivendicazioni spesso vincenti si é arrestata e dal giorno alla notte l'organizzazione di lotte operaie e sindacli é diventata molto difficile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su piano internazionale questo governo ha prodotto una profonda e probabilmente irreversibile frattura con il passato. l'attuale amministrazione ha rotto con il modello soft che ha segnato la presidenza di Bill Clinton. Erano quegli gli anni in cui il capitalismo mirava ad arginare i devastanti effetti della sua espansione a livello globale attraverso una gestione basata sul consenso. Clinton, dal posto di comando, operava con una gestione illuminata, magnanima, volta a non umiliare troppo i partners minori. Bush jr. opera, al contrario, secondo una strategia primordiale, sanguigna. Probabilmente, fra cento anni gli storici leggeranno questo periodo come la disperata risposta di un' insensata oligarchia alle tragiche contraddizioni eco-sistemiche poste dal modello di sviluppo capitalista. Una risposta feroce che impone il dominio americano sul pianeta al fine di tutelare, il più a lungo possibile, un insostenibile modello di sviluppo. Prima ancora dell'11 settembre, prima ancora dell'Iraq, questa amministrazione si è posta come obbiettivo ultimo quello di mantenere ad ogni costo l'egemonia americana nel mondo. Gli integralisti che occupano oggi la Casa Bianca vogliono prevenire l'avvento di una seconda superpotenza mondiale. In questo senso lo showdown finale sarà, non ora, con il mondo islamico ma bensì fra qualche decennio con l'oriente. Il vero target di questa svolta «imperialista» é la Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa fare dunque?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credo che la rivoluzione sia possibile ma (ride), credo che, a questo punto, sia assolutamente necessaria. Dobbiamo recuperare la convinzione che esiste una reale alternativa a questo modello di sviluppo. In questa ottica, da studioso dei fenomeni urbanistici, io credo che un aspetto fondamentale venga dal ripensare il ruolo della città moderna. Una radicale ridefinizione della idea di città è infatti, secondo me, la chiave di volta per cominciare a costruire una società realmente basata su principi di giustizia sociale ed eguaglianza. Il segreto é li'. Siamo in una fase in cui la maggior parte dell'umanità vive in ipertrofiche aree metropolitane, megalopoli che si estendono a macchia d'olio e come un cancro metastatizzano e divorano ogni risorsa disponibile. Dobbiamo invertire questa tendenza e recuperare stili di vita che incoraggino un uso razionale delle risorse. Dobbiamo privilegiare modi di vivere gli spazi urbani che favoriscano prassi di scambio ed un maggior utilizzo, in comune, delle risorse. Non ho in mente niente di frugale, al contrario. Siamo in un periodo in cui le moderne tecnologie e l'incredibile ricchezza materiale che ci circondano ci permettono di vivere con livelli di agiatezza straordinari. Dobbiamo solo arrivare ad una razionalizzazione, affinché questo incredibile livello di benessere sia possibile per tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;0000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90187171?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90187171'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90187171'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90187171' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90186978</id><published>2003-03-05T10:50:00.000-08:00</published><updated>2003-03-05T10:50:00.873-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Le armate dei guerrieri just in time &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intervista di Stefano Sensi a Mike Davis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La volontà imperiale degli Stati uniti di difendere un modello di sviluppo e la crescita di un movimento globale di protesta contro l'annunciata guerra contro l'Iraq. Parla lo storico e urbanista statunitense Mike Davis &lt;br /&gt;Nel Golfo saranno impiegati nuovi sistemi di armamento e vedremo all'opera piccole e autonome unità di combattimento dotate di sofisticati gadget elettronici per elaborare in tempo reale il flusso continuo di informazioni e così modificare gli obiettivi militari&lt;br /&gt;STEFANO SENSI&lt;br /&gt;La galassia americana di fronte alla vigilia di una guerra che rappresenta uno shift epocale sia per quanto riguarda le stategie e le tecnologie militari che verranno impiegate, ma anche per il passaggio senza indugi ad una politica «imperiale» da parte del presidente George W. Bush dopo il periodo soft rappresentanto da Bill Clinton. Allo stesso tempo gli Usa sono il paese in cui si manifesta un movimento di «resistenza» che vive una fase di prodigioso successo. Cosa si agita in queste due «Americhe» apparentemente sempre più distanti a causa della «guerra al terrorismo»? Ne abbiamo parlato a Los Angeles con Mike Davis, lo storico e urbanista noto per alcuni saggi dedicati allo sviluppo metropolitano - La città di quarzo (manifestolibri) e Geografia della paura (Feltrinelli), dedicati entrambi a Los Angeles, e il non ancora tradotto Dead Cities -, nonché di studi sulle politiche repressive dell'immigrazione da parte dell'establishment - I latinos alla conquista dell'America (Feltrinelli) - o di grandi affreschi sulla nascita delle politiche imperialistiche - Olocausti vittoriani (Feltrinelli). Ed è quindi ovvio che il punto di partenza dell'intervista non possono che essere le manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa pensi di questo movimento pacifista?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono affascinato dalla potenza espressa da questo movimento. Non mi riferisco solo alle dimensioni raggiunte ma anche, e soprattutto, all'eterogeneità e diversità che esprime. Impressionante é la sua diffusione capillare. Sono appena tornato dall'Arizona dove ho assistito ad incredibili manifestazioni in piccoli centri sperduti. A Flagstaff, per esempio, ci sono stati, sabato 15 Febbraio, migliaia di dimostranti in piazza, una cifra che considerato il numero totale di abitanti di questa piccola città ne fa probabilmente uno dei posti a più alto tasso di «resistenti» di tutto il pianeta. Persino qui a Los Angeles, nei sobborghi opulenti di Orange County, capitale mondiale del conservatorismo repubblicano e uno posti più conformisti di tutti gli Stati uniti, assistiamo a forme di dissenso diffuso che sorgono nei posti più inaspettati. Mi riferisco, ad esempio, alle peace walks all'interno dei centri commerciali che mettono magicamente insieme centinaia di attivisti ed incuriositi consumatori. Un fatto ampiamente ignorato dai media é la risonanza delle tematiche pacifiste all'interno del mondo sindacale. La maggior parte dei quadri, e questo vale anche per i sindacati che contano milioni di iscritti, si è infatti schierata decisamente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é poi la dimensione globale, transnazionale, di questo movimento. Stiamo assistendo all'affermarsi del più grosso movimento globale di protesta mai esistito nella storia dell'umanità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il «New York Time» ha scritto che dal 15 febbraio ci sono due superpotenze nel mondo: gli Usa e l'opinione pubblica mondiale. Sei d'accordo con questa analisi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto io stesso, come ho detto, sia estasiato dalla dimensione di questo movimento, penso che l'analisi del New York Times ne sopravvaluti il reale peso. Fino a che non riusciremo ad inceppare la macchina di guerra, la seconda superpotenza di cui parla il Times ha i piedi d'argilla. Certo, manifestazioni come quelle del 15 hanno un incredibile effetto nel catalizzare la scesa in campo di un sempre maggior numero di forze, ma se non si passa, come mi sembra stia succedendo in Europa, ad una fase di intensa attività di disobbedienza civile di massa, siamo destinati ad incidere solo in maniera marginale. Ma è in Europa che si sta giocando una delle partite più importanti. Se il movimento della pace riuscisse a far entrare in crisi uno dei tre governi - quello inglese, l'italiano o lo spagnolo - che sostengono Bush allora sì che si scatenerebbe un effetto domino con implicazioni importantissime. In Inghilterra mi sembra che i presupposti ci siano, visto l'opposizione sempre più articolata e imponente che sta crescendo contro Blair, persino all'interno del Labour party . Il movimento italiano sta mostrando un'incredibile creatività e determinazione con la campagna di boicottaggio dei «treni della morte» e chissà ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' una situazione fluida e dagli esiti imprevedibili. Forse non saremo in grado di evitare l'inizio della guerra, ma ne possiamo però condizionare la durata. Bush e Rumsfeld sperano ad esempio che quella contro l'Iraq sarà una guerra lampo. Nella loro lucida follia, si illudono che in pochi giorni sconfiggeranno l'esercito iracheno e che le truppe americane saranno accolte a braccia aperte dai festosi iracheni liberati. Sperano cioè in un «miracolo» che possa mettere a tacere il dissenso rispetto alle loro politiche espansioniste. Quello che è ragionevole supporre è invece che chi ha manifestato contro la guerra in questo periodo ritorni a casa così facilmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando delle nuove tecnologie che verranno impiegate nella guerra, hai recentemente parlato di una vera rivoluzione in corso ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono io a dirlo. Sono gli strateghi del Pentagono che affermano che la prima guerra del Golfo, nonostante l'incredibile campagna mediatica sui bombardamenti «chirurgici», non è stata la prima guerra «moderna», quanto l'ultima guerra combattuta secondo uno schema tradizionale. Curiosando fra quello che le think-tanks militari hanno elaborato negli ultimi tempi ci si accorge che tutti gli anni `90 sono stati attraversati da una fondamentale ridefinizione di tattiche e strategie che ha portato a quella che Rumsfeld ha, appunto, definito «la rivoluzione». La guerra in Iraq dovrebbe rappresentare il banco di prova di questo cambio di paradigma. La novità non viene solamente dall'ulteriore salto tecnologico delle armi che saranno impiegate - bombe che, grazie alla tecnologia laser, sono in grado di colpire con precisione millimetrica, l'utilizzo di micronde e campi elettromagnetici per mettere ko comunicazioni o, infine, l'uso di aerei telecomandati. No, il cambiamento viene da un mutamento di paradigma che sposta l'organizzazione militare verso un modello a rete, un modo di fare la guerra che viene definito network centric warfare. Si applicano cioè alla macchina bellica i paradigmi che sono alla base dell'economia postfordista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infatti, il modello di riferimento, proposto dalle teste d'uovo del Pentagono è proprio quello leggero e «minimalista» che governa un colosso della distribuzione americana come la catena Wal-Mart. Si importano cioè quelle strategie, il just in time ad esempio, che regolano l'odierna produzione nella new economy. Ci si avvale infatti di quei principi di sincronizzazione, in real-time, dei processi produttivi e distributivi che fanno si che l'operatore di cassa, con la semplice lettura ottica del codice a barra di una merce qualsiasi, intervenga in maniera istantanea su produzione e stoccaggio dell'articolo venduto. Tradotto in termini militari, i rivoluzionari del Pentagono pensano di creare unità di combattimento leggere, ri-assemblate in tempo reale, che somministrino potenza letale commisurata a quelle che sono le immediate contingenze del campo di battaglia. Tale modello é reso oggi possibile grazie all'immensa potenza in termini di capacità di flusso di informazione delle reti moderne, coniugata con un esteso uso di tecnologie di videosorveglianza e monitoraggio tramite l'uso di una nuova generazione di gadgets elettronici come sensori miniaturizzati e minuscole videocamere robotizzate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il modello postfordista fornisce anche lo schema organizzativo dei processi decisionali. Nel nuovo paradigma leggero, le unità di combattimento sarebbero organizzate secondo un modello a reti orizzontali in uno stato di fluida ricombinazione permanente. Unità autonome che hanno potere decisionale immediato senza coinvolgimento della tradizionale catena di comando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla anche di nuovi approcci tattici..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' previsto un utilizzo della forza non più secondo un modello lineare, fatto di incrementi progressivi. Si farà infatti uso di una strategia shock and awe, che procede attraverso l'erogazione di inaudita potenza distruttrice a sbalzi. Un modello in cui da una parte si isola il nemico polverizzando le infrastrutture della comunicazione e dall'altra si incrementa il caos del teatro di guerra procedendo ad una sistematica terrorizzazione della popolazione civile. E' ovvio che, al di là di qualsiasi considerazione etica, queste strategie pongono problemi di ordine logistico. Unità leggere ed autonome, così criticamente dipendenti dalla stabilità del flusso informazionale locale/globale, sono anche ovviamente assai vulnerabili. Cosa, infatti, potrebbe succedere se nel bel mezzo della battaglia tali networks venissero hackerati da terroristi, o molto più semplicemente da qualche brufoloso quindicenne del Midwest? In realtà il Pentagono affianca a questo schema «leggero» un segreto backup (piano di emergenza) «pesante»: il nucleare. Di fatto, è questo, il poco pubblicizzato obbiettivo reale che muove la crociata dei rivoluzionari. Rompere il tabù nucleare, far passare cioè nell'opinione pubblica, la legittimità di un uso sempre più routinario delle armi nucleari. Siamo di fronte ad un drammatico shift di paradigma, una escalation in cui l'uso del nucleare non è più la estrema ratio a cui ricorrere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é infine un ulteriore terrificante scenario. Un analisi di quanto pubblicato negli ultimi anni sulla letteratura scientifica del settore, rivela come la ragione intrinseca per cui il governo americano ha attivamente sabotato la creazione di un trattato internazionale per la limitazione dello sviluppo di armi biologiche é perchè gli Usa stanno appunto lavorando alacremente alla messa a punto di un sempre più potente e devastante biological warfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale sarà il ruolo della «guerra di propaganda» in questo mutamento delle strategie militari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche su questo versante i rivoluzionari del Pentagono si accingono ad operare un sostanziale salto di paradigma. Stiamo assistendo in questi giorni all'addestramento militare, un vero e proprio combat training, di centinaia di giornalisti dei principali media nazionali. Questa volta dunque, i media saranno presenti sul campo di battaglia. Una gigantesca operazione di public relation da parte del Pentagono. E' ovvio che dobbiamo farci ben poche illusioni su quelli che saranno i livelli di obbiettività offerti da questi operatori mediatici con l'elmetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cosa accadrà negli Stati uniti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per prima cosa va registrata l'assenza dalla scena pubblica dell'area liberal del partito Democratico. A differenza di quanto succedeva negli anni `60, il movimento della pace non ha saputo ancora catalizzare, come avvenne allora, quelle forze della sinistra del partito democratico che fecero del rifiuto alla guerra la piattaforma per la candidatura di Kennedy. La cosa grave non è che la maggior parte dei repubblicani si sono persi dietro a questo folle avventurismo dell'amministrazione Bush, ma è che il partito Democratico ha perso qualsiasi contatto con la propria base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre, negli Usa stiamo assistendo ad involuzione autoritaria senza precedenti. Dico senza precedenti, non perchè gli Stati uniti non abbiano nel passato conosciuto fasi di repressione di pari intensità. Da un punto di vista strettamente giuridico, le incredibili limitazioni alle garanzie e libertà personali contenute nell'Usa Patriot Act non sono certo peggiori di quanto accadde negli anni `20 o '50. Oggi ci troviamo di fronte a forme pervasive di controllo sociale che puntano a prevenire e repimere forme di dissenso sociale e politico. Le leggi approvate prima e dopo l'11 settembre rendono più sofisticati le forme di controllo sociale già operanti, ad esempio, nelle grandi metropoli. Basti pensare al sempre più pervasivo uso della videosorveglianza o alla definizione dei gruppi sociali a rischio su cui contentrare le operazioni di polizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, sempre sul piano interno, pessime notizie vengono dal mondo del lavoro, dove siamo di fronte ad una fase di ripiegamento dell'offensiva sindacale. Ho già detto che molti quadri sindacali si sono pronunciati contro la guerra contro l'Iraq, ma uno degli effetti della guerra permanente al terrorismo é stato la riduzione del numero di vertenze sindacali. L'attuale clima di isteria xenofoba sta infatti avendo pesanti ripercussioni nel mondo del lavoro. Si pensi a quanto succede qui a Los Angeles dove il 40 % della forza lavoro é composta di latinos che la guerra al terrorismo ha messo nel mirino di tutte le agenzie dell'inquietante Department of Homeland Security. Una prodigiosa stagione di rivendicazioni spesso vincenti si é arrestata e dal giorno alla notte l'organizzazione di lotte operaie e sindacli é diventata molto difficile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su piano internazionale questo governo ha prodotto una profonda e probabilmente irreversibile frattura con il passato. l'attuale amministrazione ha rotto con il modello soft che ha segnato la presidenza di Bill Clinton. Erano quegli gli anni in cui il capitalismo mirava ad arginare i devastanti effetti della sua espansione a livello globale attraverso una gestione basata sul consenso. Clinton, dal posto di comando, operava con una gestione illuminata, magnanima, volta a non umiliare troppo i partners minori. Bush jr. opera, al contrario, secondo una strategia primordiale, sanguigna. Probabilmente, fra cento anni gli storici leggeranno questo periodo come la disperata risposta di un' insensata oligarchia alle tragiche contraddizioni eco-sistemiche poste dal modello di sviluppo capitalista. Una risposta feroce che impone il dominio americano sul pianeta al fine di tutelare, il più a lungo possibile, un insostenibile modello di sviluppo. Prima ancora dell'11 settembre, prima ancora dell'Iraq, questa amministrazione si è posta come obbiettivo ultimo quello di mantenere ad ogni costo l'egemonia americana nel mondo. Gli integralisti che occupano oggi la Casa Bianca vogliono prevenire l'avvento di una seconda superpotenza mondiale. In questo senso lo showdown finale sarà, non ora, con il mondo islamico ma bensì fra qualche decennio con l'oriente. Il vero target di questa svolta «imperialista» é la Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa fare dunque?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credo che la rivoluzione sia possibile ma (ride), credo che, a questo punto, sia assolutamente necessaria. Dobbiamo recuperare la convinzione che esiste una reale alternativa a questo modello di sviluppo. In questa ottica, da studioso dei fenomeni urbanistici, io credo che un aspetto fondamentale venga dal ripensare il ruolo della città moderna. Una radicale ridefinizione della idea di città è infatti, secondo me, la chiave di volta per cominciare a costruire una società realmente basata su principi di giustizia sociale ed eguaglianza. Il segreto é li'. Siamo in una fase in cui la maggior parte dell'umanità vive in ipertrofiche aree metropolitane, megalopoli che si estendono a macchia d'olio e come un cancro metastatizzano e divorano ogni risorsa disponibile. Dobbiamo invertire questa tendenza e recuperare stili di vita che incoraggino un uso razionale delle risorse. Dobbiamo privilegiare modi di vivere gli spazi urbani che favoriscano prassi di scambio ed un maggior utilizzo, in comune, delle risorse. Non ho in mente niente di frugale, al contrario. Siamo in un periodo in cui le moderne tecnologie e l'incredibile ricchezza materiale che ci circondano ci permettono di vivere con livelli di agiatezza straordinari. Dobbiamo solo arrivare ad una razionalizzazione, affinché questo incredibile livello di benessere sia possibile per tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;0000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90186978?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90186978'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90186978'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90186978' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90186897</id><published>2003-03-05T10:48:00.000-08:00</published><updated>2003-03-05T10:48:53.310-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Le armate dei guerrieri just in time &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intervista di Stefano Sensi a Mike Davis&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La volontà imperiale degli Stati uniti di difendere un modello di sviluppo e la crescita di un movimento globale di protesta contro l'annunciata guerra contro l'Iraq. Parla lo storico e urbanista statunitense Mike Davis &lt;br /&gt;Nel Golfo saranno impiegati nuovi sistemi di armamento e vedremo all'opera piccole e autonome unità di combattimento dotate di sofisticati gadget elettronici per elaborare in tempo reale il flusso continuo di informazioni e così modificare gli obiettivi militari&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La galassia americana di fronte alla vigilia di una guerra che rappresenta uno shift epocale sia per quanto riguarda le stategie e le tecnologie militari che verranno impiegate, ma anche per il passaggio senza indugi ad una politica «imperiale» da parte del presidente George W. Bush dopo il periodo soft rappresentanto da Bill Clinton. Allo stesso tempo gli Usa sono il paese in cui si manifesta un movimento di «resistenza» che vive una fase di prodigioso successo. Cosa si agita in queste due «Americhe» apparentemente sempre più distanti a causa della «guerra al terrorismo»? Ne abbiamo parlato a Los Angeles con Mike Davis, lo storico e urbanista noto per alcuni saggi dedicati allo sviluppo metropolitano - La città di quarzo (manifestolibri) e Geografia della paura (Feltrinelli), dedicati entrambi a Los Angeles, e il non ancora tradotto Dead Cities -, nonché di studi sulle politiche repressive dell'immigrazione da parte dell'establishment - I latinos alla conquista dell'America (Feltrinelli) - o di grandi affreschi sulla nascita delle politiche imperialistiche - Olocausti vittoriani (Feltrinelli). Ed è quindi ovvio che il punto di partenza dell'intervista non possono che essere le manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa pensi di questo movimento pacifista?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono affascinato dalla potenza espressa da questo movimento. Non mi riferisco solo alle dimensioni raggiunte ma anche, e soprattutto, all'eterogeneità e diversità che esprime. Impressionante é la sua diffusione capillare. Sono appena tornato dall'Arizona dove ho assistito ad incredibili manifestazioni in piccoli centri sperduti. A Flagstaff, per esempio, ci sono stati, sabato 15 Febbraio, migliaia di dimostranti in piazza, una cifra che considerato il numero totale di abitanti di questa piccola città ne fa probabilmente uno dei posti a più alto tasso di «resistenti» di tutto il pianeta. Persino qui a Los Angeles, nei sobborghi opulenti di Orange County, capitale mondiale del conservatorismo repubblicano e uno posti più conformisti di tutti gli Stati uniti, assistiamo a forme di dissenso diffuso che sorgono nei posti più inaspettati. Mi riferisco, ad esempio, alle peace walks all'interno dei centri commerciali che mettono magicamente insieme centinaia di attivisti ed incuriositi consumatori. Un fatto ampiamente ignorato dai media é la risonanza delle tematiche pacifiste all'interno del mondo sindacale. La maggior parte dei quadri, e questo vale anche per i sindacati che contano milioni di iscritti, si è infatti schierata decisamente contro la guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é poi la dimensione globale, transnazionale, di questo movimento. Stiamo assistendo all'affermarsi del più grosso movimento globale di protesta mai esistito nella storia dell'umanità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il «New York Time» ha scritto che dal 15 febbraio ci sono due superpotenze nel mondo: gli Usa e l'opinione pubblica mondiale. Sei d'accordo con questa analisi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto io stesso, come ho detto, sia estasiato dalla dimensione di questo movimento, penso che l'analisi del New York Times ne sopravvaluti il reale peso. Fino a che non riusciremo ad inceppare la macchina di guerra, la seconda superpotenza di cui parla il Times ha i piedi d'argilla. Certo, manifestazioni come quelle del 15 hanno un incredibile effetto nel catalizzare la scesa in campo di un sempre maggior numero di forze, ma se non si passa, come mi sembra stia succedendo in Europa, ad una fase di intensa attività di disobbedienza civile di massa, siamo destinati ad incidere solo in maniera marginale. Ma è in Europa che si sta giocando una delle partite più importanti. Se il movimento della pace riuscisse a far entrare in crisi uno dei tre governi - quello inglese, l'italiano o lo spagnolo - che sostengono Bush allora sì che si scatenerebbe un effetto domino con implicazioni importantissime. In Inghilterra mi sembra che i presupposti ci siano, visto l'opposizione sempre più articolata e imponente che sta crescendo contro Blair, persino all'interno del Labour party . Il movimento italiano sta mostrando un'incredibile creatività e determinazione con la campagna di boicottaggio dei «treni della morte» e chissà ...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' una situazione fluida e dagli esiti imprevedibili. Forse non saremo in grado di evitare l'inizio della guerra, ma ne possiamo però condizionare la durata. Bush e Rumsfeld sperano ad esempio che quella contro l'Iraq sarà una guerra lampo. Nella loro lucida follia, si illudono che in pochi giorni sconfiggeranno l'esercito iracheno e che le truppe americane saranno accolte a braccia aperte dai festosi iracheni liberati. Sperano cioè in un «miracolo» che possa mettere a tacere il dissenso rispetto alle loro politiche espansioniste. Quello che è ragionevole supporre è invece che chi ha manifestato contro la guerra in questo periodo ritorni a casa così facilmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parlando delle nuove tecnologie che verranno impiegate nella guerra, hai recentemente parlato di una vera rivoluzione in corso ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono io a dirlo. Sono gli strateghi del Pentagono che affermano che la prima guerra del Golfo, nonostante l'incredibile campagna mediatica sui bombardamenti «chirurgici», non è stata la prima guerra «moderna», quanto l'ultima guerra combattuta secondo uno schema tradizionale. Curiosando fra quello che le think-tanks militari hanno elaborato negli ultimi tempi ci si accorge che tutti gli anni `90 sono stati attraversati da una fondamentale ridefinizione di tattiche e strategie che ha portato a quella che Rumsfeld ha, appunto, definito «la rivoluzione». La guerra in Iraq dovrebbe rappresentare il banco di prova di questo cambio di paradigma. La novità non viene solamente dall'ulteriore salto tecnologico delle armi che saranno impiegate - bombe che, grazie alla tecnologia laser, sono in grado di colpire con precisione millimetrica, l'utilizzo di micronde e campi elettromagnetici per mettere ko comunicazioni o, infine, l'uso di aerei telecomandati. No, il cambiamento viene da un mutamento di paradigma che sposta l'organizzazione militare verso un modello a rete, un modo di fare la guerra che viene definito network centric warfare. Si applicano cioè alla macchina bellica i paradigmi che sono alla base dell'economia postfordista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infatti, il modello di riferimento, proposto dalle teste d'uovo del Pentagono è proprio quello leggero e «minimalista» che governa un colosso della distribuzione americana come la catena Wal-Mart. Si importano cioè quelle strategie, il just in time ad esempio, che regolano l'odierna produzione nella new economy. Ci si avvale infatti di quei principi di sincronizzazione, in real-time, dei processi produttivi e distributivi che fanno si che l'operatore di cassa, con la semplice lettura ottica del codice a barra di una merce qualsiasi, intervenga in maniera istantanea su produzione e stoccaggio dell'articolo venduto. Tradotto in termini militari, i rivoluzionari del Pentagono pensano di creare unità di combattimento leggere, ri-assemblate in tempo reale, che somministrino potenza letale commisurata a quelle che sono le immediate contingenze del campo di battaglia. Tale modello é reso oggi possibile grazie all'immensa potenza in termini di capacità di flusso di informazione delle reti moderne, coniugata con un esteso uso di tecnologie di videosorveglianza e monitoraggio tramite l'uso di una nuova generazione di gadgets elettronici come sensori miniaturizzati e minuscole videocamere robotizzate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il modello postfordista fornisce anche lo schema organizzativo dei processi decisionali. Nel nuovo paradigma leggero, le unità di combattimento sarebbero organizzate secondo un modello a reti orizzontali in uno stato di fluida ricombinazione permanente. Unità autonome che hanno potere decisionale immediato senza coinvolgimento della tradizionale catena di comando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si parla anche di nuovi approcci tattici..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' previsto un utilizzo della forza non più secondo un modello lineare, fatto di incrementi progressivi. Si farà infatti uso di una strategia shock and awe, che procede attraverso l'erogazione di inaudita potenza distruttrice a sbalzi. Un modello in cui da una parte si isola il nemico polverizzando le infrastrutture della comunicazione e dall'altra si incrementa il caos del teatro di guerra procedendo ad una sistematica terrorizzazione della popolazione civile. E' ovvio che, al di là di qualsiasi considerazione etica, queste strategie pongono problemi di ordine logistico. Unità leggere ed autonome, così criticamente dipendenti dalla stabilità del flusso informazionale locale/globale, sono anche ovviamente assai vulnerabili. Cosa, infatti, potrebbe succedere se nel bel mezzo della battaglia tali networks venissero hackerati da terroristi, o molto più semplicemente da qualche brufoloso quindicenne del Midwest? In realtà il Pentagono affianca a questo schema «leggero» un segreto backup (piano di emergenza) «pesante»: il nucleare. Di fatto, è questo, il poco pubblicizzato obbiettivo reale che muove la crociata dei rivoluzionari. Rompere il tabù nucleare, far passare cioè nell'opinione pubblica, la legittimità di un uso sempre più routinario delle armi nucleari. Siamo di fronte ad un drammatico shift di paradigma, una escalation in cui l'uso del nucleare non è più la estrema ratio a cui ricorrere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'é infine un ulteriore terrificante scenario. Un analisi di quanto pubblicato negli ultimi anni sulla letteratura scientifica del settore, rivela come la ragione intrinseca per cui il governo americano ha attivamente sabotato la creazione di un trattato internazionale per la limitazione dello sviluppo di armi biologiche é perchè gli Usa stanno appunto lavorando alacremente alla messa a punto di un sempre più potente e devastante biological warfare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale sarà il ruolo della «guerra di propaganda» in questo mutamento delle strategie militari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche su questo versante i rivoluzionari del Pentagono si accingono ad operare un sostanziale salto di paradigma. Stiamo assistendo in questi giorni all'addestramento militare, un vero e proprio combat training, di centinaia di giornalisti dei principali media nazionali. Questa volta dunque, i media saranno presenti sul campo di battaglia. Una gigantesca operazione di public relation da parte del Pentagono. E' ovvio che dobbiamo farci ben poche illusioni su quelli che saranno i livelli di obbiettività offerti da questi operatori mediatici con l'elmetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cosa accadrà negli Stati uniti?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per prima cosa va registrata l'assenza dalla scena pubblica dell'area liberal del partito Democratico. A differenza di quanto succedeva negli anni `60, il movimento della pace non ha saputo ancora catalizzare, come avvenne allora, quelle forze della sinistra del partito democratico che fecero del rifiuto alla guerra la piattaforma per la candidatura di Kennedy. La cosa grave non è che la maggior parte dei repubblicani si sono persi dietro a questo folle avventurismo dell'amministrazione Bush, ma è che il partito Democratico ha perso qualsiasi contatto con la propria base.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inoltre, negli Usa stiamo assistendo ad involuzione autoritaria senza precedenti. Dico senza precedenti, non perchè gli Stati uniti non abbiano nel passato conosciuto fasi di repressione di pari intensità. Da un punto di vista strettamente giuridico, le incredibili limitazioni alle garanzie e libertà personali contenute nell'Usa Patriot Act non sono certo peggiori di quanto accadde negli anni `20 o '50. Oggi ci troviamo di fronte a forme pervasive di controllo sociale che puntano a prevenire e repimere forme di dissenso sociale e politico. Le leggi approvate prima e dopo l'11 settembre rendono più sofisticati le forme di controllo sociale già operanti, ad esempio, nelle grandi metropoli. Basti pensare al sempre più pervasivo uso della videosorveglianza o alla definizione dei gruppi sociali a rischio su cui contentrare le operazioni di polizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, sempre sul piano interno, pessime notizie vengono dal mondo del lavoro, dove siamo di fronte ad una fase di ripiegamento dell'offensiva sindacale. Ho già detto che molti quadri sindacali si sono pronunciati contro la guerra contro l'Iraq, ma uno degli effetti della guerra permanente al terrorismo é stato la riduzione del numero di vertenze sindacali. L'attuale clima di isteria xenofoba sta infatti avendo pesanti ripercussioni nel mondo del lavoro. Si pensi a quanto succede qui a Los Angeles dove il 40 % della forza lavoro é composta di latinos che la guerra al terrorismo ha messo nel mirino di tutte le agenzie dell'inquietante Department of Homeland Security. Una prodigiosa stagione di rivendicazioni spesso vincenti si é arrestata e dal giorno alla notte l'organizzazione di lotte operaie e sindacli é diventata molto difficile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Su piano internazionale questo governo ha prodotto una profonda e probabilmente irreversibile frattura con il passato. l'attuale amministrazione ha rotto con il modello soft che ha segnato la presidenza di Bill Clinton. Erano quegli gli anni in cui il capitalismo mirava ad arginare i devastanti effetti della sua espansione a livello globale attraverso una gestione basata sul consenso. Clinton, dal posto di comando, operava con una gestione illuminata, magnanima, volta a non umiliare troppo i partners minori. Bush jr. opera, al contrario, secondo una strategia primordiale, sanguigna. Probabilmente, fra cento anni gli storici leggeranno questo periodo come la disperata risposta di un' insensata oligarchia alle tragiche contraddizioni eco-sistemiche poste dal modello di sviluppo capitalista. Una risposta feroce che impone il dominio americano sul pianeta al fine di tutelare, il più a lungo possibile, un insostenibile modello di sviluppo. Prima ancora dell'11 settembre, prima ancora dell'Iraq, questa amministrazione si è posta come obbiettivo ultimo quello di mantenere ad ogni costo l'egemonia americana nel mondo. Gli integralisti che occupano oggi la Casa Bianca vogliono prevenire l'avvento di una seconda superpotenza mondiale. In questo senso lo showdown finale sarà, non ora, con il mondo islamico ma bensì fra qualche decennio con l'oriente. Il vero target di questa svolta «imperialista» é la Cina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa fare dunque?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non credo che la rivoluzione sia possibile ma (ride), credo che, a questo punto, sia assolutamente necessaria. Dobbiamo recuperare la convinzione che esiste una reale alternativa a questo modello di sviluppo. In questa ottica, da studioso dei fenomeni urbanistici, io credo che un aspetto fondamentale venga dal ripensare il ruolo della città moderna. Una radicale ridefinizione della idea di città è infatti, secondo me, la chiave di volta per cominciare a costruire una società realmente basata su principi di giustizia sociale ed eguaglianza. Il segreto é li'. Siamo in una fase in cui la maggior parte dell'umanità vive in ipertrofiche aree metropolitane, megalopoli che si estendono a macchia d'olio e come un cancro metastatizzano e divorano ogni risorsa disponibile. Dobbiamo invertire questa tendenza e recuperare stili di vita che incoraggino un uso razionale delle risorse. Dobbiamo privilegiare modi di vivere gli spazi urbani che favoriscano prassi di scambio ed un maggior utilizzo, in comune, delle risorse. Non ho in mente niente di frugale, al contrario. Siamo in un periodo in cui le moderne tecnologie e l'incredibile ricchezza materiale che ci circondano ci permettono di vivere con livelli di agiatezza straordinari. Dobbiamo solo arrivare ad una razionalizzazione, affinché questo incredibile livello di benessere sia possibile per tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90186897?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90186897'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90186897'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90186897' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90178340</id><published>2003-03-05T07:10:00.000-08:00</published><updated>2003-03-05T07:10:54.250-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Per vendicare le Due Torri&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BOMBARDARE LA TORRE DI BABELE? &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;di Paolo Matthiae   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guerra giusta, guerra umanitaria, guerra intelligente, guerra preventiva. Ogni nuovo frammento di informazione sapientemente guidata che annuncia macabramente l’avvicinarsi quasi ineluttabile della guerra all’Iraq fa risuonare in maniera martellante un’aggettivazione della guerra stessa che tende nel modo più paradossale a presentarla insistentemente addirittura con connotazioni positive. Da quando l’evento tanto orribile e inaccettabile quanto inaudito, spettacolare ed enigmatico dell’abbattimento delle Twin Towers ha innescato l’annuncio solenne di una guerra lunga e necessaria, nel disorientamento generale, è cominciata ad affiorare nella coscienza di molti la percezione di una deriva di estrema pericolosità. Fino ad oggi la guerra è stata sempre sentita nel mondo occidentale moderno come il tipo estremo, e sostanzialmente comunque negativo, di soluzione delle controversie internazionali quando ogni altro metodo di raggiungere una soluzione si fosse rivelato impraticabile. Oggi, invece, la guerra viene presentata, senza alcuna esitazione e quasi con disinvoltura, come un mezzo naturale e per nulla ripugnante di attuazione di strategie politiche. L’annuncio stesso della guerra come necessaria e lunga è qualcosa di completamente inedito. Da un lato, infatti, le guerre sono state sempre presentate come un’estrema ratio cui si ricorre dolorosamente e quasi disperatamente se non si ha più modo di far fronte a una situazione di grave iniquità. Dall’altro, annunciando una guerra, si è sempre affermato che sarà breve, se possibile brevissima, magari lampo. Perché oggi i termini stessi degli annunci si sono ribaltati? Ovviamente, perché la guerra giusta, umanitaria, intelligente, preventiva è una guerra del tutto ‘innaturale’, in quanto, prima di tutto, non è una guerra tra rivali di simile o comparabile potenza, non è una guerra dall’esito comunque incerto, e in secondo luogo è una guerra chirurgica, nel senso che opera chirurgicamente nel corpo di uno solo dei contendenti, compiendo devastazioni laceranti in quel corpo con presunzione di straordinaria oculatezza, ma lasciando, almeno in principio, completamente al riparo da ogni rischio l’altro contendente. Le strane guerre dei nostri tempi, come è stato ripetutamente detto, non sono più guerre tra teoricamente eguali, ma tra sommamente diseguali, tra un ‘potentissimo’ e un ‘impotentissimo’, presentato come terribilmente pericoloso, anche se oggettivamente e notoriamente debolissimo.&lt;br /&gt;La storia dell’umanità ha conosciuto molti tipi di guerra che oggi noi abbiamo dimenticato, avendo, del tutto comprensibilmente, negli occhi e nei cuori le atrocità dell’ultima guerra mondiale e non riuscendo, del tutto incomprensibilmente, a fissare nelle nostre menti e nelle nostre coscienze i molti conflitti presenti sul pianeta nei nostri anni, i cui strazi umani non sono meno pesanti, anche se i loro scenari sono così lontani dalle regioni dell’Europa occidentale. Guerre rituali, guerre di saccheggio, guerre di conquista, guerre di religione, guerre di annessione sono state tipologie non rare nella storia più o meno remota dell’umanità, ma l’inedita guerra giusta, umanitaria, preventiva è, o piuttosto sembra, un genere nuovo finora sconosciuto, che in realtà ricomprende assai bizzarramente aspetti di quasi tutte le guerre dei tempi antichi e recenti con una spietatezza che dovrebbe essere del tutto occultata dalla definizione di ‘chirurgica’. È questo un termine che dovrebbe rassicurare completamente in un doppio senso nell’età del trionfo della comunicazione-spettacolo: da un lato, la chirurgia è una forma, anche se estrema, di cura e quindi di intervento positivo ovviamente in vista del ristabilimento della condizione di benessere dopo l’incursione del male e, dall’altro, la chirurgia è garanzia di precisione millimetrica, insuperabile e infallibile nell’estirpazione del male.&lt;br /&gt;La guerra preventiva che potrebbe abbattersi nei prossimi giorni sull’Iraq è ovviamente presentata come una guerra chirurgica per eccellenza, che sarebbe condotta con mezzi di una tale precisione che i danni alle popolazioni civili si pretenderebbero minimi e le distruzioni delle opere che costituiscono il patrimonio culturale o assenti o del tutto trascurabili. È ovvio che, al contrario, le angosce per le indicibili sofferenze cui saranno sottoposti uomini e donne in una guerra di distruzione amplissima su un solo fronte, nelle preoccupazioni di chiunque abbia una pur minima sensibilità umanitaria, abbiano una preminenza totale. Ma non può essere dimenticato che le perdite che il patrimonio culturale dell’umanità, nella probabile prossima guerra che potrà essere scatenata in Iraq, non potranno che essere di una gravità estrema.&lt;br /&gt;Tutta la regione meridionale dell’Iraq odierno, che corrisponde alla Bassa Mesopotamia e a quella che gli antichi chiamavano la Babilonia è, in senso reale e non metaforico, la vera culla della civiltà umana. È in questo territorio, che oggi appare come una piatta bassura sterminata in cui si alternano campi fertili, palmizi lussureggianti, canali d’irrigazione, melmosi acquitrini, inestricabili canneti e lembi di arido deserto, che durante la seconda metà del IV millennio a.C. si crearono le condizioni economiche e sociali uniche che portarono alla fioritura delle prime città della storia umana. Quello che fu senza dubbio un lungo e complesso processo è stato, certo equivocamente, designato con l’espressione fuorviante, ma certo assai plastica ed efficace, di ‘rivoluzione urbana’ per indicare la radicalità del mutamento, che peraltro nulla ebbe di repentino e improvviso. Artefici di questi mutamenti sostanziali dell’assetto e dell’organizzazione produttiva e sociale furono forse, insieme ai Sumeri, di cui conosciamo assai bene la lingua, la letteratura, la religione, l’ideologia da documenti dei secoli più tardi, anche una popolazione antichissima e ignota i cui resti linguistici sono rimasti nelle parlate sumeriche consegnate alla scrittura.&lt;br /&gt;Benché meccanismi di sviluppo economico di notevole complessità, ancora oggi assai discussi, abbiano determinato la lenta evoluzione dei villaggi calcolitici dell’alluvio mesopotamico meridionale verso la nuova realtà insediamentale dei centri urbani del mondo sumerico, è certo che una funzione essenziale e primaria ebbe l’accumulo delle eccedenze di cibo derivanti dall’agricoltura intensiva alimentata dall’irrigazione consentita dall’escavazione dei canali. Nella realtà sociale, la specializzazione dei mestieri e la stratificazione in classi furono i due caratteri salienti delle nuove strutture urbane, governate da gruppi elitari sacerdotali, responsabili sia della rivoluzionaria invenzione della scrittura cuneiforme e dell’organizzazione amministrativa centralizzata, che della pianificazione urbana e della creazione di forme dell’espressione simbolica. Città dotate di centri monumentali, dominate dal tempio della divinità poliade e cinte da lunghe mura turrite divennero rapidamente luoghi di eccezionale attrazione e concentrazione demografica. Esemplare è il caso di Uruk, la città sorta da un sinecismo di due centri, uno devoto al celeste dio Anu e l’altro luogo cultuale della grande dea Inanna, che, giustamente definita la prima città della storia, raggiunse, sembra già poco dopo il 3000 a.C., l’enorme estensione di 400 ettari entro l’alta cerchia delle mura che la tradizione attribuiva al suo mitico re Gilgamesh. Attorno a quegli anni decine di centri urbani si svilupparono nella regione alluvionale oggi compresa tra Baghdad a nord e Bassora a sud, da Kish a Akshak, da Sippar a Nippur, da Lagash a Umma, da Ur a Adab. Gli Accadi nelle contrade settentrionali e i Sumeri in quelle meridionali più prossime al Golfo Persico/Arabico, il Mare Inferiore degli antichi, furono i protagonisti di questo straordinario sviluppo economico, sociale, tecnologico e ideologico della più antica storia umana negli stessi decenni in cui nella Valle del Nilo si completava il processo per la formazione della più antica forma di Stato territoriale sotto il governo dei faraoni.&lt;br /&gt;I resti di questi centri urbani antichissimi cominciarono a essere riportati alla luce negli anni ’70 del XIX secolo e alcune esplorazioni archeologiche dei centri più famosi entrarono nella leggenda dell’archeologia orientale: tra tutti è da ricordare lo scavo britannico, durato dodici campagne tra la prima e la seconda guerra mondiale, e condotto da Leonard C. Woolley, a Ur, la città sumerica che una tradizione biblica collegava alle origini del patriarca Abramo. I tesori di questa epica esplorazione, provenienti soprattutto dal famoso ‘cimitero reale’ degli anni successivi alla metà del XXV secolo a.C., costituiscono oggi una delle ricchezze maggiori dei musei di Londra, di Philadelphia e di Baghdad. Fino a oggi, tuttavia, benché non poche centinaia di migliaia di testi cuneiformi siano affluite nei musei di tutto il mondo, si può affermare che è stato riportato alla luce non più dell’1% di quanto i deserti e le paludi dell’Iraq meridionale celano alla conoscenza storica.&lt;br /&gt;La Babilonia è, per dir così un giacimento culturale gigantesco e inesauribile, i cui resti non sono sempre facili da identificare sul terreno. Infatti, di norma nulla emerge delle rovine degli antichi edifici costruiti, anche se straordinariamente monumentali, in mattoni di fango che soprattutto negli alzati si sono dissolti per le distruzioni antiche e per gli agenti atmosferici dei secoli: di conseguenza, i siti antichi della Babilonia, largamente ma per nulla esaurientemente registrati a seguito di diverse prospezioni di superficie, appaiono come sistemi articolati di basse ondulazioni del terreno cosparse di cocci, che nell’arabo moderno vengono ancora indicate con l’antichissimo termine semitico comune di tell. Per avere un’idea della complessità degli studi topografici nella Bassa Mesopotamia, basti ricordare che, malgrado i ripetuti tentativi di molti archeologi, ancor oggi è ignota la localizzazione della celeberrima città di Accad, fondata attorno al 2350 a.C. dal grande Sargon e rimasta un centro cultuale importante per secoli fino all’età dell’impero neobabilonese di Nabucodonosor II, che, nella prima metà del VI secolo a.C., vi fece addirittura condurre scavi per rintracciare le fondazioni di un celebratissimo santuario.&lt;br /&gt;La Babilonia occidentale è il territorio compreso, in termini sommari, tra il moderno Kuwait e la regione di Baghdad e non v’è dubbio che edifici amministrativi governativi e installazioni militari tradizionali sono dispersi largamente in questo territorio a distanze anche molto brevi da centri antichi di straordinaria importanza. Per non fare che due esempi, una delle residenze ufficiali di Saddam Hussein si trova a poca distanza proprio dal grande palazzo reale di Nabucodonosor II nel cuore della città di Babilonia, la città santa del dio Marduk venerata non solo dagli antichi Mesopotamici, che neppure Alessandro osò distruggere e anzi elesse a sua nuova capitale, dove finì pure i suoi giorni. D’altro lato, un aeroporto militare sorge a breve distanza dalle rovine di Ur, la splendida capitale sumerica i cui resti sono ancora oggi, come nell’antichità, dominati dalla torre templare meglio conservata dell’archeologia mesopotamica, la ziqqurrat a tre terrazze sovrapposte del dio lunare Nanna.&lt;br /&gt;È da questi straordinari monumenti, che erano prestigiose sedi cultuali circondate da santuari dove erano gelosamente custoditi i testi di una millenaria tradizione culturale, che è nata la leggenda biblica della ‘Torre di Babele’, cioè della città di Babilonia, certamente la più grandiosa, rimasta a lungo incompiuta e per questo ritenuta, in ambiente ebraico, opera simbolica dell’arroganza e dell’empietà degli uomini. Ma in realtà la ziqqurrat di Babilonia fu completata da Nabucodonosor II e fu sicuramente visitata da viaggiatori greci prima che, profanata dall’achemenide Serse, divenisse per secoli un’immensa cava di mattoni. Gravissimo e per nulla ipotetico è il rischio di annientamento che corrono oggi lo spettacolare parco archeologico di Babilonia, mai distrutta da alcuno dei suoi conquistatori dopo che aprì le porte all’achemenide Ciro il Grande nel 539 a.C., e le rovine della sumerica Ur, risorta a seguito di una delle esplorazioni archeologiche più eccezionali del XX secolo. Già nella guerra del Golfo le rovine di Ur furono lambite dai bombardamenti e subirono solo danneggiamenti secondari e periferici. Ma i danni che possono subire oggi le centinaia di centri storici eretti incessantemente durante tre millenni di storia tra Baghdad e Bassora, in minima parte scavati solo per limitate superfici e in moltissimi casi ancora da esplorare, sono incalcolabili, perché molto spesso essi sfuggono ad ogni osservazione superficiale, se non si tratta delle aree urbane di città imponenti come Nippur o Uruk. Sia i devastanti bombardamenti aerei, sia i passaggi di truppe corazzate moderne è inimmaginabile che possano lasciare intatti gli innumerevoli tell della Mesopotamia meridionale se non forse in pochissimi casi particolarmente clamorosi ed evidenti. .&lt;br /&gt;Inoltre, un problema non meno grave per la salvaguardia e la tutela dell’incomparabile patrimonio archeologico dell’Iraq è costituito, qualora la guerra dovesse essere condotta in territorio iracheno, dalla situazione conseguente a un’eventuale occupazione del paese. In questo caso si deve aggiungere che anche un’altra regione straordinariamente ricca di storia dell’Iraq correrebbe rischi estremi. Questa regione è l’Assiria, quell’estesa ondulata piana attorno alla moderna Mossul che si estende ad est del medio Tigri, dove tra gli inizi del III millennio e la fine del VII secolo a.C. fiorì la civiltà assira. È nelle capitali del mondo assiro tra IX e VII secolo a.C. – Nimrud, l’antica Kalkhu, Khorsabad, l’antica Dur Sharrukin e Quyunjiq, la rocca di Ninive – che negli anni ‘40 del XIX secolo iniziò l’archeologia orientale ad opera di francesi e inglesi, facendo affluire al British Museum e al Museo del Louvre le prime straordinarie testimonianze di quell’impero d’Assiria che i profeti di Israele chiamarono la ‘frusta di Yahwe’, il potere temporale cui il Dio d’Israele avrebbe affidato il compito di punire il suo popolo per le sue ripetute infedeltà ed empietà.&lt;br /&gt;Proprio per questo nell’interpretazione teleologica della storia dei Padri della Chiesa della tarda antichità l’impero d’Assiria è il più antico degli imperi provvidenziali connessi alla storia sacra: prima di quello neobabilonese cui fu affidato il compito di distruggere Gerusalemme, il suo tempio e le sue mura, prima di quello persiano che consentì il ritorno degli Ebrei in Palestina dopo l’esilio e prima di quello romano il cui dominio universale doveva rendere universale la fede cristiana. Se grande è il significato dell’impero d’Assiria nell’interpretazione biblica della storia della rivelazione, eccezionale per molti aspetti è il ruolo di quell’impero nella storia antica e per la trasmissione dei tesori della tradizione mesopotamica più antica. La cosiddetta Biblioteca di Assurbanipal, scoperta nei due più importanti palazzi reali di Ninive, è un immenso archivio di testi cuneiformi di ogni genere raccolti dal grande e colto sovrano assiro del VII secolo a.C., il Sardanapalo dei Greci, che hanno conservato i saperi, i poemi, i rituali del più antico mondo mesopotamico in migliaia di tavolette cuneiformi che sono oggi uno dei maggiori tesori del British Museum. D’altro lato, proprio i grandi re d’Assiria, da Assurnasirpal II a Sargon II a Sennacherib fino ad Assurbanipal, furono i committenti degli eccezionali cicli di rilievi storici che decoravano centinaia di metri delle pareti delle grandi residenze reali. Capolavori incomparabili dell’arte antica preclassica sono quelli delle epiche narrazioni delle gesta dei sovrani d’Assiria che culminano nelle squisite realizzazioni delle rappresentazioni delle celebri cacce di Assurbanipal: i musei di Londra, di Parigi, di Berlino, di Chicago, di New York, di Baghdad, di Mossul ospitano la maggior parte di questi famosi rilievi.&lt;br /&gt;La Babilonia e l’Assiria sono, rispettivamente nell’Iraq meridionale e settentrionale, regioni ricchissime di testimonianze archeologiche che potranno soffrire drammaticamente da un carente controllo del territorio in un paese eventualmente occupato dopo una devastante invasione.&lt;br /&gt;Già oggi, per un controllo territoriale certo attenuato sia nelle regioni sciite del Sud che nelle aree kurde nel Nord, i danni al patrimonio culturale sono stati cospicui. Le grandi città sumeriche di Umma, di Lagash e di Adab sono state oggetto negli anni recenti di scavi clandestini intensi e fortunati che hanno fatto affluire sui mercati antiquari dell’Occidente centinaia, se non migliaia, di tavolette cuneiformi di cui è perso per sempre il contesto archeologico di ritrovamento. Anche monumenti epigrafici inestimabili con iscrizioni reali di importanti sovrani dell’età di Hammurabi di Babilonia sono di recente comparsi sul mercato antiquario, rivelando che gli scavi clandestini devono negli ultimi dieci anni aver infierito nelle aree di importantissimi santuari del mondo sumerico e accadico dove certo queste opere erano state dedicate originariamente dai devoti sovrani mesopotamici degli inizi del II millennio a.C. Allo stesso modo, saccheggi e depredazioni si sono verificate nell’area del Kurdistan iracheno, dove ad esempio sono ripresi scavi clandestini nella stessa Khorsabad dove l’archeologia orientale iniziò nel 1843 ad opera del console francese di origine piemontese Paul Emile Botta e dove si sono verificate mutilazioni di alcuni dei grandi tori androcefali alati rimasti sul posto, che sono quasi un simbolo della civiltà assira.&lt;br /&gt;Quale sorte terribile attenda il patrimonio culturale dell’Iraq negli amplissimi territori dove fiorirono le civiltà di Babilonia e d’Assiria dopo una guerra devastante con un pressoché inesistente controllo del territorio non è difficile da immaginare. Motivo della più grande preoccupazione è l’analogia che può desumersi dal paragone con il disastro provocato ai beni culturali dell’area fenicia dalla ventennale guerra civile nell’assai meno esteso territorio del Libano: qui interi centri archeologici, come Kamid el-Loz, sono stati pressoché completamente spazzati via, importanti necropoli, come una di quelle di Tiro, sono state ripetutamente saccheggiate e distrutte e perfino i magazzini del Museo nazionale di Beirut non sono stati risparmiati. .&lt;br /&gt;E il Museo di Baghdad detiene oggi tesori inestimabili, come i ricchissimi corredi delle splendide tombe di alcune delle maggiori regine d’Assiria scoperte da archeologi iracheni tra il 1989 e il 1991 sotto le pavimentazioni del maggiore palazzo di Nimrud. Una grande mostra che le autorità culturali irachene stavano preparando d’accordo con il British Museum per far conoscere al mondo occidentale una delle maggiori scoperte dell’archeologia del XX secolo è stata bloccata dagli eventi bellici.&lt;br /&gt;Che fare per un patrimonio culturale che ha pochi paragoni sul pianeta in una situazione politico-militare di una gravità così estrema? Se solo il concerto internazionale di alcuni grandi paesi presenti nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, anche con il sostegno di decine di milioni di uomini e di donne che manifestano per la pace e contro la guerra ‘senza se e senza ma’, può forse salvare il popolo iracheno da una nuova catastrofe dopo lunghissimi anni di durissime sofferenze, sembra che solo l’Unesco possa intervenire con qualche efficacia per salvaguardare gli inestimabili beni culturali dell’Iraq da rischi terribili.&lt;br /&gt;L’Unesco con un’iniziativa eccezionale e senza precedenti deve proclamare le intere regioni della Babilonia e dell’Assiria ‘patrimonio mondiale’ in modo unilaterale e unanime. Il carattere straordinario dell’iniziativa sarebbe, da un lato, nel fatto che solo singoli monumenti o singoli siti archeologici sono di norma definiti patrimonio mondiale e non mai intere regioni di valore storico e, dall’altro, nel fatto che, per l’estrema urgenza, non sarebbero rispettate le lunghe istruttorie che usualmente accompagnano queste procedure e l’iniziativa di un singolo paese. Da quel momento bombardare un sito della Babilonia, sarebbe come lanciare bombe sul Louvre o su Pompei e percorrere con un esercito corazzato le contrade di un territorio cosparso di siti di interesse archeologico quasi sempre difficili da identificare e quindi da aggirare, sarebbe come far avanzare carri armati tra le tombe di Giza o tra le pietre di Stonehenge.&lt;br /&gt;La proclamazione della Babilonia e dell’Assiria ‘patrimonio mondiale’ da parte dell’Unesco imporrebbe, nel caso deprecabile di un’occupazione militare del territorio dell’Iraq ad opera di una potenza straniera, il rispetto di tutte le convenzioni e le dichiarazioni dell’Unesco stesso che prevedono in questi casi, anche per i paesi non firmatari, il rispetto di misure assai severe e assai rigorose di salvaguardia e di tutela del territorio.&lt;br /&gt;L’idea forte che i beni culturali, materiali e immateriali, sparsi sulla superficie del pianeta e retaggio di tradizioni secolari e millenarie, sotto qualunque latitudine, sono patrimonio comune pubblico dell’umanità che a essi non può tollerare di rinunciare in alcun caso, né per particolaristiche politiche di un singolo paese, né per egoismi di interessi privati, deve essere affermata con forza e i paesi che, per la loro tradizione di democrazia e il loro ruolo di grandi potenze, hanno maggiori responsabilità nell’affermazione di questi principi, devono essere d’esempio alla comunità internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paolo Matthiae è ordinario di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico, e preside della Facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90178340?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90178340'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90178340'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90178340' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90178290</id><published>2003-03-05T07:09:00.000-08:00</published><updated>2003-03-05T07:09:54.153-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Per vendicare le Due Torri&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;BOMBARDARE LA TORRE DI BABELE? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; di Paolo Matthiae   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guerra giusta, guerra umanitaria, guerra intelligente, guerra preventiva. Ogni nuovo frammento di informazione sapientemente guidata che annuncia macabramente l’avvicinarsi quasi ineluttabile della guerra all’Iraq fa risuonare in maniera martellante un’aggettivazione della guerra stessa che tende nel modo più paradossale a presentarla insistentemente addirittura con connotazioni positive. Da quando l’evento tanto orribile e inaccettabile quanto inaudito, spettacolare ed enigmatico dell’abbattimento delle Twin Towers ha innescato l’annuncio solenne di una guerra lunga e necessaria, nel disorientamento generale, è cominciata ad affiorare nella coscienza di molti la percezione di una deriva di estrema pericolosità. Fino ad oggi la guerra è stata sempre sentita nel mondo occidentale moderno come il tipo estremo, e sostanzialmente comunque negativo, di soluzione delle controversie internazionali quando ogni altro metodo di raggiungere una soluzione si fosse rivelato impraticabile. Oggi, invece, la guerra viene presentata, senza alcuna esitazione e quasi con disinvoltura, come un mezzo naturale e per nulla ripugnante di attuazione di strategie politiche. L’annuncio stesso della guerra come necessaria e lunga è qualcosa di completamente inedito. Da un lato, infatti, le guerre sono state sempre presentate come un’estrema ratio cui si ricorre dolorosamente e quasi disperatamente se non si ha più modo di far fronte a una situazione di grave iniquità. Dall’altro, annunciando una guerra, si è sempre affermato che sarà breve, se possibile brevissima, magari lampo. Perché oggi i termini stessi degli annunci si sono ribaltati? Ovviamente, perché la guerra giusta, umanitaria, intelligente, preventiva è una guerra del tutto ‘innaturale’, in quanto, prima di tutto, non è una guerra tra rivali di simile o comparabile potenza, non è una guerra dall’esito comunque incerto, e in secondo luogo è una guerra chirurgica, nel senso che opera chirurgicamente nel corpo di uno solo dei contendenti, compiendo devastazioni laceranti in quel corpo con presunzione di straordinaria oculatezza, ma lasciando, almeno in principio, completamente al riparo da ogni rischio l’altro contendente. Le strane guerre dei nostri tempi, come è stato ripetutamente detto, non sono più guerre tra teoricamente eguali, ma tra sommamente diseguali, tra un ‘potentissimo’ e un ‘impotentissimo’, presentato come terribilmente pericoloso, anche se oggettivamente e notoriamente debolissimo.&lt;br /&gt;La storia dell’umanità ha conosciuto molti tipi di guerra che oggi noi abbiamo dimenticato, avendo, del tutto comprensibilmente, negli occhi e nei cuori le atrocità dell’ultima guerra mondiale e non riuscendo, del tutto incomprensibilmente, a fissare nelle nostre menti e nelle nostre coscienze i molti conflitti presenti sul pianeta nei nostri anni, i cui strazi umani non sono meno pesanti, anche se i loro scenari sono così lontani dalle regioni dell’Europa occidentale. Guerre rituali, guerre di saccheggio, guerre di conquista, guerre di religione, guerre di annessione sono state tipologie non rare nella storia più o meno remota dell’umanità, ma l’inedita guerra giusta, umanitaria, preventiva è, o piuttosto sembra, un genere nuovo finora sconosciuto, che in realtà ricomprende assai bizzarramente aspetti di quasi tutte le guerre dei tempi antichi e recenti con una spietatezza che dovrebbe essere del tutto occultata dalla definizione di ‘chirurgica’. È questo un termine che dovrebbe rassicurare completamente in un doppio senso nell’età del trionfo della comunicazione-spettacolo: da un lato, la chirurgia è una forma, anche se estrema, di cura e quindi di intervento positivo ovviamente in vista del ristabilimento della condizione di benessere dopo l’incursione del male e, dall’altro, la chirurgia è garanzia di precisione millimetrica, insuperabile e infallibile nell’estirpazione del male.&lt;br /&gt;La guerra preventiva che potrebbe abbattersi nei prossimi giorni sull’Iraq è ovviamente presentata come una guerra chirurgica per eccellenza, che sarebbe condotta con mezzi di una tale precisione che i danni alle popolazioni civili si pretenderebbero minimi e le distruzioni delle opere che costituiscono il patrimonio culturale o assenti o del tutto trascurabili. È ovvio che, al contrario, le angosce per le indicibili sofferenze cui saranno sottoposti uomini e donne in una guerra di distruzione amplissima su un solo fronte, nelle preoccupazioni di chiunque abbia una pur minima sensibilità umanitaria, abbiano una preminenza totale. Ma non può essere dimenticato che le perdite che il patrimonio culturale dell’umanità, nella probabile prossima guerra che potrà essere scatenata in Iraq, non potranno che essere di una gravità estrema.&lt;br /&gt;Tutta la regione meridionale dell’Iraq odierno, che corrisponde alla Bassa Mesopotamia e a quella che gli antichi chiamavano la Babilonia è, in senso reale e non metaforico, la vera culla della civiltà umana. È in questo territorio, che oggi appare come una piatta bassura sterminata in cui si alternano campi fertili, palmizi lussureggianti, canali d’irrigazione, melmosi acquitrini, inestricabili canneti e lembi di arido deserto, che durante la seconda metà del IV millennio a.C. si crearono le condizioni economiche e sociali uniche che portarono alla fioritura delle prime città della storia umana. Quello che fu senza dubbio un lungo e complesso processo è stato, certo equivocamente, designato con l’espressione fuorviante, ma certo assai plastica ed efficace, di ‘rivoluzione urbana’ per indicare la radicalità del mutamento, che peraltro nulla ebbe di repentino e improvviso. Artefici di questi mutamenti sostanziali dell’assetto e dell’organizzazione produttiva e sociale furono forse, insieme ai Sumeri, di cui conosciamo assai bene la lingua, la letteratura, la religione, l’ideologia da documenti dei secoli più tardi, anche una popolazione antichissima e ignota i cui resti linguistici sono rimasti nelle parlate sumeriche consegnate alla scrittura.&lt;br /&gt;Benché meccanismi di sviluppo economico di notevole complessità, ancora oggi assai discussi, abbiano determinato la lenta evoluzione dei villaggi calcolitici dell’alluvio mesopotamico meridionale verso la nuova realtà insediamentale dei centri urbani del mondo sumerico, è certo che una funzione essenziale e primaria ebbe l’accumulo delle eccedenze di cibo derivanti dall’agricoltura intensiva alimentata dall’irrigazione consentita dall’escavazione dei canali. Nella realtà sociale, la specializzazione dei mestieri e la stratificazione in classi furono i due caratteri salienti delle nuove strutture urbane, governate da gruppi elitari sacerdotali, responsabili sia della rivoluzionaria invenzione della scrittura cuneiforme e dell’organizzazione amministrativa centralizzata, che della pianificazione urbana e della creazione di forme dell’espressione simbolica. Città dotate di centri monumentali, dominate dal tempio della divinità poliade e cinte da lunghe mura turrite divennero rapidamente luoghi di eccezionale attrazione e concentrazione demografica. Esemplare è il caso di Uruk, la città sorta da un sinecismo di due centri, uno devoto al celeste dio Anu e l’altro luogo cultuale della grande dea Inanna, che, giustamente definita la prima città della storia, raggiunse, sembra già poco dopo il 3000 a.C., l’enorme estensione di 400 ettari entro l’alta cerchia delle mura che la tradizione attribuiva al suo mitico re Gilgamesh. Attorno a quegli anni decine di centri urbani si svilupparono nella regione alluvionale oggi compresa tra Baghdad a nord e Bassora a sud, da Kish a Akshak, da Sippar a Nippur, da Lagash a Umma, da Ur a Adab. Gli Accadi nelle contrade settentrionali e i Sumeri in quelle meridionali più prossime al Golfo Persico/Arabico, il Mare Inferiore degli antichi, furono i protagonisti di questo straordinario sviluppo economico, sociale, tecnologico e ideologico della più antica storia umana negli stessi decenni in cui nella Valle del Nilo si completava il processo per la formazione della più antica forma di Stato territoriale sotto il governo dei faraoni.&lt;br /&gt;I resti di questi centri urbani antichissimi cominciarono a essere riportati alla luce negli anni ’70 del XIX secolo e alcune esplorazioni archeologiche dei centri più famosi entrarono nella leggenda dell’archeologia orientale: tra tutti è da ricordare lo scavo britannico, durato dodici campagne tra la prima e la seconda guerra mondiale, e condotto da Leonard C. Woolley, a Ur, la città sumerica che una tradizione biblica collegava alle origini del patriarca Abramo. I tesori di questa epica esplorazione, provenienti soprattutto dal famoso ‘cimitero reale’ degli anni successivi alla metà del XXV secolo a.C., costituiscono oggi una delle ricchezze maggiori dei musei di Londra, di Philadelphia e di Baghdad. Fino a oggi, tuttavia, benché non poche centinaia di migliaia di testi cuneiformi siano affluite nei musei di tutto il mondo, si può affermare che è stato riportato alla luce non più dell’1% di quanto i deserti e le paludi dell’Iraq meridionale celano alla conoscenza storica.&lt;br /&gt;La Babilonia è, per dir così un giacimento culturale gigantesco e inesauribile, i cui resti non sono sempre facili da identificare sul terreno. Infatti, di norma nulla emerge delle rovine degli antichi edifici costruiti, anche se straordinariamente monumentali, in mattoni di fango che soprattutto negli alzati si sono dissolti per le distruzioni antiche e per gli agenti atmosferici dei secoli: di conseguenza, i siti antichi della Babilonia, largamente ma per nulla esaurientemente registrati a seguito di diverse prospezioni di superficie, appaiono come sistemi articolati di basse ondulazioni del terreno cosparse di cocci, che nell’arabo moderno vengono ancora indicate con l’antichissimo termine semitico comune di tell. Per avere un’idea della complessità degli studi topografici nella Bassa Mesopotamia, basti ricordare che, malgrado i ripetuti tentativi di molti archeologi, ancor oggi è ignota la localizzazione della celeberrima città di Accad, fondata attorno al 2350 a.C. dal grande Sargon e rimasta un centro cultuale importante per secoli fino all’età dell’impero neobabilonese di Nabucodonosor II, che, nella prima metà del VI secolo a.C., vi fece addirittura condurre scavi per rintracciare le fondazioni di un celebratissimo santuario.&lt;br /&gt;La Babilonia occidentale è il territorio compreso, in termini sommari, tra il moderno Kuwait e la regione di Baghdad e non v’è dubbio che edifici amministrativi governativi e installazioni militari tradizionali sono dispersi largamente in questo territorio a distanze anche molto brevi da centri antichi di straordinaria importanza. Per non fare che due esempi, una delle residenze ufficiali di Saddam Hussein si trova a poca distanza proprio dal grande palazzo reale di Nabucodonosor II nel cuore della città di Babilonia, la città santa del dio Marduk venerata non solo dagli antichi Mesopotamici, che neppure Alessandro osò distruggere e anzi elesse a sua nuova capitale, dove finì pure i suoi giorni. D’altro lato, un aeroporto militare sorge a breve distanza dalle rovine di Ur, la splendida capitale sumerica i cui resti sono ancora oggi, come nell’antichità, dominati dalla torre templare meglio conservata dell’archeologia mesopotamica, la ziqqurrat a tre terrazze sovrapposte del dio lunare Nanna.&lt;br /&gt;È da questi straordinari monumenti, che erano prestigiose sedi cultuali circondate da santuari dove erano gelosamente custoditi i testi di una millenaria tradizione culturale, che è nata la leggenda biblica della ‘Torre di Babele’, cioè della città di Babilonia, certamente la più grandiosa, rimasta a lungo incompiuta e per questo ritenuta, in ambiente ebraico, opera simbolica dell’arroganza e dell’empietà degli uomini. Ma in realtà la ziqqurrat di Babilonia fu completata da Nabucodonosor II e fu sicuramente visitata da viaggiatori greci prima che, profanata dall’achemenide Serse, divenisse per secoli un’immensa cava di mattoni. Gravissimo e per nulla ipotetico è il rischio di annientamento che corrono oggi lo spettacolare parco archeologico di Babilonia, mai distrutta da alcuno dei suoi conquistatori dopo che aprì le porte all’achemenide Ciro il Grande nel 539 a.C., e le rovine della sumerica Ur, risorta a seguito di una delle esplorazioni archeologiche più eccezionali del XX secolo. Già nella guerra del Golfo le rovine di Ur furono lambite dai bombardamenti e subirono solo danneggiamenti secondari e periferici. Ma i danni che possono subire oggi le centinaia di centri storici eretti incessantemente durante tre millenni di storia tra Baghdad e Bassora, in minima parte scavati solo per limitate superfici e in moltissimi casi ancora da esplorare, sono incalcolabili, perché molto spesso essi sfuggono ad ogni osservazione superficiale, se non si tratta delle aree urbane di città imponenti come Nippur o Uruk. Sia i devastanti bombardamenti aerei, sia i passaggi di truppe corazzate moderne è inimmaginabile che possano lasciare intatti gli innumerevoli tell della Mesopotamia meridionale se non forse in pochissimi casi particolarmente clamorosi ed evidenti. .&lt;br /&gt;Inoltre, un problema non meno grave per la salvaguardia e la tutela dell’incomparabile patrimonio archeologico dell’Iraq è costituito, qualora la guerra dovesse essere condotta in territorio iracheno, dalla situazione conseguente a un’eventuale occupazione del paese. In questo caso si deve aggiungere che anche un’altra regione straordinariamente ricca di storia dell’Iraq correrebbe rischi estremi. Questa regione è l’Assiria, quell’estesa ondulata piana attorno alla moderna Mossul che si estende ad est del medio Tigri, dove tra gli inizi del III millennio e la fine del VII secolo a.C. fiorì la civiltà assira. È nelle capitali del mondo assiro tra IX e VII secolo a.C. – Nimrud, l’antica Kalkhu, Khorsabad, l’antica Dur Sharrukin e Quyunjiq, la rocca di Ninive – che negli anni ‘40 del XIX secolo iniziò l’archeologia orientale ad opera di francesi e inglesi, facendo affluire al British Museum e al Museo del Louvre le prime straordinarie testimonianze di quell’impero d’Assiria che i profeti di Israele chiamarono la ‘frusta di Yahwe’, il potere temporale cui il Dio d’Israele avrebbe affidato il compito di punire il suo popolo per le sue ripetute infedeltà ed empietà.&lt;br /&gt;Proprio per questo nell’interpretazione teleologica della storia dei Padri della Chiesa della tarda antichità l’impero d’Assiria è il più antico degli imperi provvidenziali connessi alla storia sacra: prima di quello neobabilonese cui fu affidato il compito di distruggere Gerusalemme, il suo tempio e le sue mura, prima di quello persiano che consentì il ritorno degli Ebrei in Palestina dopo l’esilio e prima di quello romano il cui dominio universale doveva rendere universale la fede cristiana. Se grande è il significato dell’impero d’Assiria nell’interpretazione biblica della storia della rivelazione, eccezionale per molti aspetti è il ruolo di quell’impero nella storia antica e per la trasmissione dei tesori della tradizione mesopotamica più antica. La cosiddetta Biblioteca di Assurbanipal, scoperta nei due più importanti palazzi reali di Ninive, è un immenso archivio di testi cuneiformi di ogni genere raccolti dal grande e colto sovrano assiro del VII secolo a.C., il Sardanapalo dei Greci, che hanno conservato i saperi, i poemi, i rituali del più antico mondo mesopotamico in migliaia di tavolette cuneiformi che sono oggi uno dei maggiori tesori del British Museum. D’altro lato, proprio i grandi re d’Assiria, da Assurnasirpal II a Sargon II a Sennacherib fino ad Assurbanipal, furono i committenti degli eccezionali cicli di rilievi storici che decoravano centinaia di metri delle pareti delle grandi residenze reali. Capolavori incomparabili dell’arte antica preclassica sono quelli delle epiche narrazioni delle gesta dei sovrani d’Assiria che culminano nelle squisite realizzazioni delle rappresentazioni delle celebri cacce di Assurbanipal: i musei di Londra, di Parigi, di Berlino, di Chicago, di New York, di Baghdad, di Mossul ospitano la maggior parte di questi famosi rilievi.&lt;br /&gt;La Babilonia e l’Assiria sono, rispettivamente nell’Iraq meridionale e settentrionale, regioni ricchissime di testimonianze archeologiche che potranno soffrire drammaticamente da un carente controllo del territorio in un paese eventualmente occupato dopo una devastante invasione.&lt;br /&gt;Già oggi, per un controllo territoriale certo attenuato sia nelle regioni sciite del Sud che nelle aree kurde nel Nord, i danni al patrimonio culturale sono stati cospicui. Le grandi città sumeriche di Umma, di Lagash e di Adab sono state oggetto negli anni recenti di scavi clandestini intensi e fortunati che hanno fatto affluire sui mercati antiquari dell’Occidente centinaia, se non migliaia, di tavolette cuneiformi di cui è perso per sempre il contesto archeologico di ritrovamento. Anche monumenti epigrafici inestimabili con iscrizioni reali di importanti sovrani dell’età di Hammurabi di Babilonia sono di recente comparsi sul mercato antiquario, rivelando che gli scavi clandestini devono negli ultimi dieci anni aver infierito nelle aree di importantissimi santuari del mondo sumerico e accadico dove certo queste opere erano state dedicate originariamente dai devoti sovrani mesopotamici degli inizi del II millennio a.C. Allo stesso modo, saccheggi e depredazioni si sono verificate nell’area del Kurdistan iracheno, dove ad esempio sono ripresi scavi clandestini nella stessa Khorsabad dove l’archeologia orientale iniziò nel 1843 ad opera del console francese di origine piemontese Paul Emile Botta e dove si sono verificate mutilazioni di alcuni dei grandi tori androcefali alati rimasti sul posto, che sono quasi un simbolo della civiltà assira.&lt;br /&gt;Quale sorte terribile attenda il patrimonio culturale dell’Iraq negli amplissimi territori dove fiorirono le civiltà di Babilonia e d’Assiria dopo una guerra devastante con un pressoché inesistente controllo del territorio non è difficile da immaginare. Motivo della più grande preoccupazione è l’analogia che può desumersi dal paragone con il disastro provocato ai beni culturali dell’area fenicia dalla ventennale guerra civile nell’assai meno esteso territorio del Libano: qui interi centri archeologici, come Kamid el-Loz, sono stati pressoché completamente spazzati via, importanti necropoli, come una di quelle di Tiro, sono state ripetutamente saccheggiate e distrutte e perfino i magazzini del Museo nazionale di Beirut non sono stati risparmiati. .&lt;br /&gt;E il Museo di Baghdad detiene oggi tesori inestimabili, come i ricchissimi corredi delle splendide tombe di alcune delle maggiori regine d’Assiria scoperte da archeologi iracheni tra il 1989 e il 1991 sotto le pavimentazioni del maggiore palazzo di Nimrud. Una grande mostra che le autorità culturali irachene stavano preparando d’accordo con il British Museum per far conoscere al mondo occidentale una delle maggiori scoperte dell’archeologia del XX secolo è stata bloccata dagli eventi bellici.&lt;br /&gt;Che fare per un patrimonio culturale che ha pochi paragoni sul pianeta in una situazione politico-militare di una gravità così estrema? Se solo il concerto internazionale di alcuni grandi paesi presenti nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, anche con il sostegno di decine di milioni di uomini e di donne che manifestano per la pace e contro la guerra ‘senza se e senza ma’, può forse salvare il popolo iracheno da una nuova catastrofe dopo lunghissimi anni di durissime sofferenze, sembra che solo l’Unesco possa intervenire con qualche efficacia per salvaguardare gli inestimabili beni culturali dell’Iraq da rischi terribili.&lt;br /&gt;L’Unesco con un’iniziativa eccezionale e senza precedenti deve proclamare le intere regioni della Babilonia e dell’Assiria ‘patrimonio mondiale’ in modo unilaterale e unanime. Il carattere straordinario dell’iniziativa sarebbe, da un lato, nel fatto che solo singoli monumenti o singoli siti archeologici sono di norma definiti patrimonio mondiale e non mai intere regioni di valore storico e, dall’altro, nel fatto che, per l’estrema urgenza, non sarebbero rispettate le lunghe istruttorie che usualmente accompagnano queste procedure e l’iniziativa di un singolo paese. Da quel momento bombardare un sito della Babilonia, sarebbe come lanciare bombe sul Louvre o su Pompei e percorrere con un esercito corazzato le contrade di un territorio cosparso di siti di interesse archeologico quasi sempre difficili da identificare e quindi da aggirare, sarebbe come far avanzare carri armati tra le tombe di Giza o tra le pietre di Stonehenge.&lt;br /&gt;La proclamazione della Babilonia e dell’Assiria ‘patrimonio mondiale’ da parte dell’Unesco imporrebbe, nel caso deprecabile di un’occupazione militare del territorio dell’Iraq ad opera di una potenza straniera, il rispetto di tutte le convenzioni e le dichiarazioni dell’Unesco stesso che prevedono in questi casi, anche per i paesi non firmatari, il rispetto di misure assai severe e assai rigorose di salvaguardia e di tutela del territorio.&lt;br /&gt;L’idea forte che i beni culturali, materiali e immateriali, sparsi sulla superficie del pianeta e retaggio di tradizioni secolari e millenarie, sotto qualunque latitudine, sono patrimonio comune pubblico dell’umanità che a essi non può tollerare di rinunciare in alcun caso, né per particolaristiche politiche di un singolo paese, né per egoismi di interessi privati, deve essere affermata con forza e i paesi che, per la loro tradizione di democrazia e il loro ruolo di grandi potenze, hanno maggiori responsabilità nell’affermazione di questi principi, devono essere d’esempio alla comunità internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paolo Matthiae è ordinario di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico, e preside della Facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90178290?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90178290'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90178290'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90178290' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90068468</id><published>2003-03-03T12:53:00.000-08:00</published><updated>2003-03-03T12:53:58.436-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>"EROS" ED "ERESIA": LA LIBERTÀ DI AMARE TRA GLI "APOSTOLICI" DI FRA DOLCINO &lt;br /&gt;Intervista a Gustavo Buratti, coordinatore del Centro Studi Dolciniani e direttore de "La Rivista Dolciniana" &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A cura di Lucia Mornese &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è difficile immaginare che molti "tabu" moderni traggano la loro origine nella storia "lontana" della civiltà occidentale, e nel medioevo in particolare, quando per lunghi secoli la figura femminile fu addirittura demonizzata e, in quanto "strega", fatta oggetto di una sistematica caccia, condanna e distruzione nei roghi e nelle torture più inumane. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo pertanto ritenuto utile cercare di capire, in questa materia, come fu posto, al contrario, il problema dell’amore e della sessualità nell’ambito dei movimenti "ereticali" medievali, e in particolare in quello che fu il più "radicale" per molti aspetti, cioè il movimento degli Apostolici, e intervistare a proposito Gustavo Buratti, coordinatore del Centro Studi Dolciniani di Biella e direttore del "La Rivista Dolciniana". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gustavo Buratti dedica la sua vita di studioso alla difesa ed al recupero delle culture minoritarie- è responsabile per l’Italia dell’Associazione Internazionale per la difesa delle Culture e delle Lingue Minacciate ed ha collaborato con Pier Paolo Pasolini in questa azione-, è uno dei maggiori poeti in lingua piemontese e profondo studioso dei movimenti ereticali della cosiddetta "Prima Riforma" ed in particolare dell’eresia "apostolica" di Segalello e Dolcino. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I movimenti ereticali, pauperistici medievali, sono stati accusati dall’ortodossia cattolica di propugnare il "libero amore", l’uso comune delle donne, e quindi di causare il disordine sessuale e sociale. Che c’è di vero in ciò? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’imputazione di devianza sessuale a carico degli eretici era sovente strumentale, derivando dalla mancanza di più completi capi di accusa, e da tipici marchi addossati per ribaltamento, proprio a quei movimenti che predicavano la castità: esemplare il caso dei Càtari, per i quali la ripulsa delle attività sessuali diede luogo ad una continua e fantasiosa calunnia di segno opposto: dal papa Gregorio IX furono persino accusati di dare baci osceni a rospi e gatti! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia, per quanto riguarda gli Apostolici di Dolcino, l’inquisitore Bernard Gui riferisce che, per ammissione degli eretici catturati, tra i venti "errori" da loro seguiti c’erano questi due: "è lecito per un uomo giacere nudo insieme ad una donna nuda nello stesso letto ed essere stimolato carnalmente finchè cessi la tentazione: questo non è peccato"e "giacere con una donna e non unirsi carnalmente è cosa più grande che resuscitare un morto". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In effetti queste affermazioni risultano da proposizioni attendibili del fondatore degli Apostolici, Gherardino Segalello e dei seguaci del suo successore, Dolcino. Tuttavia la "pratica della tentazione" non era un’invenzione degli Apostolici ma aveva un fondamento evangelico rifacendosi al versetto 12 del I capitolo dell’Epistola a Giacomo: "Beato l’uomo che sostiene la prova perché, dopo averla superata, egli riceverà in dono la vita eterna". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il famoso cronista Fra Salimbene da Parma (secolo XIII), riferisce comunque episodi boccacceschi della vita di Gherardino Segalello… &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la verità, Salimbene, tutto preso nel sottolineare che la donna è uno strumento del diavolo (non dimentichiamo che ancora nel V secolo nella Chiesa romana si negava che la donna avesse l’anima!), riteneva scandalosa la promiscuità in cui gli eretici viveveno, e denunciava il comportamento sessuale deviante (anche omosessualità) di "alcuni" apostolici; tuttavia egli stesso ammetteva che il Segalello, da lui bollato come "folle", "mentecatto", nondimeno era un puro. L’accusa di immoralità e di sodomia cadrà su fra Gherardino soltanto in seguito, quand’era incarcerato, in concomitanza della bolla di papa Onorio VI (1286), nella ricerca di nuove prove a carico degli eretici da reprimere, quando occorreva colpire e neutralizzare il giullare, poeta e creatore di "Misteri buffi" alla Dario Fo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto riguarda Dolcino, le fonti cattoliche che pur non gli risparmiarono ignominie d’ogni sorta, non fanno riferimento ad immoralità sessuale. Certamente la vita comunitaria, i ricoveri in stalle ed in grotte, la fuga dalle persecuzioni, la partecipazione alla rivolta montanara che li ha difesi e nascosti dai rastrellamenti delle forze vescovili, non consentiva certo di evitare la promisquità uomini-donne. Normale era quindi per Dolcino affermare che il sapersi comportare correttamente, anche in situazioni difficili, precarie, resistendo alle "tentazioni", avrebbe ben meritato; così come celebrare un culto in una stalla ed in una foresta era gradito a Dio tanto quanto in una chiesa consacrata, e forse di più! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma allora qual era in sostanza la morale sessuale di questi "eretici", in particolare di Dolcino e dei suoi discepoli? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’iniziale atteggiamento mentale alla base del comportamento apostolico, per cui, attuando letteralmente l’insegnamento evangelico, la "prova di castità" è strumanto di perfezione per il Cristiano, si affianca parallelamente un altro concetto, tipico del movimento del "Libero Spirito" sorto proprio in quei primi anni del XIV secolo, per cui il credente, in quanto pervaso dallo Spirito divino, non può peccare, anche in ciò che concerne l’ambito sessuale. I dolciniani non furono soltanto "contigui" ma finirono con l’unirsi agli assertori di questo movimento. L’apostolica Bartolomea Rubey, eremita di Savigno nel Bolognese, salì al rogo il 21 novembre 1307 (alcuni mesi dopo Dolcino) affermando che non è la verginità ad assicurare la salvezza e che "Dio è la libertà". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal culto della castità (Càtari) si giunse quindi alla finale osservazione del "non essere" del peccato sessuale: è questo un iter che percorsero diverse correnti ereticali , dai Valdesi, ai Beghini ed ai Fraticelli. Gli Apostolici passarono, prima, dalla fase della prova: cioè la castità intesa non come obbligo ma come volontario , libero esercizio di perfezionamento. Dunque, come afferma Corrado Mornese:"il non aver rapporti sessuali può essere solo una sublimazione, un’elevazione ad uno stadio super-umano. Umano è aver rapporti sessuali, non diabolico. Negli Apostolici ed in Gherardino, la questione sessuale è riportata al suo livello, quello della condizione umana, della natura, e come tale considerata senza complessi; concezione moderna, ampiamente condivisibile oggi e comunque lontana da forma di libertinaggio". .( C. Mornese, Gherardo Segarelli e gli albori della rivoluzione apostolica, in C. Mornese e G. Buratti (a c. di), Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi, Derive Approdi, Roma, 2000, pp. 141-142). E’ vero, ma da qui al "non essere" del peccato sessuale che avvelena l’effusione amorosa, il passo è breve… &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In che senso? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come è stato affemato, la "libertà dello spirito" richiedeva la"libertà della carne"… "il corpo non sarà una zavorra gravosa e diabolica, ma un sereno tempio di Dio. L’uomo insomma deve cantare il suo poema senza le costrizioni innaturali di una imposta purezza". (Rino Ferrari, Fra Gherardo Segalello, libertaario di &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dio, Centro Studi Dolciniani, Parma, 1997, p. 30). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se il comandamento evangelico fondamentale è "amare il prossimo", ne consegue che il "peccato"- cui si possono ricondurre tutti i "peccati", al plurale- è unico, quello di rompere l’alleanza con Dio nuocendo al prossimo, asservendolo, sfruttandolo a profitto dell’egoismo individuale, così ferendo il singolo e la comunità. La Chiesa romana, viceversa, continuerà ad essere sessofobica sino all’esasperazione, dimenticando che la sua collusione con il Potere, sempre e dovunque, è "peccato". Nella confessione la domanda rituale (specie ai giovani) diverrà il "quante volte?". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va infine sottolineato come i movomenti ereticali abbiano costituito un rivoluzionario fattore di liberazione della donna, che aderendovi vi recuperava dignità e rispetto. La donna valdese, apostolica (emblematica a questo riguardo è Margherita, figura leader come e con Dolcino), predicava, agiva in piena indipendenza. In questo il Catarismo fu esemplare, costituendo, prima ancora di un’ eresia religiosa, un’eresia sociale. In una società medievale maschilista, schiavista, razzista, l’ Occitania (cioè la Francia meridionale odierna, un tempo Aquitania, contea di Tolosa e Provenza, agli albori del del XIII secolo ancora indipendente dai re di Parigi), percorsa dal pensiero càtaro, aveva non soltanto idealizzato la donna, onorata dalla letteratura trobadorica, ma le riconosceva competenze politiche ed amministrative; i conti di Tolosa erano imparentati con famiglie "more", cioè musulmane; gli ebrei non erano chiusi nei ghetti, ma partecipavano alla vita politico-amministrativa della città; praticamente non esistevano i servi della gleba e neppure i feudatari latifondisti. Fu appunto questa eresia "sociale", prima ancora di quella religiosa, pretestuosa, a scatenare la feroce guerra di conquista condotta dai re capetingi e dai papi durante un mezzo secolo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel movimento apostolico il rapporto uomo-donna non aveva legami matrimoniali, proprio perché la donna era liberata da quella concezione patrimoniale che la riduceva a "proprietà" dell’uomo: si trattava quindi di una libera convivenza, ed è facile immaginare come una tale situazione familiare fosse ritenuta scandalosa per la Chiesa romana. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quale, dunque, la conclusione, l’aspetto "attuale" della concezione degli Apostolici ? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La conclusione è che la sessualità, e cioè l’unione fisica di una donna e di un uomo (senza la quale non v’è generazione) deve essere concepita, per chi è credente, come dono di Dio, del tutto naturale come il germogliare degli alberi a primavera. Una "bellezza", e non una "bruttura" necessaria a mala pena tollerata. Prendiamo atto che le Chiese (non solo quella romana, ma anche le protestanti fondamentaliste) non sono riuscite a raggiungere su questo punto un ruolo creativo e propositivo, ma più evidentemente reattivo, una reazione agli antipodi, estrema. Riteniamo dunque quanto mai attuale un Segalello, un Dolcino, il movimento del "Libero Spirito". L’uomo non deve essere occupato a sviluppare il proprio ego, per non dimenticare che tutto vive in armonica duplicità e che, dunque, il corpo non è inferiore rispetto all’anima, ma ne è unito. Certo, occorre guidarlo nei suoi istinti che possono stordire, "far perdere la testa", condizionarti nella tua libertà e nel rispetto dell’altro, ma la strada migliore non sarà quella della negazione, della repressione, ma quella della libertà consapevole e responsabile, dove l’eros e le gioie ottenute con il corpo non devono essere intossicate dal complesso del "peccato", ma assumere il loro vero colore, e sono parti del linguaggio, quindi della comunicazione, della conoscenza e appunto "dell’amore". &lt;br /&gt;  &lt;br /&gt;  èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90068468?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90068468'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90068468'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90068468' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90068038</id><published>2003-03-03T12:45:00.000-08:00</published><updated>2003-03-03T12:45:13.420-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Postfazione a L’individuazione psichica e collettiva&lt;br /&gt;Moltitudine e individuazione (di Gilbert Simondon)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Paolo Virno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le forme di vita contemporanee attestano la dissoluzione del concetto di "popolo" e la rinnovata pertinenza del concetto di "moltitudine". Stelle fisse del grande dibattito seicentesco da cui discende buona parte del nostro lessico etico-politico, questi due concetti si collocano agli antipodi. Il "popolo" ha una indole centripeta, converge in una volonté générale, è l’interfaccia o il riverbero dello Stato; la moltitudine è plurale, rifugge dall’unità politica, non stipula patti né trasferisce diritti al sovrano, recalcitra all’obbedienza, inclina a forme di democrazia non rappresentativa. Nella moltitudine, Hobbes ravvisò la massima insidia per l’apparato statale ("I cittadini, allorché si ribellano allo Stato, sono la moltitudine contro il popolo" [Hobbes, 1652: XII, 8]), Spinoza la radice della libertà. Dal Seicento in poi, quasi senza eccezioni, ha prevalso incondizionatamente il "popolo". L’esistenza politica dei molti in quanto molti è stata espunta dall’orizzonte della modernità: non solo dai teorici dello Stato assoluto, ma anche da Rousseau, dalla tradizione liberale, dallo stesso movimento socialista. Oggi, però, la moltitudine prende la sua rivincita, caratterizzando tutti gli aspetti della vita associata: costumi e mentalità del lavoro postfordista, giochi linguistici, passioni e affetti, modi di intendere l’azione collettiva. Quando si constata questa rivincita bisogna scansare almeno un paio di sciocchezze. Non è che la classe operaia si sia beatamente estinta per far posto ai "molti": piuttosto, e la faccenda è di gran lunga più complicata e interessante, gli operai odierni, tali restando, non hanno più la fisionomia del popolo, ma esemplificano a perfezione il modo di essere della moltitudine. Inoltre, affermare che i "molti" caratterizzano le forme di vita contemporanee non ha nulla di idillico: le caratterizzano tanto nel male quanto nel bene, nel servilismo non meno che nel conflitto. Di un modo di essere si tratta: diverso da quello "popolare", certo, ma, in sé, non poco ambivalente, essendo provvisto anche di suoi specifici veleni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La moltitudine non accantona con gesto sbarazzino la questione dell’universale, del comune/condiviso, insomma dell’Uno, ma la riqualifica da cima a fondo. Anzitutto, si ha un rovesciamento nell’ordine dei fattori: il popolo tende all’Uno, i "molti" derivano dall’Uno. Per il popolo l’universalità è una promessa, per i "molti" una premessa. Muta, inoltre, la stessa definizione di ciò che è comune/condiviso. L’Uno verso cui il popolo gravita, è lo Stato, il sovrano, la volonté générale; l’Uno che la moltitudine ha alle proprie spalle consiste, invece, nel linguaggio, nell’intelletto come risorsa pubblica o interpsichica, nelle generiche facoltà della specie. Se la moltitudine rifugge dall’unità statale, è soltanto perché essa è correlata a tutt’altro Uno, preliminare anziché conclusivo. Su questa correlazione, già segnalata altre volte in passato, occorre interrogarsi più a fondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un contributo di gran conto è quello offerto da Gilbert Simondon, filosofo assai caro a Deleuze, finora quasi sconosciuto in Italia. La sua riflessione verte sui processi di individuazione. L’individuazione, ossia il passaggio dalla generica dotazione psicosomatica dell’animale umano alla configurazione di una singolarità irripetibile, è forse la categoria che, più di ogni altra, inerisce alla moltitudine. A guardar bene, la categoria di popolo si attaglia a una miriade di individui non individuati, intesi cioè come sostanze semplici o atomi solipsistici. Proprio perché costituiscono un immediato punto di partenza, anziché l’esito estremo di un processo accidentato, tali individui abbisognano dell’unità/universalità procacciata dalla compagine statale. Viceversa, parlando di moltitudine, si mette l’accento precisamente sull’individuazione, ovvero sulla derivazione di ciascuno dei "molti" da un che di unitario/universale. Simondon, come per altri versi lo psicologo sovietico Lev S. Vygotskij e l’antropologo italiano Ernesto de Martino, hanno posto al centro dell’attenzione proprio siffatta derivazione. Per questi autori, l’ontogenesi, cioè le fasi di sviluppo del singolo "io" autocosciente, è philosophia prima, unica analisi perspicua dell’essere e del divenire. Ed è philosophia prima, l’ontogenesi, proprio perché coincide in tutto e per tutto con il "principio di individuazione". L’individuazione consente di delineare il diverso rapporto Uno/molti cui si accennava poc’anzi (diverso, per intendersi da quello che identifica l’Uno con lo Stato). Essa, pertanto, è una categoria che concorre a fondare la nozione etico-politica di moltitudine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gaston Bachelard, epistemologo tra i maggiori del XX secolo, ha scritto che la fisica quantistica è un "soggetto grammaticale" al cui riguardo sembra opportuno impiegare i più eterogenei "predicati" filosofici: se a un singolo problema ben si adatta un concetto humeano, a un altro può convenire, perché no, un brano della logica hegeliana o una nozione tratta dalla psicologia della Gestalt. Parimenti, il modo di essere della moltitudine deve venir qualificato con attributi reperiti in ambiti diversissimi, talvolta persino alternativi tra loro. Reperiti, per esempio, nell’antropologia filosofica di Gehlen (sprovvedutezza biologica dell’animale umana, mancanza di un "ambiente" definito, povertà di istinti specializzati), nelle pagine di Essere e tempo dedicate alla vita quotidiana (chiacchiera, curiosità, equivoco ecc.), nella descrizione dei diversi giochi linguistici eseguita da Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche. Esempi tutti opinabili, questi. Incontrovertibile, invece, è l’importanza che assumono, come "predicati" del concetto di moltitudine, due tesi di Gilbert Simondon: 1) il soggetto è una individuazione sempre parziale e incompleta, consistendo piuttosto nell’intreccio mutevole di aspetti preindividuali e aspetti effettivamente singolari; 2) l’esperienza collettiva, lungi dal segnarne il decadimento o l’eclissi, prosegue e affina l’individuazione. Trascurando molto altro (compresa la questione, ovviamente centrale, di come si realizzi, secondo Simondon, l’individuazione), vale la pena, qui, concentrarsi su queste tesi alquanto controintuitive e perfino scabrose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Preindividuale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricominciamo da principio. La moltitudine è una rete di individui. Il termine "molti" indica un insieme di singolarità contingenti. Queste singolarità non sono, però, un dato di fatto inappellabile, bensì il risultato complesso di un processo di individuazione. Va da sé che il punto di avvio di ogni autentica individuazione è qualcosa di non ancora individuale. Ciò che è unico, irripetibile, labile, proviene da quanto invece è indifferenziato e generico. I caratteri peculiari dell’individualità affondano radici in un complesso di paradigmi universali. Già solo parlare di principium individuationis significa postulare una inerenza saldissima tra il singolare e l’una o l’altra forma di potenza anonima. L’individuale è effettivamente tale non perché si mantiene ai margini di ciò che è potente, come uno zombie esangue e rancoroso, ma perché è potenza individuata; ed è potenza individuata perché è solo una delle possibili individuazioni della potenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per fissare l’antefatto dell’individuazione, Simondon impiega l’espressione, niente affatto criptica, di realtà preindividuale. Ciascuno dei "molti" ha dimestichezza con questo polo antitetico. Ma che cos’è, propriamente, il "preindividuale"? Simondon scrive: "Si potrebbe chiamare natura questa realtà preindividuale che l’individuo porta con sé, sforzandosi di ritrovare nella parola ‘natura’ il significato che le attribuivano i filosofi presocratici: i Fisiologi ionici vi coglievano l’origine di tutte le specie di essere, anteriore all’individuazione; la natura è realtà del possibile, con le fattezze di quell’apeiron da cui Anassimandro fa scaturire ogni forma individuata. La Natura non è il contrario dell’Uomo, ma la prima fase dell’essere, là dove la seconda è l’opposizione tra individuo e ambiente" (Simondon 1989:196). Natura, apeiron (indeterminato), realtà del possibile, un essere ancora privo di fasi: e si potrebbe continuare con le variazioni sul tema. Qui, però, sembra opportuno proporre una definizione autonoma di "preindividuale": non contraddittoria con quella di Simondon, beninteso, ma da essa indipendente. Non è difficile riconoscere che, sotto la medesima etichetta, coesistono ambiti e livelli assai diversi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Preindividuale è, in primo luogo, la percezione sensoriale, la motilità, il fondo biologico della specie. E’ stato Merleau-Ponty, nella sua Fenomenologia della percezione, a osservare che "io non ho coscienza di essere il vero soggetto della mia sensazione più di quanto abbia coscienza di essere il vero soggetto della mia nascita e della mia morte" (Merleau-Ponty 1945: 293). E ancora: "la vista, l’udito il tatto, con i loro campi, sono anteriori e rimangono estranei alla mia vita personale" (ivi: 451). La sensazione rifugge da una descrizione in prima persona: quando percepisco, non è un individuo individuato a percepire, ma la specie come tale. Alla motilità e alla sensibilità si addice solo l’anonimo pronome "si": si vede, si ode, si prova dolore o piacere. E’ ben vero che la percezione ha talvolta una tonalità autoriflessiva: basti pensare al tatto, a quel toccare che è sempre, anche, un venir toccati dall’oggetto che si sta maneggiando. Colui che percepisce, avverte sé medesimo allorché si protende verso la cosa. Ma si tratta di un autoriferimento senza individuazione. E’ la specie che si autoavverte nel maneggio, non una singolarità autocosciente. Sbaglia chi, identificando due concetti indipendenti, sostiene che, dove vi è autoriflessione, lì si può constatare anche un’individuazione; o, viceversa, che, non essendovi individuazione, neanche è lecito parlare di autoriflessione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Preindividuale, a un livello più determinato, è la lingua storico-naturale della propria comunità di appartenenza. La lingua inerisce a tutti i locutori della comunità data, non diversamente da un "ambiente" zoologico, o da un liquido amniotico tanto avvolgente quanto indifferenziato. La comunicazione linguistica è intersoggettiva ben prima che si formino dei veri e propri "soggetti". Essendo di tutti e di nessuno, anche al suo riguardo primeggia l’anonimo "si": si parla. E’ stato soprattutto Vygotskij a sottolineare il carattere preindividuale, o immediatamente sociale, della locuzione umana: l’uso della parola, da principio, è interpsichico, cioè pubblico, condiviso, impersonale. Contrariamente a quanto riteneva Piaget, non si tratta di evadere da una originaria condizione autistica (cioè iperindividuale), imboccando la via di una progressiva socializzazione; al contrario, il fulcro dell’ontogenesi consiste, per Vygotskij, nel passaggio da una socialità a tutto tondo all’individuazione del parlante: "il movimento reale del processo di sviluppo del pensiero infantile si compie non dall’individuale al socializzato, ma dal sociale all’individuale" (Vygotskij 1934: 350). Il riconoscimento del carattere preindividuale ("interpsichico") della lingua fa sì che Vygotskij anticipi Wittgenstein nella confutazione di qualsivoglia "linguaggio privato"; inoltre, ed è ciò che più conta, permette di includerlo a buon diritto nella scarna lista dei pensatori che hanno messo al centro della scena la questione del principium individuationis. Tanto per Vygotskij che per Simondon, l’"individuazione psichica" (ossia la costituzione dell’Io autocosciente) avviene sul terreno linguistico, non su quello percettivo. Detto altrimenti: mentre il preindividuale insito nella sensazione sembra destinato a rimanere perennemente tale, il preindividuale coincidente con la lingua è invece suscettibile di una differenziazione interna che ha per esito l’individualità. Non è il caso, qui, di vagliare criticamente i modi con cui, per Simondon e per Vygotskij, si compie la singolarizzazione del parlante; né, tanto meno, di accludere qualche ipotesi supplementare. Ciò che importa è solo fissare lo scarto tra ambito percettivo (dotazione biologica senza individuazione) e ambito linguistico (dotazione biologica come base dell’individuazione).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Preindividuale, infine, è il rapporto di produzione dominante. Nel capitalismo sviluppato, il processo lavorativo mobilita i requisiti più universali della specie: percezione, linguaggio, memoria, affetti. Ruoli e mansioni, in ambito postfordista, coincidono largamente con l’"esistenza generica", con il Gattungswesen di cui parlano Feuerbach e il Marx dei Manoscritti economico-filosofici a proposito delle più basilari facoltà del genere umano. Preindividuale è certamente l’insieme delle forze produttive. Tra esse, però, ha un rilievo eminente il pensiero. Si badi: il pensiero oggettivo, non correlabile a questo o a quell’"io" psicologico, la cui verità non dipende dall’assenso dei singoli. Al suo riguardo, Gottlob Frege ha utilizzato una formula forse goffa, ma non poco efficace: "pensiero senza portatore" (cfr. Frege 1918) . Marx ha coniato invece l’espressione, famosa e controversa, di general intellect, intelletto generale: solo che, per lui, il general intellect (cioè il sapere astratto, la scienza, la conoscenza impersonale) è anche il "pilastro centrale nella produzione della ricchezza", là dove per "ricchezza" deve intendersi, qui e ora, plusvalore assoluto e relativo. Il pensiero senza portatore, ossia il general intellect, imprime la sua forma al "processo vitale stesso della società" (Marx 1857-1858: 403), istituendo gerarchie e relazioni di potere. In breve: è una realtà preindividuale storicamente qualificata. Su questo punto, non mette conto insistere più di tanto. Basti tenere presente che, al preindividuale percettivo e a quello linguistico, occorre aggiungere un preindividuale storico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90068038?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90068038'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90068038'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90068038' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90067417</id><published>2003-03-03T12:32:00.000-08:00</published><updated>2003-03-03T12:32:35.686-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Modernità del conflitto &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Alberto Burgio &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Introduzione&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      Che il 150° anniversario della pubblicazione del Manifesto del partito comunista non sia trascorso nell'indifferenza è di per sé, considerati i tempi, degno di nota. Non era scontato che ci si sarebbe decisi a ricordare; meno ovvio ancora era che si sarebbe sfruttata l'occasione per un lavoro di riflessione e di analisi. Lo si è fatto, invece. Sono stati molti e di buona qualità i convegni (a Parigi e a New York, a Roma e a Wuppertal, a Napoli e a Palermo); e svariate nuove edizioni del testo marx-engelsiano hanno visto la luce in Italia e all'estero, sovente accompagnate da introduzioni e saggi storico-critici di pregio(1). Il bilancio, insomma, è positivo. L'anniversario lascia un'eredità alla discussione. Resta forse una piccola - e peraltro tradizionale - ombra. Nella generalità dei casi anche le più recenti riletture del Manifesto sembrano fermarsi ai primi due capitoli, trascurando il resto. Non che la cosa stupisca. L'analisi critica della "letteratura socialista e comunista" della prima metà dell'Ottocento e la determinazione della "posizione" che i comunisti avrebbero dovuto assumere, secondo gli autori e i committenti del Manifesto, nell'àmbito degli schieramenti di opposizione in alcuni Paesi europei possono ben apparire materia di esclusivo interesse storico e in questa misura sembrare poco adatte alle riletture attualizzanti che per solito caratterizzano gli anniversari. E tuttavia l'impressione è che, in questo modo, si perdano di vista pezzi importanti del discorso complessivo e temi rilevanti anche al di fuori dello specifico contesto storico-politico. &lt;br /&gt;      Nel quarto capitolo, per esempio, è contenuta, sia pure per fugaci accenni, una teoria antievoluzionistica della rivoluzione secondo la quale in un determinato Paese la transizione al comunismo è tanto più rapida quanto più tarda è la modernizzazione capitalistica. Non è certo, a cavallo tra 1847 e '48, un tema inedito sotto la penna di Marx. Già quattro anni prima, sullo sfondo del confronto critico con Hegel, egli ne ha trattato a fondo, concentrandosi sullo scarto tra "sviluppo politico" e "sviluppo complessivo" (culturale e in specie filosofico) della Germania e sulle ambivalenti (non solo negative) conseguenze della "miseria tedesca"(2). A riprova della sua rilevanza, oltre vent'anni dopo sull'argomento tornerà a sua volta - e seguirà lo stesso filo di ragionamento - Engels, introducendo l'edizione del 1870 della Guerra dei contadini. Uno dei "vantaggi essenziali" degli operai tedeschi rispetto "agli operai del resto dell'Europa", scriverà, consiste proprio in ciò, "che i tedeschi sono arrivati pressoché da ultimi nel movimento operaio dell'epoca"(3). L'idea è da una parte che, essendosi sviluppato "sulle spalle dei movimenti inglese e francese", il movimento operaio tedesco possa "facilmente giovarsi delle esperienze da essi acquisite a caro prezzo ed evitare ora i loro errori, a quel tempo inevitabili"(4); dall'altra, che questa eredità irrobustisca un movimento operaio che ha viceversa di fronte una borghesia debole, immatura e, come scriverà Engels, "vile"(5): una borghesia che, sviluppatasi anch'essa tardivamente, "quando la borghesia degli altri Paesi dell'Europa occidentale è già politicamente al tramonto", è - al contrario di quanto avviene al movimento operaio - danneggiata da questo ritardo che le impedisce di insediarsi "comodamente al potere politico in Germania" quando ormai il dominio borghese "in Inghilterra e in Francia non è che una sopravvivenza"(6). A parte quest'ultima affermazione, consonante con la intonazione crollista di numerose pagine di Marx e di Engels, la tesi è rilevante nella misura in cui consente di elaborare un modello generale, peraltro coerente - a dispetto della loro ispirazione antimarxista(7) - con alcune tra le più influenti analisi storiche dello sviluppo. In base a una analisi che sarà condivisa, giudizi di valore a parte, dalla teoria classica della modernizzazione (Rostow e Gerschenkron)(8) e da alcune tra le sue più autorevoli riformulazioni (Bendix e Moore)(9), i Paesi "ritardatari" (la Germania e l'Italia; ma il discorso vale anche per la Russia zarista, a dispetto, direbbe il senno di poi, di chi imputa a Lenin il tradimento della lezione marx-engelsiana) appaiono a Marx ed Engels esposti, proprio perché giunti tardivamente allo sviluppo capitalistico, a conflitti sociali molto più acuti. E dunque sia alla possibilità di più rapide e incisive rivoluzioni sociali, sia (per ciò stesso) al rischio di una involuzione radicalmente reazionaria delle proprie borghesie: involuzione sulla quale pure Engels si soffermerà passando in rassegna i diversi alleati "di natura reazionaria" con i quali la borghesia tedesca dal 1848 in avanti aveva stretto accordi "per salvare la propria amata pelle"(10). Del resto, per quanto concerne la Russia non si tratta di lavorare di induzione o di fantasia. Alla prospettiva di una imminente rivoluzione in Russia Marx ed Engels faranno esplicito riferimento proprio concludendo la prefazione all'edizione russa del Manifesto nel 1882, quando saranno ben chiare le conseguenze politico-sociali dell'abolizione della servitù della gleba e del contrastato sviluppo industriale del Paese; e ancora per tutti gli anni Ottanta la prospettiva di un'evoluzione rivoluzionaria della comune agricola russa sarà al centro di numerose lettere (a Plechanov, Sorge, Vera ZasuliË, Bebel e Liebknecht) in cui Marx ed Engels sembrano fare propria la posizione di "ernypevskij(11)"&lt;br /&gt;      Un discorso per molti versi analogo può farsi per il terzo capitolo del Manifesto che, a sua volta, contiene preziose osservazioni critiche sulle componenti del movimento rivoluzionario da Marx ed Engels ritenute arretrate sul piano ideologico e non di rado attestate su posizioni politicamente irricevibili. Si tratta di pagine significative sia sul piano storico sia su quello teorico; e ciò per due ordini di ragioni. Intanto offrono una preziosa lezione di metodo. L'idea che le sottende, molto hegeliana, è che la costruzione di un movimento implichi una lotta aspra tra i diversi orientamenti che concorrono a definirne la linea: una lotta da combattersi nel rispetto reciproco e cercando di valorizzare gli elementi di ragione contenuti nelle diverse posizioni; ma da condursi altresì nella consapevolezza che la molteplicità dei punti di vista non costituisce di per sé un valore; che se essa va difesa come espressione di libertà, è tuttavia necessario cercare di superarla nello sforzo di raggiungere un punto di vista più alto e condiviso quale premessa di una prassi comune. In secondo luogo queste pagine sono importanti (e, come si cercherà di mostrare, attuali) per ragioni di merito. Gli argomenti critici chiamati in causa da Marx e da Engels nella polemica con le diverse forme di "socialismo" coinvolgono questioni cruciali della teoria politica e della stessa concezione della dinamica storica esposta nei primi due capitoli del Manifesto o a essi sottesa. In questione sono ancora il rapporto teorico e politico con la modernizzazione capitalistica, dunque il giudizio sul processo di sviluppo della società borghese e, su questo sfondo complessivo, la individuazione dei soggetti sociali da coinvolgere nella costruzione del movimento rivoluzionario; l'analisi delle molteplici articolazioni della borghesia; la determinazione delle forme del conflitto e dei suoi sviluppi strategici. Se questo è vero, non è forzato sostenere che le stesse argomentazioni contenute nei primi capitoli del Manifesto, a cominciare dalla questione della funzione "politico-storica" svolta dalla borghesia moderna, rischiano di apparire astratte ove non le si ponga in connessione con quanto Marx ed Engels scrivono commentando le posizioni dei vari critici "conservatori" o "reazionari" della modernità. &lt;br /&gt;      Ma non sono soltanto questi i motivi che raccomandano di procedere oltre i primi due capitoli - quelli più dichiaratamente politici (e indiscutibilmente più affascinanti) - verso una lettura integrale del Manifesto del partito comunista. In realtà è tutt'altro che scontato quanto si direbbe a prima vista ovvio, cioè il riferimento esclusivo degli altri capitoli alla stretta contingenza storica e dunque la loro irrilevanza per il lettore odierno interessato soltanto alla "attualità" del testo. Per ciò che attiene in particolare al terzo capitolo, la grande questione che centocinquant'anni fa definiva lo sfondo politico e teorico della riflessione marx-engelsiana è tuttora al centro del dibattito culturale e politico. Ancor oggi, spesso ben al di là di quanto gli stessi protagonisti della discussione vedano, è il giudizio sulla modernità - sui suoi effetti, i suoi tempi, le sue crisi, le sue prospettive o il suo lascito - a dividere. Alle spalle di tante polemiche in apparenza racchiuse dentro i limiti della stretta contingenza, o motivate viceversa da interessi puramente teorici, pesa questa questione irrisolta (irresolubile, nella misura in cui incrocia il giudizio politico sull'esistente) e puntualmente emergente a ogni tornante di crisi. Per di più, a far sì che anche le pagine del Manifesto in apparenza meno capaci di parlare al lettore odierno conservino la propria attualità è il fatto che proprio le posizioni avversate da Marx ed Engels siano, a ben guardare, ancora vive e in grado di esercitare una influenza significativa sugli orientamenti della sinistra anticapitalistica. Per ragioni che non è difficile immaginare nella loro specificità (e che con ogni probabilità hanno a che fare con il radicalizzarsi di alcuni tra i più tipici effetti perversi della modernità: la disgregazione delle società; lo sradicamento fisico e morale; la diffusione di sentimenti di precarietà e solitudine)(12) hanno ripreso vigore nell'ultimo venticinquennio argomentazioni classiche della posizione antimoderna. Naturalmente aggiornati nel dettaglio all'altezza dell'accresciuta potenza distruttiva dello sviluppo, sono tornati a occupare luoghi strategici della discussione e aree significative della cultura di sinistra temi tradizionali della critica della modernità: la protesta contro i guasti dell'individualismo e dell'ethos utilitaristico; la denuncia dell'anomia, della rottura del legame sociale, dell'offuscarsi delle identità individuali e collettive. Le fonti, sottotraccia, sono altrettanto classiche: Tönnies e Durkheim; Mauss e Polanyi; Weber e i Francofortesi; ma anche, alle loro spalle, Nietzsche, Proudhon, lo stesso Sismondi. E tipici sono altresì i modi della critica, in particolare la propensione alla negazione immediata della realtà: sia che le si contrapponga l'immagine perfetta di una modernità radicale, finalmente compiuta; sia che - più conseguentemente recuperando i classici toni del controcanto primitivistico - si vagheggi la fuga dalla civilizzazione, l'"esodo" verso la comunità originaria e il recupero dei valori "autentici" della solidarietà e del dono.&lt;br /&gt;      Nella misura in cui si intreccia a quella dello statuto della critica (del suo rapporto teorico e pratico con l'esistente), la questione dello stile intellettuale della critica stessa è politicamente cruciale. La sua impostazione nei termini di un contrasto frontale con la situazione data appare a Marx ed Engels effetto e causa di subalternità: frutto, per un verso, di una rappresentazione erronea della realtà come un tutto coerente, organico in ogni sua articolazione alle ragioni del dominante; premessa, per l'altro, di ineffettualità (e dunque di assoluta acquiescenza), proprio in conseguenza di questa incapacità di cogliervi contraddizioni e lacune. Lungo l'intero arco della loro riflessione, ma già con folgorante chiarezza nelle pagine del Manifesto, destinate a un movimento ancora informe, Marx ed Engels compiono una scelta teorica precisa. La trasformazione della realtà implica il suo riconoscimento: presuppone cioè la conoscenza della sua struttura complessa e contraddittoria e la capacità di operarne una lettura selettiva, scindendo nel suo seno ciò che costituisce un retaggio del vecchio mondo da quanto già prelude al nuovo. Hegel la chiamò dialettica, insistendo sulla sua oggettività: contraddizioni della cosa stessa; che dunque è di per sé movimento e terreno di conflitto. Trasportato sul piano delle scelte politiche concrete che attendono il nascente movimento operaio all'altezza della metà dell'Ottocento, il discorso concerne la valutazione della modernizzazione e dello sviluppo capitalistico. Della modernizzazione, cioè dello sviluppo capitalistico, posto che la loro identità è all'epoca scontata. Sul conto del processo Marx ed Engels formulano un giudizio ambivalente. Per un verso il passaggio alla modernità comporta l'affermarsi del dominio borghese (cioè lo spossessamento e lo sfruttamento di masse sterminate); per l'altro esso costituisce un movimento progressivo - e dunque da assecondare e favorire - nella misura in cui pone le condizioni del superamento di società statiche fondate sulla dipendenza personale e il patriarcato, il controllo religioso e l'analfabetismo, la confusione tra sfera pubblica e sfera privata e l'inerenza delle attività produttive ai rapporti di parentela o di comunità. A sua volta, il quadro prodotto dall'avvento dell'industria moderna è segnato da profonde contraddizioni sul cui costo sociale Marx non è certo reticente. Se "da un lato sono venute alla luce forze industriali e scientifiche di cui nessuna epoca della storia umana precedente ha avuto idea", "dall'altro vi sono sintomi di decadenza che offuscano gli orrori tramandatici sulla fine dell'impero romano"(13). E qui torna testualmente la lezione di Hegel. "Ai nostri giorni ogni cosa sembra portare in grembo il proprio contrario"(14). Come il maestro aveva denunciato che "nell'eccesso di ricchezza la società civile non è abbastanza ricca" da evitare "l'eccesso di povertà e la formazione della plebe"(15), così il discepolo osserva il "tangibile, sconvolgente e inconfutabile" "antagonismo tra l'industria e la scienza moderna da un lato, la moderna miseria e decadenza dall'altro"(16). Ciò nondimeno la previsione non è cupa. Le contraddizioni sono pervase da uno "spirito malizioso". Non le sole macchine sono l'"invenzione dell'epoca moderna", ma anche "gli operai"; e l'industria non porta con sé soltanto "il dominio del capitale e la schiavitù del salario", essa genera altresì la "rivoluzione sociale". Sbagliano dunque tutti i "meschini profeti del regresso" e con loro quanti desidererebbero "disfarsi delle conquiste della tecnica moderna"(17). Al contrario di quanto costoro pensano, è necessario agire dentro il processo di sviluppo della modernità, inserirsi nelle sue contraddizioni affinché le componenti progressive si radicalizzino e abbiano il sopravvento sugli aspetti arcaici in virtù dei quali ancora la forza (sotto diverse forme) opera come fattore decisivo. Il confine verso i vari "socialismi" che il terzo capitolo del Manifesto critica è segnato da questa prospettiva dialettica. Che non lascia spazio né al rimpianto (alla trasfigurazione di un passato che per Marx ed Engels è comunque bene avere superato) né all'utopia (al sogno di una società perfetta, speculare a quella esistente e realizzabile nell'immediato). &lt;br /&gt;      Quanto tutto questo sia tornato a pesare oggi nella discussione politica della sinistra è, o dovrebbe essere, a tutti evidente. Quando si dice fine del progresso o dello sviluppo oppure, nella vulgata più banale, fine del lavoro e della storia; quando si coniano neologismi prefissando il post- (in tema di sistemi produttivi e di rapporti tra fabbrica e società; sul piano delle analisi ideologiche o di quelle immediatamente filosofico-storiche); quando si celebrano le virtù dell'origine o la morte delle "grandi narrazioni", di nient'altro si parla, in ogni caso, che del senso storico e politico della modernità e dei tempi della sua vicenda. Suggerendo che questa si è esaurita e salutandone il più delle volte il presunto tramonto come una liberazione, quasi che ne debba obbligatoriamente sortire la instaurazione (restaurazione) di "nuove", più "alte" e "naturali" forme di vita. Si tratta, non è superfluo sottolinearlo, di affermazioni a dir poco opinabili. Appare discutibile la prima, nella misura in cui per modernità si intenda - con un autore non sospettabile di intenti apologetici - un'epoca connotata dall'"eclissi dell'autorità sacrale e personale" e dall'"affermazione della grande industria, della cultura scientifica e di un apparato statale centralizzato"(18). E sembra semplicemente sconsiderata la seconda, dal momento che il procedere della modernità - proprio la crescita di quel "particolare tipo di civiltà" che dopo Marx chiamiamo capitalistica e borghese(19) - ha comportato e comporta tuttavia, con i suoi orrori e le sue devastazioni, lo sviluppo dell'autonomia individuale, della mobilità sociale, della capacità riflessiva e della razionalità. Cioè di aspetti in sé progressivi, che tali rimangono a dispetto della violenza che ne connota le manifestazioni e benché nulla mai ne garantisca in partenza il buon uso. Senonché queste vedute a sinistra oggi appaiono inaudite, vieti ripiegamenti su mitologie illuministiche, testimonianze di indifferenza verso gli allarmi per i rischi corsi dall'ecosistema planetario. E, quel che è peggio, segni di sordità nei confronti delle grida di disperazione che salgono dalle megalopoli del terzo mondo e dalle stesse periferie della metropoli capitalistica, dalle masse di miseri costretti a migrare, dai nuovi schiavi, dalle vittime delle guerre e dei genocidi. L'esperienza del male che si accompagna al progresso alimenta il rimpianto per un passato immaginario e nutre la certezza che l'esaurirsi della modernità comporti (comporterebbe) ad ogni modo un guadagno. Ciò senza che nemmeno ci si chieda se la contraddittorietà del movimento storico non sia propria di ogni epoca, conseguendo alla relativa autonomia del genere umano dall'istinto. Senza che ci si avveda di quanto formidabile sia l'"attività prometeica" necessaria alla realizzazione di quella "armonia tra l'uomo e la natura" che tante utopie antimoderne pretendono da sempre virtualmente "esistente"(20). E senza che ci si curi del paradosso di una condanna del progresso sorretta dall'aspettativa di progressi ulteriori né della inconseguenza di una protesta contro la modernità in nome di valori - il rispetto della persona e dell'ambiente, la sicurezza individuale, il bene collettivo - che ne sono frutto. Così altri sono i convincimenti prevalenti, gli unici che appaiano rispettosi delle sofferenze generate dallo sviluppo. La fine del ventesimo secolo recupera, come si diceva, le critiche "radicali" della modernizzazione che nella prima metà del diciannovesimo ne accompagnarono gli esordi. Cambiano i nomi, non le ragioni che li chiamano in causa. Per questo non sembra un buon consiglio quello di lasciare cadere come anticaglie le "impietose critiche" di Marx ed Engels verso i "socialismi" del loro tempo.&lt;br /&gt;      Per dimostrare la tesi dell'importanza delle parti del Manifesto solitamente meno apprezzate dai lettori odierni, la prima parte di questo libro si concentra sul suo terzo capitolo, e in specie sul paragrafo in cui Marx ed Engels si occupano di quello che definiscono "socialismo conservatore o borghese". Dedicate alla rievocazione di una polemica, queste considerazioni si concentrano, in prospettiva storica, sui motivi per i quali Marx ed Engels criticano i diversi "socialismi" del loro tempo e in particolare Proudhon. Centrale in questa discussione è, come si è appena detto, il giudizio sulla modernizzazione capitalistica, che ai diversi "socialismi" appare foriera di regressione e che invece gli autori del Manifesto, che pure non ne ignorano i contraccolpi distruttivi, considerano fonte di progresso. La seconda parte del libro affronta quindi la questione della attualità di questa sezione del Manifesto, mirando a determinare in che misura la critica dei "socialismi" parli di posizioni tuttora cruciali nella vita alquanto stentata dei soggetti oggi impegnati nel tentativo di rilanciare il conflitto contro il capitale: di posizioni, anzi, persino più diffuse, presso talune cerchie, di quelle in qualche modo riconducibili alle teorie degli autori del Manifesto. Per evitare che il discorso risulti monco o che le riflessioni in esso contenute appaiano puramente negative, sarà allora indispensabile chiarire in quali termini analitici sembri utile porre il problema più drammatico oggi all'ordine del giorno nei Paesi "avanzati" - quello della disoccupazione di massa - e soffermarsi brevemente sulla questione della possibile (ri)costruzione di un movimento di lotta nella fase attuale dello sviluppo capitalistico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;    (1). Si ricordano qui, tra l'altro, le edizioni introdotte o commentate da Eric J. Hobsbawm (presso Rizzoli), Edoardo Sanguineti (Meltemi), Francisco Fernandez-Buey (El viejo topo), Lorenzo Riberi e Bruno Bongiovanni (Einaudi), e i saggi dedicati all'attualità del Manifesto da Rossana Rossanda (A centocinquant'anni dal Manifesto del partito comunista, "Finesecolo", iv [1998] 1); Gianfranco La Grassa, Il comunismo fallibile. A 150 anni dal "Manifesto", c.r.t., Pistoia 1998; Joseph Buttigieg - Neve Gordon - Jacinda Swanson (La lotta per i diritti umani è lotta per l'emancipazione?), Gu Jinping - Huang Yan (Il Manifesto e il Partito comunista cinese. Alcune riflessioni sulle lezioni della storia), Georges Labica (Le lezioni del Manifesto), Guido Oldrini (Lo "status" della concezione materialistica della storia alla vigilia del Manifesto), tutti in "marxismo oggi", 1998/3; Samir Amin (Le fiabe del Capitale. A centocinquant'anni dal Manifesto comunista, La meridiana, Molfetta 1999). &lt;br /&gt;    (2). Cfr. mew I, pp. 383-5 (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione).&lt;br /&gt;    (3). mew VII, p. 541 (Nota introduttiva a "La guerra dei contadini in Germania").&lt;br /&gt;    (4). Ibidem&lt;br /&gt;    (5). Ivi, p. 534.&lt;br /&gt;    (6). Ibidem.&lt;br /&gt;    (7). Cfr. in proposito Christopher Lasch, Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica [1991], Feltrinelli, Milano 1992, pp.               146 ss.&lt;br /&gt;    (8). Com'è noto, tanto ne Gli stadi della crescita economica (1960) quanto ne Il problema storico dell'arretratezza economica (1962) un forte accento è posto sugli squilibri determinati da uno sviluppo ritardato e in particolare sull'intensificarsi delle tensioni sociali e della conflittualità politica (onde l'insistenza di Rostow sull'alta probabilità che i Paesi "ritardatari" imbocchino la strada del "nazionalismo comunista").&lt;br /&gt;    (9). I casi italiano, tedesco e russo sono analizzati da Bendix in Stato nazionale e integrazione di classe (1964), dove l'approdo a regimi "non democratici" è posto in connessione con le contraddizioni sociali e i conflitti politici particolarmente aspri suscitati dal tardivo processo di modernizzazione. Benché attento soprattutto al quadro dei rapporti di forza tra i fondamentali soggetti politici e sociali della società premoderna, anche Moore (Le origini sociali della dittatura e della democrazia [1966]) sottolinea la connessione tra il ritardo nello sviluppo e l'affermarsi di soluzioni "rivoluzionarie" (dall'alto nel caso di Germania e Italia, di tipo contadino nel caso russo e cinese).&lt;br /&gt;    (10). mew VII, p. 535 (Nota introduttiva a "La guerra dei contadini in Germania"). &lt;br /&gt;    (11). Cfr. su questi temi Pier Paolo Poggio, Marx, Engels e la rivoluzione russa, Centro ligure di storia sociale, Genova, 1994; Id., Comune contadina e rivoluzione in Russia. L'obpina, Jaca Book, Milano 1978; Solomon F. Bloom, The World of Nations. A Study of the National Implications in the Work of Karl Marx [1941], AMS Press, New York 1967, pp. 151-69; Ettore Cinnella, Marx e le prospettive della rivoluzione russa, in "Rivista storica italiana", n. 3, 1985; Bruno Bongiovanni, Le repliche della storia. Karl Marx tra la Rivoluzione francese e la critica della politica, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, pp. 171 ss; un'utile raccolta di testi è al riguardo il volume India Cina Russia, a cura di Bruno Maffi, Il Saggiatore, Milano 19652 (in part. pp. 234-52); sulla rilevanza della figura di "ernypevskij rimane fondamentale Franco Venturi, Il populismo russo, Einaudi, Torino 1952, 2 voll.&lt;br /&gt;    (12). Cfr a questo proposito Anthony Giddens, Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo [1990], il Mulino, Bologna 1994, la cui analisi degli attuali processi di crisi rimane tra le più lucide sin qui prospettate.&lt;br /&gt;    (13). mew XII, p. 3 (Discorso per l'anniversario del "People's Paper", pronunciato a Londra il 14 aprile 1856).&lt;br /&gt;    (14). Ibidem.&lt;br /&gt;    (15). Grundlinien der Philosophie des Rechts, § 245 (in Werke in zwanzig Bänden. Redaktion Eva Moldenhauer und Karl Markus Michel, Suhrkamp, Frankfurt a.M., Bd. VII [1970], p. 390). &lt;br /&gt;    (16). mew XII, p. 4 (Discorso per l'anniversario del "People's Paper", pronunciato a Londra il 14 aprile 1856). Un passaggio del primo libro del Capitale che sembra un calco dell'affermazione contenuta nella Filosofia del diritto è in mew XXIII, p. 675, dove Marx sottolinea come il principale effetto della "legge generale dell'accumulazione capitalistica" consista in "una accumulazione di miseria corrispondente all'accumulazione di capitale".&lt;br /&gt;    (17). mew XII, p. 4 (Discorso per l'anniversario del "People's Paper", pronunciato a Londra il 14 aprile 1856).&lt;br /&gt;    (18). Così Alberto Martinelli (La modernizzazione, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 83) a proposito di Reinhard Bendix, del quale al riguardo cfr. in particolare il classico Re o popolo. Il potere e il mandato di governare [1978], Feltrinelli, Milano 1980; cfr. Giddens, Le conseguenze della modernità, cit., pp. 102 ss.&lt;br /&gt;    (19). Shmuel N. Eisenstadt, A Reappraisal of Theories of Social Change and Modernization, in Hans Haferkamp - Neil J. Smelser (eds.), Social Change and Modernity, University of California Press, Berkeley 1992, p. 423 (cit. in Martinelli, La modernizzazione, cit., p. 104).&lt;br /&gt;    (20). Marshall Berman, L'esperienza della modernità [1982], il Mulino, Bologna 1985, p. 161.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;+++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90067417?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90067417'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90067417'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90067417' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90066926</id><published>2003-03-03T12:22:00.000-08:00</published><updated>2003-03-03T12:22:17.043-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Grammatica della moltitudine&lt;br /&gt;Per un’analisi delle forme di vita contemporanee&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Paolo Virno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. Popolo vs Moltitudine: Hobbes e Spinoza&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ritengo che il concetto di "moltitudine", da contrapporre a quello più familiare di "popolo", sia un attrezzo decisivo per ogni riflessione sulla sfera pubblica contemporanea. Occorre tener presente che l’alternativa tra "popolo" e "moltitudine" fu al centro delle controversie pratiche (fondazione degli Stati centrali moderni, guerre di religione ecc.) e teorico-filosofiche del XVII secolo. Questi due concetti in lizza tra loro, forgiatisi nel fuoco di contrasti acutissimi, giocarono un ruolo di prima grandezza nella definizione delle categorie politico-sociali della modernità. Fu la nozione di "popolo" a prevalere. "Moltitudine" è il termine perdente, il concetto che ebbe la peggio. Nel descrivere le forme della vita associata e lo spirito pubblico dei grandi Stati appena costituiti, non si parlò più di moltitudine, ma di popolo. Resta da chiedersi se oggi, alla fine di un lungo ciclo, non si riapra quella antica disputa; se oggi, allorché la teoria politica della modernità patisce una crisi radicale, la nozione allora sconfitta non mostri una straordinaria vitalità, prendendosi così una clamorosa rivincita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le due polarità, popolo e moltitudine, hanno come padri putativi Hobbes e Spinoza. Per Spinoza, la multitudo sta a indicare una pluralità che persiste come tale sulla scena pubblica, nell’azione collettiva, nella cura degli affari comuni, senza convergere in un Uno, senza svaporare in un moto centripeto. Moltitudine è la forma di esistenza sociale e politica dei molti in quanto molti: forma permanente, non episodica o interstiziale. Per Spinoza, la multitudo è l’architrave delle libertà civili (cfr. Spinoza 1677).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hobbes detesta – uso a ragion veduta un vocabolo passionale, ben poco scientifico – la moltitudine, si scaglia contro di essa. Nell’esistenza sociale e politica dei molti in quanto molti, nella pluralità che non converge in una unità sintetica, egli scorge il massimo pericolo per il "supremo imperio", cioè per quel monopolio della decisione politica che è lo Stato. Il modo migliore per comprendere la portata di un concetto – moltitudine, nel nostro caso – è di esaminarlo con gli occhi di chi lo ha combattuto con tenacia. A coglierne tutte le implicazioni e le sfumature è proprio colui che desidera espungerlo dall’orizzonte teorico e pratico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima di esporre concisamente il modo in cui Hobbes raffigura la detestata moltitudine, è bene precisare lo scopo che qui si persegue. Vorrei mostrare che la categoria della moltitudine (proprio qual è tratteggiata dal suo nemico giurato, Hobbes) aiuta a spiegare un certo numero di comportamenti sociali contemporanei. Dopo i secoli del "popolo" e quindi dello Stato (Stato-nazione, Stato centralizzato ecc.), torna infine a manifestarsi la polarità contrapposta, abrogata agli albori della modernità. La moltitudine come ultimo grido della teoria sociale, politica e filosofica? Forse. Un’intera gamma di fenomeni ragguardevoli – giochi linguistici, forme di vita, propensioni etiche, caratteri salienti dell’odierna produzione materiale – risulta poco o punto comprensibile, se non a partire dal modo di essere dei molti. Per indagare questo modo di essere, bisogna ricorrere a una strumentazione concettuale assai varia: antropologia, filosofia del linguaggio, critica dell’economia politica, riflessione etica. Occorre circumnavigare il continente-moltitudine, mutando più volte l’angolo prospettico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciò detto, vediamo brevemente come Hobbes delinea, da avversario perspicace, il modo di essere dei "molti". Per Hobbes, il contrasto politico decisivo è quello tra moltitudine e popolo. La sfera pubblica moderna può avere come baricentro o l’una o l’altro. La guerra civile, sempre incombente, ha la sua forma logica in questa alternativa. Il concetto di popolo, a detta di Hobbes, è strettamente correlato all’esistenza dello Stato; di più, ne è un riverbero, un riflesso: se Stato, allora popolo. In mancanza dello Stato, niente popolo. Nel De Cive, in cui è esposto in lungo e in largo l’orrore per la moltitudine, si legge: "Il popolo è un che di uno, che ha una volontà unica e cui si può attribuire una volontà unica" (Hobbes 1642: XII, 8; ma cfr. anche VI, 1, Nota).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La moltitudine, per Hobbes, inerisce allo "stato di natura"; dunque, a ciò che precede l’istituzione del "corpo politico". Ma il lontano antefatto può riemergere, come un "rimosso" che torna a farsi valere, nelle crisi che scuotono talvolta la sovranità statale. Prima dello Stato vi erano i molti, dopo l’instaurazione dello Stato vi è il popolo-Uno, dotato di una volontà unica. La moltitudine, secondo Hobbes, rifugge dall’unità politica, recalcitra all’obbedienza, non stringe patti durevoli, non consegue mai lo status di persona giuridica perché mai trasferisce i propri diritti naturali al sovrano. Questo "trasferimento", la moltitudine lo inibisce già solo per il suo modo di essere (per il suo carattere plurale) e di agire. Hobbes, che era un grande scrittore, sottolinea con mirabile lapidarietà come la moltitudine sia antistatale, ma, proprio per questo, antipopolare: "I cittadini, allorché si ribellano allo stato, sono la moltitudine contro il popolo" (ibidem). La contrapposizione tra i due concetti è qui portata al diapason: se popolo, niente moltitudine; se moltitudine, niente popolo. Per Hobbes e per gli apologeti seicenteschi della sovranità statale, moltitudine è un concetto-limite, puramente negativo: coincide cioè con i rischi che gravano sulla statualità, è il detrito che può talvolta inceppare la "grande macchina". Un concetto negativo, la moltitudine: ciò che non si è acconciato a divenire popolo, quanto contraddice virtualmente il monopolio statale della decisione politica, insomma un rigurgito dello "stato di natura" nella società civile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2. La pluralità esorcizzata: il "privato" e l’"individuale"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Com’è sopravvissuta la moltitudine alla creazione degli Stati centrali? In quali forme dissimulate e rachitiche ha dato segni di sé dopo la piena affermazione del moderno concetto di sovranità? Dove se ne avverte l’eco? Stilizzando all’estremo la questione, proviamo a identificare i modi in cui sono stati concepiti i molti in quanto molti nel pensiero liberale e nel pensiero democratico-socialista (dunque, in tradizioni politiche che hanno avuto nell’unità del popolo il proprio indiscutibile punto di riferimento).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel pensiero liberale l’inquietudine provocata dai "molti" è addomesticata mediante il ricorso alla coppia pubblico-privato. La moltitudine, che del popolo è l’antipode, prende le sembianze un po’ fantasmatiche e mortificanti del cosiddetto privato. Per inciso: anche la diade pubblico-privato, prima di diventare ovvia, si è forgiata tra lacrime e sangue in mille contese teoriche e pratiche; va tenuta, dunque, per un risultato complesso. Cosa c’è di più normale per noi che parlare di esperienza pubblica e di esperienza privata? Ma non è stata sempre scontata, questa biforcazione. La mancata ovvietà è interessante perché, oggi, siamo forse in un nuovo Seicento, ovvero in un’epoca in cui le vecchie categorie esplodono e altre bisogna coniare. Molti concetti che ci sembrano ancora stravaganti e inusuali – la nozione di democrazia non rappresentativa, per esempio – già tendono, forse, a ordire un nuovo senso comune, aspirando a loro volta a divenire "ovvie". Ma torniamo al punto. "Privato" non significa soltanto qualcosa di personale, che attiene all’interiorità di tizio o di caio; privato significa anzitutto privo: privo di voce, privo di presenza pubblica. Nel pensiero liberale la moltitudine sopravvive come dimensione privata. I molti sono afasici e lontani dalla sfera degli affari comuni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel pensiero democratico-socialista, dov’è che troviamo un’eco dell’arcaica moltitudine? Forse nella coppia collettivo-individuale. O meglio, nel secondo termine, nella dimensione individuale. Il popolo è il collettivo, la moltitudine è adombrata dalla presunta impotenza, nonché dalla sregolata irrequietezza, dei singoli individui. L’individuo è il resto ininfluente di divisioni e moltiplicazioni che si compiono lontano da lui. In quel che ha di propriamente singolare, il singolo sembra ineffabile. Come ineffabile è la moltitudine nella tradizione democratico-socialista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È bene anticipare una convinzione, che in seguito affiorerà a più riprese nel mio discorso. Credo che nelle odierne forme di vita, come pure nella produzione contemporanea (purché non si abbandoni la produzione – carica com’è di ethos, cultura, interazione linguistica – all’analisi econometrica, ma la si intenda come esperienza larga del mondo), si abbia percezione diretta del fatto che tanto la coppia pubblico-privato, quanto la coppia collettivo-individuale non reggono più, mordono l’aria, conflagrano. Ciò che era rigidamente suddiviso, si confonde e si sovrappone. È difficile dire dove finisce l’esperienza collettiva e dove comincia l’esperienza individuale. È difficile separare l’esperienza pubblica da quella cosiddetta privata. In questo appannamento delle linee di confine vengono meno, o comunque diventano ben poco affidabili, anche le due categorie del cittadino e del produttore, così importanti in Rousseau, Smith, Hegel e poi, sia pure come bersaglio polemico, nello stesso Marx.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La moltitudine contemporanea non è composta né da "cittadini" né da "produttori"; occupa una regione mediana tra "individuale" e "collettivo"; per essa non vale in alcun modo la distinzione tra "pubblico" e "privato". Ed è proprio a causa della dissoluzione di queste coppie così a lungo tenute per ovvie che non si può parlare più di un popolo convergente nell’unità statale. Per non intonare canzoncine stonate di stampo postmoderno ("il molteplice è il bene, l’unità la sciagura da cui guardarsi"), occorre però riconoscere che la moltitudine non si contrappone all’Uno, ma lo ridetermina. Anche i molti abbisognano di una forma di unità, di un Uno: ma, ecco il punto, questa unità non è più lo Stato, bensì il linguaggio, l’intelletto, le comuni facoltà del genere umano. L’Uno non è più una promessa, ma una premessa. L’unità non è più qualcosa (lo Stato, il sovrano) verso cui convergere, come nel caso del popolo, ma qualcosa che ci si lascia alle spalle, come uno sfondo o un presupposto. I molti devono essere pensati come individuazione dell’universale, del generico, del condiviso. Così, simmetricamente, occorre concepire un Uno che, lungi dall’essere un che di conclusivo, sia la base che autorizza la differenziazione, ovvero che consente l’esistenza politico-sociale dei molti in quanto molti. Dico questo solo per sottolineare che una riflessione odierna sulla categoria di moltitudine non sopporta semplificazioni ebbre, abbreviazioni disinvolte, ma ha da affrontare problemi aspri: anzitutto il problema logico (da riformulare, non da rimuovere) della relazione Uno/Molti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3. Tre approcci ai Molti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le determinazioni concrete della moltitudine contemporanea possono essere messe a fuoco sviluppando tre blocchi tematici. Il primo è molto hobbesiano: la dialettica fra paura e ricerca di sicurezza. È chiaro che anche il concetto di "popolo" (nelle sue articolazioni seicentesche, o liberali, o democratico-socialiste) fa tutt’uno con certe strategie volte a sventare il pericolo e a ottenere protezione. Sosterrò però (nella esposizione di oggi) che sono venute meno, tanto sul piano empirico che su quello concettuale, le forme di paura e i corrispondenti tipi di riparo cui è stata connessa la nozione di "popolo". Prevale invece una dialettica timore-riparo affatto diversa: essa definisce alcuni tratti caratteristici della moltitudine odierna. Paura-sicurezza: ecco una griglia o cartina di tornasole filosoficamente e sociologicamente rilevante per mostrare come la figura della moltitudine non è tutta "rose e fiori"; per individuare quali specifici veleni si annidino in essa. La moltitudine è un modo di essere, il modo di essere oggi prevalente: ma, come tutti i modi di essere, esso è ambivalente, ossia contiene in sé perdita e salvezza, acquiescenza e conflitto, servilismo e libertà. Il punto cruciale, però, è che queste possibilità alternative hanno una fisionomia peculiare, diversa da quella con cui comparivano nella costellazione popolo/volontà generale/Stato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo tema, che tratterò nella successiva giornata seminariale, è la relazione tra il concetto di moltitudine e la crisi dell’antichissima tripartizione dell’esperienza umana in Lavoro, Politica, Pensiero. Si tratta di una suddivisione proposta da Aristotele, ripresa nel Novecento soprattutto da Hannah Arendt, incistata fino a ieri nel senso comune. Una suddivisione che ora, però, è andata in pezzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il terzo blocco tematico consiste nel vagliare alcune categorie in grado di dirci qualcosa sulla soggettività della moltitudine. Ne esaminerò soprattutto tre: principio di individuazione, chiacchiera, curiosità. La prima è una austera e, a torto, trascurata questione metafisica: che cosa rende singolare una singolarità? Le altre due riguardano invece la vita quotidiana. È stato Heidegger a conferire alla chiacchiera e alla curiosità la dignità di concetti filosofici. Il modo in cui ne parlerò, pur giovandosi di certe pagine di Essere e tempo, è però sostanzialmente non-heideggeriano o anti-heideggeriano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;èèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90066926?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90066926'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90066926'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90066926' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90066465</id><published>2003-03-03T12:12:00.000-08:00</published><updated>2003-03-03T12:12:13.810-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>‘Public Sphere, labour, multitude. Strategies of resistance in Empire.’&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; Seminar organised by Officine Precarie in Pisa, with Toni Negri and Paolo Virno. Coordinator: Marco Bascetta. [5th February 2003].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Toni Negri:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I am perplexed when I confront the issue of the common. Every time I start to follow this theme -I don’t know why- it flees in all directions because&lt;br /&gt;it is so pregnant with  modern and ancient ideological suggestions...In fact, any attempt to distinguish it from the private, or the state, or the public in the French sense, is almost impossible, at least for me, for how my head works. Hence, I don’t claim to provide a conclusive definition and I have reservations with regard to definitions of strategy.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The common is something that escapes any Marxian positive definition of what is produced. For me, and I am a Marxist and stay a Marxist, the common is abstract labour: i.e. that ensemble of products and energies of work that gets appropriated by capital and thus becomes common. Basically, it is the result of the law of value. It is capitalism that creates the common. In Marx there isn’t a conception of the common that is a pre-capitalist common (yes, there are the commons, but they are not productive). If we want to reduce and bring the common within a modern conception we must accept this definition of the common as abstract labour, accumulated, consolidated. But abstract, accumulated, consolidated labour is never merely a quantity, an economic quantity, but it is an ensemble of relations that are relations of exploitation; or rather: hierarchical relations, schemes of division of labour, organisation and social diffusion of functions of command, reproductive hypotheses, consumption capacities etc.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Evidently, we have to start thinking this abstract, common, as something that is the common of exploitation. The question on the common -and here I start getting confused you see cause it is always the same word that gets used- is how to take the common away from exploitation? So long as we speak of the common we always speak of the common of exploitation. We all are commonly exploited. The common as something that is unexploited has been proposed a thousand times by all utopias, like for instance, regarding global goods such as air, water etc. No. Air and water are not there anymore, there are air and water that increasingly are exploited, absorbed, colonised, made to produce, turned into profit and that only in this way become common. The great capitalist expansion is that which goes to get forests, appropriates air and biological transformations become produced by the rainforest. This is globalisation: what makes common that rainforest that for me would have never been common.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Then the problem becomes to liberate the common from exploitation? What does this mean? First of all, we have to grant capital that it has, through abstract labour, put us in this happy -so to speak, obviously- situation where we are able to speak about the common. There is no common before capital. There is no common before capitalist history imposed it. Then, I must go and see how this common works, which largely corresponds to public space, to the history of public space, because there is a modern production of public space that is disciplinary production, i.e. a production of public space organised by the capacity of expressing power on individuals, of commonly putting individuals to work, of imposing a common measure on their labour, a measure so common that all capital (Marx’s and capitalism in general) is based on an abstract temporal measure that constitutes the common [comunanza] of labour. The postmodern production in our world characterised by the investment of life by capital, becomes the mode of an extension of control not only simply on individuals but also on populations. When we talk of multitude, we do so in the face of this common colonisation of life.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Why do we start talking of the multitude and we pose the problem of the common, at this point, I think, still confusingly? There has been for instance an experiment, of the tradition of classical operaismo, which was that of attempting a subjectivation of abstract labour. Practically, one of the fundamental elements of this dynamics of the common, of the common exploitation of the common, had become the working class: the working class was this attempt to subjectify a series of common structures within capitalist abstraction, within capitalist relations of exploitation. We used to call it the capitalist relation, the general relation that sees on the one hand the capitalist’s [padrone] subjectivity, of the enterpreneur, of capital as such; whilst on the other hand the working class, that of which one did not recognise the concrete specificity, but only looked at its capacity of posing itself within a wage relation, i.e. a quantitative relation, a capacity to divide this productive common. The wage was the ability to take a portion of this common product. Evidently, all this maintained that conception of the common, the working class had as its fundamental goal that of ‘managing’ (gestire) that common. Socialism had become represented as the management of this common according to the needs of the working class, not very differently from how capital did it, which proposed that this common was used for the reproduction of the system.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I can’t understand the public/private distinction from within this scheme, this situation, because I don’t think that public or private can identify alternatives at this point to that capitalist common that is the only one we have. The concept of the multitude can only emerge when the key foundation of this process (i.e. the exploitation of labour and its maximal abstraction) becomes something else: when labour starts being regarded, by the subjects that are at stake, involved in this process, in this continuous exchange of exploitation, as something that can no longer enter the relation, this relation of exploitation. When labour starts being regarded as something that can no longer be directly exploited.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;What is this labour that is no longer directly explited? Unexploited labour is creative labour, immaterial, concrete labour that is expressed as such.&lt;br /&gt;But you might say: exploitation is still there! Of course it is, but explotiation is exploitation of the ensemble of this creation, it is exploitation that has broken the common and no longer recognises the common as a substance that is divided, produced by labour, by abstract labour, and that is divided between capitalist and worker, and structures command and exploitation. Today capital can no longer exploit the worker; it can only exploit cooperation amongst workers, amongst labourers. Today capital has no longer that internal function for which it became the soul of common labour, which produced that abstraction within which progress was made. Today capital is parasitical because it is no longer inside; it is outside of the creative capacity of the multitude. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;That is why it makes war to perfect its control. War is a fundamental and destructive element that represents its parasitical nature. It is the element that wants to build the capitalist common, that wants to rebuild the body of capital, the people, the global people, the democratic people Bush tells us about, in this attempt to reinteriorise the common; whereas labour as activity constitutes the multitude, a multitude of singularities that is creative. As you can see, the common brings terrible confusion, cause I cannot really define it.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;On the other hand, if I started talking about the common as basis, I could even do it. Undoubtedly it is almost impossible to define creative labour today without starting from the common, and the active common of labour, i.e. the common that is construed by the cooperation of creative singularities. It is almost impossible to do it, it is obvious that today all institutional economists keep saying: it is external economies, economies of transactions, all this accumulation of intelligence, cultural exchange that constitutes the basis of production of value. But this basis of the production of value is not there unless it goes through the capacity of singularities to make it live each time as provision of living labour.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The analysis of cooperation is something that confirms what I said before. Cooperation itself is part of that creativity of singular labour. It is no longer something that is imposed from outside. We are no longer in that phase of capitalist accumulation that also has a function of construction of the workers’ labour capacity to be put into production. Singularities of and in the multitude have assumed cooperation as quality of their labour. Cooperation -and the common- as activity is anterior to capitalist accumulation. Hence we have a common that is a foundation of the economy, only in so far as it is seeen as this element of cohesion of the production of singularity within the multitude. Examples of this could be networks and all the consequences of a definition of the common as the phenomenology of the web. Strategies: … [silence]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paolo Virno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Marx mentions the common twice: in the Early Writings: as esistenza generica [tr.: perhaps Italian translation of common species-being], where generic means at the level, up to the standards of the human species.  In the Grundrisse, in the section on the general intellect, he matures his former notion into that of the social individual. Social individual sounds like an oxymoron, but must be seen as the presupposed common that makes also singularities possible. If the multitude is the ensemble of individuated singularities, it can only be conceived if they have behind them a common.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;About generic existence: one might say that there is something common, independently of history, evoking human nature.  I agree with Toni that you can’t evoke an originary scenario to determine the notion of the common, but one must consider the game between the ‘since always’ [da sempre] and the right now [proprio ora]. The right now of capitalism, of postfordist capitalism that has as baricentre the exploitation of many human faculties as such, a historic product, as a right now, it configures something that has always been. The contingency of capitalism is the organising of an image and a mode of using the capacities of generic existence, of configuring it somehow. I think too that all is played at the level of cooperation. I agree with Toni. The category of cooperation comes before, and is the condition that renders possible a definition of the productive individual input, it is not their sum, but something that overdetermines them as well as being their basic terrain. It is not the general average. Cooperation moves at a level that is no longer inter-individual but trans-individual. Let me explain.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This term has been used by Kojeve, Simondon, Balibar, but this doesn’t matter, it’s been used many times but I use it in my own way anyway. The inter-individual is a self-conscious subject that interacts (as with inter-national). The trans-individual identifies an intermediary zone, between different I s, that is on this side [aldiqua] of any fixation of the individual. A zone between the I and the not-I. It is not referrable to any precisable individual. It precedes the definition of individuals.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Trans-individual cooperation with respect of inter-individual cooperation is nothing but linguistic praxis. Linguistic praxis exists in the between individuals, before and independently of their fixation, it is the presupposition whereby we then distinguish social and personal, interior and exterior, whilst before this there is this sphere of nobody’s and everybody’s. Postfordist productive cooperation has this trans-individual character and it is this dimension that introduces us to a reflection on the common, and on the generic existence of the social individual today.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;It is very difficult for me to separate the notion of the common from the notion of the public at least if we intend public in this radical trans-individual mode. Essentially common was always considered the life of the mind. Pure thought, knowledge, is something that is difficult to ascribe to one or the other; it is an experience of the spieces as such. What is the characteristic of the life of the mind as common life? Historically, in order to use this common element that is the life of the mind, you had to get away from life with others, the thinker used to get away from the square, from public life, from politics. The difference produced by trans-individual cooperation and the experience of capitalism is that the life of the mind has become exterior and manifest [appariscente]. This self-publicising of the life of the mind, the fact that the mind goes public in the square, in Porto Alegre, in social forums, in production-even if in reversed and terrible ways- entails that the life of the mind no longer requires a self isolating gesture: it is the common, an immanent form of the common. The life of the mind is one and the same as what in the classical world was the care for common affairs.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;This is a condition for thinking non-state politics. Last consideration: we should look with enthusiasm to the drastic impoverishment, in culture and in each of us, of inner life: the inner life, the misery of conscience, the misery of the self-centred I, the rigid barrier between the so called external and the even more mythological internal is at the philosophical level the womb of transcendental illusions where the living subject never draws on [attinge] his mode of being, never reaches himself, always has presuppositions that he can’t dispose of. We should celebrate today this misery of inner life, in the sense that all that counts in human relations, as cooperation shows, is totally outside of the I, has immediately this completely exterior quality to it. What is common can never be interior, otherwise one ends up opposing to commodity fetishism a precapitalist situation whereby human relations were not mediated by relations between things, but there were relations of subordination of corporal and religious character.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We need to think of a situation where human relations manifest themselves as exterior things. We need to think about the things of relations, that is something other than their transformation into relations between things. What is common is exterior, what is common the I outside of the I, it is trans-individual, the right-now (of capitalism and of expropriation of capitalism) of what has always been.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111111&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90066465?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90066465'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90066465'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90066465' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-90062367</id><published>2003-03-03T10:42:00.000-08:00</published><updated>2003-03-03T10:42:49.590-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Moltitudine/classe operaia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Paolo Virno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;         Vi sono alcune analogie e molte differenze tra la moltitudine &lt;br /&gt;contemporanea e la moltitudine studiata dai filosofi della politica &lt;br /&gt;seicentesca.&lt;br /&gt;         Agli albori della modernità, i "molti" coincidono con i cittadini &lt;br /&gt;delle repubbliche comunali anteriori alla nascita dei grandi Stati &lt;br /&gt;nazionali. Quei "molti" si avvalsero del "diritto di resistenza", dello ius &lt;br /&gt;resistentiae. Tale diritto non significa, banalmente, legittima difesa: è &lt;br /&gt;qualcosa di più fine e complicato. Il "diritto di resistenza" consiste nel &lt;br /&gt;far valere contro il potere centrale le prerogative di un singolo, di una &lt;br /&gt;comunità locale, di una associazione di mestiere, salvaguardando forme di &lt;br /&gt;vita già affermatesi a tutto tondo, proteggendo consuetudini già radicate. &lt;br /&gt;Si tratta dunque di difendere un che di positivo: è una violenza &lt;br /&gt;conservatrice (nel senso buono, nobile del termine). Forse lo ius &lt;br /&gt;resistentiae, ossia il diritto di proteggere qualcosa che già esiste e &lt;br /&gt;sembra degno di durare, è ciò che più accomuna la multitudo seicentesca &lt;br /&gt;alla moltitudine postfordista. Anche per quest'ultima, non si tratta certo &lt;br /&gt;di "prendere il potere", di costruire un nuovo Stato, un nuovo monopolio &lt;br /&gt;della decisione politica, ma di difendere esperienze plurali, embrioni di &lt;br /&gt;sfera pubblica non statale, forme di vita innovative. Non guerra civile, ma &lt;br /&gt;jus resistentiae.&lt;br /&gt;         Altro esempio. Tipico della moltitudine postfordista è di &lt;br /&gt;provocare il collasso della rappresentanza politica: non come gesto &lt;br /&gt;anarchico, ma come ricerca pacata e realistica di istituzioni politiche che &lt;br /&gt;eludano miti e riti della sovranità. Già Hobbes metteva in guardia contro &lt;br /&gt;la tendenza della moltitudine a dotarsi di organismi politici irregolari: &lt;br /&gt;"nient'altro che leghe o talvolta mere adunanze di gente prive di un'unione &lt;br /&gt;finalizzata a qualche disegno particolare o determinata da obbligazione &lt;br /&gt;degli uni verso gli altri" (Leviatano, cap. XXII). Ma è ovvio che la &lt;br /&gt;democrazia non rappresentativa basata sul general intellect ha tutt'altra &lt;br /&gt;portata: niente di interstiziale, marginale, residuale; piuttosto, la &lt;br /&gt;concreta appropriazione e riarticolazione del sapere/potere oggi congelato &lt;br /&gt;negli apparati amministrativi degli Stati.&lt;br /&gt;E veniamo alla differenza capitale. La moltitudine contemporanea porta in &lt;br /&gt;sé la storia del capitalismo. Di più: essa fa tutt'uno con una classe &lt;br /&gt;operaia la cui materia prima è costituita dal sapere, dal linguaggio, dagli &lt;br /&gt;affetti.&lt;br /&gt;Vorrei dissipare, per quanto posso, una illusione ottica. Si dice: la &lt;br /&gt;moltitudine segna la fine della classe operaia. Si dice: nell'universo dei &lt;br /&gt;"molti", non c'è più posto per le tute blu, tutte uguali, che fanno corpo &lt;br /&gt;tra loro, poco sensibili al caleidoscopio delle "differenze". Chi dice &lt;br /&gt;questo, sbaglia. Ed è un errore privo di fantasia: ogni vent'anni c'è chi &lt;br /&gt;annuncia la fine della classe operaia. Eppure quest'ultima  non si &lt;br /&gt;identifica, né in Marx né nell'opinione di qualsiasi persona seria, con una &lt;br /&gt;specifica organizzazione del lavoro, uno specifico complesso di abitudini, &lt;br /&gt;una specifica mentalità. Classe operaia è un concetto teorico, non una &lt;br /&gt;foto-ricordo: indica il soggetto che produce plusvalore assoluto e &lt;br /&gt;relativo. La nozione di 'moltitudine' si contrappone a quella di 'popolo', &lt;br /&gt;non a quella di 'classe operaia'. Essere moltitudine non impedisce affatto &lt;br /&gt;di produrre plusvalore. E, d'altra parte, produrre plusvalore non implica &lt;br /&gt;affatto la necessità di essere politicamente "popolo".&lt;br /&gt;Certo, allorché la classe operaia non è più popolo, ma moltitudine, &lt;br /&gt;cambiano moltissime cose: a cominciare dalle forme dell'organizzazione e &lt;br /&gt;del conflitto. Tutto si complica e diventa paradossale.  Quanto sarebbe più &lt;br /&gt;semplice raccontarci che ora c'è la moltitudine, non più la classe &lt;br /&gt;operaia... Ma se si vuole semplicità a tutti i costi, basta scolarsi una &lt;br /&gt;bottiglia di vino rosso.&lt;br /&gt;         E poi, sia detto per inciso, vi sono brani dello stesso Marx in &lt;br /&gt;cui la classe operaia perde i tratti fisiognomici del "popolo" e acquista &lt;br /&gt;quelli della "moltitudine". Un esempio solo: si pensi all'ultimo capitolo &lt;br /&gt;del primo libro de Il Capitale, dove Marx analizza la condizione della &lt;br /&gt;classe operaia negli Stati Uniti (cap. XXV, "La moderna teoria della &lt;br /&gt;colonizzazione"). Ci sono, lì, grandi pagine sul West americano, &lt;br /&gt;sull'esodo, sull'iniziativa individuale dei "molti". Gli operai europei, &lt;br /&gt;scacciati dai loro paesi da epidemie, carestie, crisi economiche, vanno a &lt;br /&gt;lavorare nei grandi centri industriali della costa Est degli Usa. Ma &lt;br /&gt;attenzione: ci restano alcuni anni, soltanto alcuni anni. Poi disertano la &lt;br /&gt;fabbrica, inoltrandosi a Ovest, verso le terre libere. Il lavoro salariato, &lt;br /&gt;anziché ergastolo, si presenta come un episodio transitorio. Sia pure per &lt;br /&gt;un solo ventennio, i salariati ebbero la possibilità di seminare il &lt;br /&gt;disordine nelle ferree leggi del mercato del lavoro: abbandonando la &lt;br /&gt;propria condizione di partenza, determinarono la relativa scarsità di &lt;br /&gt;manodopera e, quindi, la lievitazione delle paghe. Marx, descrivendo questa &lt;br /&gt;situazione, offre un ritratto assai vivido di una classe operaia che è &lt;br /&gt;anche moltitudine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444444&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-90062367?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90062367'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/90062367'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#90062367' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-89966545</id><published>2003-03-01T12:41:00.000-08:00</published><updated>2003-03-01T12:42:49.000-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>“Minaccia universale” e “guerra permanente”&lt;br /&gt;nella National Security Strategy 2002&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Angelo Michele Imbriani&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La nuova “dottrina” Usa privilegia lo sviluppo degli armamenti e mira &lt;br /&gt;al controllo sicuro di risorse vitali, ma presuppone una crescita illimitata &lt;br /&gt;capace di portare l’ecosistema al collasso&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ indubitbile che nel mondo del dopo-“guerra fredda” gli Usa abbiano una supremazia senza precedenti, sul piano militare, economico, tecnologico. E’ un primato, tuttavia, che si regge molto più sulla “forza” che sul “consenso”, molto più sul “dominio” che sulla “direzione politica”. E’ in questo contesto che, fin dall’epoca clintoniana, gli Stati Uniti sono impegnati a costruire un nuovo scenario internazionale, del tutto eversivo rispetto al sistema costruito dopo la seconda guerra mondiale e incentrato sull’Onu. Alla fine, la gestione di questa posizione egemonica tanto preponderante, quanto squilibrata nei suoi stessi elementi costitutivi (la “forza” e il “consenso” o, per dirla con gli americani, l’hard power e il soft power), è passata, come era prevedibile, nelle mani dei repubblicani e, in particolare, in quelle di un gruppo di “falchi” neoconservatori e neoimperiali, i quali, fin dal 1991 si erano impegnati a disegnare una nuova collocazione internazionale e una nuova strategia per gli Usa. La “guerra permanente”, la dottrina del “primo colpo nucleare”, quella dell’”attacco preventivo”, la denuncia del trattato di non-proliferazione, le campagne belliche in atto o in preparazione sono tutte manifestazioni di una nuova dottrina strategica. L’11 settembre non è l’origine di questi processi, ma ha offerto, piuttosto, alla destra una straordinaria opportunità per incominciare a realizzare quei progetti che erano maturati negli anni precedenti.&lt;br /&gt;Si tratta di una svolta storica nella politica estera americana e nello stesso assetto internazionale. Il documento che il 20 settembre 2002 la Casa Bianca ha trasmesso al Congresso con il titolo di prammatica National Security Strategy è l’emblematica espressione di questa svolta, alla quale, del resto, potrebbe dare un contributo decisivo.&lt;br /&gt;Come ha scritto Rossana Rossanda, “esso è in senso stretto eversivo dell’epoca seguita alla seconda guerra mondiale, che faceva delle Nazioni Unite e della loro Carta il solo luogo di decisione e fonte di legittimazione delle relazioni tra gli Stati”. Se nel vecchio ordine la guerra era concepibile solo come strumento estremo di difesa, oggi essa viene rilegittimata come mezzo di soluzione dei conflitti internazionali. Se in passato le nazioni uscite dalla carneficina della guerra mondiale si impegnavano a “concertare assieme gli obiettivi planetari e le regole dei conflitti che in essi sorgono”, nel nuovo ordine delineato dal documento della Casa Bianca sono gli Usa a “decidere i fini universalmente validi” a individuare i pericoli e le minacce e a intervenire per sopprimerli, anche in modo “preventivo”. In tal modo è compromessa la stessa possibilità di un diritto internazionale .&lt;br /&gt;Critiche assai simili hanno espresso negli Usa analisti e intellettuali radicali, ma anche liberal e democratici. John Ikenberry, docente di geopolitica alla Georgetown University, scorge, dietro la nuova strategia, una “visione neoimperiale, nella quale gli Usa si arrogano il ruolo globale di fissare standards, determinare le minacce, usare la forza, regolare la giustizia”. Questa strategia è però assai pericolosa, in quanto lacera la “comunità internazionale” e la collaborazione politica proprio nel momento in cui esse sono più che mai necessarie. E, se la storia insegna qualcosa, gli Stati Uniti dovranno fronteggiare la crescente resistenza di un mondo ostile e diviso . &lt;br /&gt;William Galston, docente all’Università del Maryland, strettissimo collaboratore del presidente Clinton dal 1993 al 1995, che fu uno strenuo sostenitore della guerra del Golfo e che ha sempre visto, per sua esplicita ammissione, nella proiezione mondiale del potere americano una “forza benefica”, ha scritto un preoccupato commento sul "Washington Post" ancor prima che la nuova strategia di sicurezza venisse resa pubblica, in occasione di un discorso di Bush che già enunciava il concetto di “guerra preventiva”. Egli sosteneva che “la nuova dottrina Bush significa la fine del sistema di istituzioni, leggi e norme internazionali che gli Stati Uniti si sono impegnati a costruire per più di mezzo secolo. Ciò che è in gioco è nulla di meno che un fondamentale mutamento della collocazione dell’America nel mondo”. Gli Stati Uniti, rileva poi Galston, vogliono divenire essi stessi fonte di diritto e creare nuove regole internazionali, prescindendo da ogni accordo con altre nazioni. Il concetto di “guerra preventiva” e la progettata invasione dell’Iraq, afferma ancora, non rientrano sicuramente nel diritto di autodifesa (e violano quindi la Carta dell’Onu), né nell’autodifesa “anticipatrice” di una minaccia chiara e imminente – prevista dal diritto internazionale – né infine nella categoria – per quanto discutibile - della “guerra giusta” . &lt;br /&gt;Molto significativa è poi la posizione di Michael Walzer, direttore della rivista “Dissent”, uno dei maggiori sostenitori attuali, a sinistra, del concetto di “guerra giusta”. Walzer esclude che un attacco “preventivo” all’Iraq – conforme alla nuova strategia di sicurezza – possa rientrare nell’ambito della “guerra giusta”. Walzer opera, infatti, una distinzione tra preemptive war e preventive war: la prima è la risposta ad una minaccia reale, imminente e che non si potrebbe altrimenti scongiurare; la seconda riguarda una minaccia meno certa ed urgente, più lontana nel tempo. La guerra all’Iraq rientrerebbe in quest’ultima categoria, alla quale – scrive Walzer – “i teorici della just-war non hanno mai guardato con favore” . Secondo Walzer, anche l’attacco israeliano del 1981 al reattore di Osirak, nei pressi di Baghdad – che, secondo alcuni analisti dimostrerebbe oggi l’opportunità e la necessità di attacchi preventivi mirati nei confronti dell’Iraq – era un’azione preemptive e non preventive, in quanto la minaccia, anche se non imminente, non era in altro modo scongiurabile.&lt;br /&gt;Abbiamo riportato le posizioni critiche di Ikenberrry, di Galston e di Walzer, perché mostrano che la pericolosità della nuova dottrina di sicurezza appare evidente anche a chi non muove da posizione “pacifiste” e non ha esitato a sostenere la guerra, in altre circostanze. &lt;br /&gt;Sul versante opposto troviamo argomentazioni tipo quelle addotte dall’“Economist”, secondo cui nella National Security Strategy non vi sarebbe nulla di nuovo, in quanto, a dispetto della Carta delle Nazioni Unite, il mondo ha già conosciuto diverse “guerre preventive” nella seconda metà del XX secolo . Al settimanale britannico e a molti altri analisti, che tendono a giustificare i piani della Casa Bianca, sfugge, tuttavia, un nodo cruciale: la differenza fra la pratica – pur esecrabile – della “guerra preventiva” e la sua legittimazione, tra l’adozione di attacchi preventivi in conflitti regionali – come è accaduto più volte - alla loro teorizzazione come nuova strategia globale. E’ la stessa differenza che vi è tra la violazione della legge – in questo caso il diritto internazionale e la Carta dell’Onu – ed il progetto di esautorarla del tutto, per costruire una nuova costituzione materiale che regoli i rapporti internazionali, e ciò, per giunta, in modo unilaterale e da parte di un solo soggetto – gli Usa, appunto. Né bisogna, comunque, dimenticare i guasti immani prodotti da certe “guerre preventive” degli ultimi decenni, come la guerra dei sei giorni del 1967.&lt;br /&gt;La visione del mondo della Casa Bianca&lt;br /&gt;Sebbene la dottrina dell’ “attacco preventivo” sia il nucleo centrale, dirompente ed eversivo, della nuova National Security Strategy, pare opportuno sottolineare anche altri elementi del documento, compresi quelli che la maggior parte degli osservatori europei tende a ignorare del tutto o a considerare secondari o marginali, ma che sono invece essenziali nella prospettiva americana. Già l’introduzione, che reca la firma del Presidente Bush, esprime in maniera assai significativa la visione del mondo della Casa Bianca. Vi troviamo, infatti, una serie di idee semplici e di luoghi comuni, talora poco coerenti nel loro riferirsi, vagamente, a diverse e persino opposte opzioni di politica internazionale. Gli accenti trionfalistici non escludono, poi, la percezione del mondo come “luogo hobbesiano”: threat, minaccia, è una delle parole più frequenti nell’intero documento. &lt;br /&gt;Il testo si apre con la celebrazione della decisiva vittoria delle “forze della libertà” nella “grande lotta del XX secolo tra libertà e totalitarismo”. Gli Usa, viene assicurato, non vogliono usare la loro forza per ottenere un “vantaggio unilaterale” ma per creare un equilibrio di poteri, balance of power, che favorisca lo sviluppo della libertà umana. L’universalità di questi valori di libertà, tra i quali si sottolineano soprattutto quelli concernenti la libertà economica – libera impresa, libero mercato, libero commercio – è data per scontata: essi sono “giusti e veri per ogni persona, in ogni società”. Ecco però profilarsi, immediatamente, l’incubo hobbesiano: “il dovere di difendere questi valori dai loro nemici è l’appello comune dei popoli amanti della libertà attraverso il mondo e lungo le diverse epoche storiche”.&lt;br /&gt;Dopo freedom o liberty, la seconda parola-chiave è proprio enemies, nemici. A questo punto gli accenti universalistici e internazionalistici dell’esordio si dileguano improvvisamente: il primo e fondamentale compito del governo federale è difendere “la nostra Nazione dai suoi nemici”. E qui c’è anche la prima vera novità rispetto al secolo ormai trascorso: il nemico non è più un “Impero del male”, dotato di grandi capacità militari ed industriali, il nemico ha cambiato volto ed è mutata drammaticamente la sfida che bisogna fronteggiare: oggi una rete di individui, un’organizzazione terroristica internazionale, può causare immani distruzioni. Occorre utilizzare ogni strumento di difesa che sia disponibile nel proprio arsenale: nell’elenco che segue la forza militare è, comunque, al primo posto. Si giunge, allora, alla prima icastica formulazione della dottrina dell’attacco preventivo, presentata, in modo piuttosto mistificante, come una questione di buon senso e di auto-difesa: “l’America agirà contro le minacce emergenti prima che queste si siano pienamente delineate”.&lt;br /&gt;Di fronte al comune pericolo terroristico, le maggiori Potenze mondiali – la Russia e la Cina sono esplicitamente chiamate in causa - si trovano dalla stessa parte. La visione hobbesiana suggerisce, però, che in questa stessa coalizione quasi universale, cementata dalla comune minaccia, possono celarsi ulteriori pericoli e potenziali nemici: paesi come la Russia e la Cina sono i benvenuti se sono alla ricerca di una prosperità e di una crescita pacifica, ma sia chiaro che gli Usa sono anche pronti a fronteggiare qualsiasi “aggressione venga da altre grandi potenze”. Infine, un omaggio formale alle alleanze e alle “istituzioni multilaterali” “ (“nessun paese può costruire da solo un mondo più sicuro e migliore”) e l’impegno a considerare “seriamente” gli obblighi internazionali.&lt;br /&gt;L’introduzione del documento è dunque assai significativa, perché offre una nitida veduta di quella miscela ideologica che anima gli atti e le parole dell’amministrazione Bush. “Una miscela di isolazionismo, d’idealismo, d’unilateralismo e di internazionalismo messianico”, secondo la definizione di uno studioso francese, che vede anche nella politica estera dell’attuale presidenza una sorta di “wilsonisme botté” (“con gli stivali”), nella maniera in cui si è parlato per l’età napoleonica di “révolution bottée” .&lt;br /&gt;Analisti liberal (e non) rimarcano continuamente la superficialità, il riduttivismo, la debolezza e le contraddizioni nella visione del mondo del Presidente americano . E’ possibile individuare, tuttavia, quantomeno gli ingredienti che maggiormente caratterizzano il cocktail, i sapori e gli aromi prevalenti: nella esaltazione di tutte le libertà, è sulla libertà di mercato che cade l’accento; nella rassegna degli strumenti di intervento è su quello militare che si pone enfasi; non vi è una nuova frontiera da raggiungere, uno scenario planetario da costruire, ma si tratta piuttosto di difendere e consolidare la straordinaria vittoria conseguita nel secolo scorso di fronte ai nuovi nemici; gli alleati sono utili, specie come partners commerciali, ma dietro a ciascuno di loro si cela un potenziale nemico; il multilateralismo è auspicabile ma non è strettamente necessario; gli Usa si compiacciono del loro ruolo messianico, ma l’impegno fondamentale del governo è di tutelare la sicurezza nazionale. Un impianto ben più coerente hanno, invece, altre parti del documento, come il terzo e il quinto capitolo, dove si enuncia la nuova dottrina di sicurezza. Tutto parte da una considerazione: gli Usa stanno combattendo una guerra contro il terrorismo che “è diversa da ogni altra guerra nella nostra storia”. La peculiarità e l’assoluta novità di questa guerra sono facilmente individuabili, tra le righe: essa non conosce limiti né di spazio (teatro di guerra è virtualmente l’intero pianeta, la minaccia può venire da ogni luogo e un intervento può essere necessario in ogni regione del mondo), né di tempo (il vicepresidente Cheney ci ha subito avvertito dopo l’11 settembre: la nostra generazione probabilmente non vedrà la fine di questa guerra).&lt;br /&gt;La rete terroristica è diffusa in ogni continente e molti sono coloro che proteggono o aiutano, direttamente e indirettamente, i terroristi. Esiste, però, una priorità: occorre concentrarsi su quelle organizzazioni terroristiche o su quegli stati sponsor del terrorismo che cercano di ottenere o di usare armi di distruzione di massa o i loro precursori. La minaccia deve essere identificata e distrutta “prima che raggiunga i nostri confini”. Ed ecco il passaggio cruciale:&lt;br /&gt;“Mentre gli Stati Uniti si sforzeranno continuamente di ottenere l’appoggio della comunità internazionale, non esiteremo ad agire da soli, se necessario, per esercitare il nostro diritto all’autodifesa, con l’agire preventivamente contro tali terroristi per impedir loro di causare danni al nostro popolo e al nostro paese”.&lt;br /&gt;A fronte di questo impegno assoluto nel fronteggiare la minaccia “globale” del terrorismo, vi è un relativo disimpegno rispetto a quei conflitti qualificati come “regionali”, di cui si tratta nel capitolo quarto. Qui Bush resta fedele alle professioni di isolazionismo della campagna elettorale: gli Stati Uniti, si dice, dovrebbero considerare in modo realistico la loro capacità di aiutare “quelli che non vogliono o non sono pronti ad aiutarsi da sé”. Gli Stati Uniti dovrebbero muoversi con decisione solo “dove e quando” i popoli in questione “sono pronti a fare la loro parte”. Quest’indirizzo si applica, anzitutto, al conflitto israeliano-palestinese. Il documento ribadisce, infatti, le solite raccomandazioni alle due parti in lotta, ma non profila un piano di pace, perché la pace, si dice, potrà venire solo quando “gli Israeliani e i Palestinesi risolveranno i problemi e porranno fine al loro conflitto”.&lt;br /&gt;La distinzione tra la guerra “globale” al terrorismo e i conflitti “regionali, per lo più sfuggita agli analisti, ” è di cruciale importanza. Essa garantisce la coesistenza, nella stessa Amministrazione, di una linea di isolazionismo nazionalistico con una linea di interventismo – imperiale o messianico. Quando prevale la prima tendenza, il conflitto o la minaccia sono definiti di portata regionale: è il caso della Palestina, ma potrebbe essere anche il caso di quei “rogue states” (Stati-canaglia) che non si possono o non si vogliono ancora attaccare (si pensi alla Corea del Nord). Quando invece si reputa che gli interessi nazionali richiedano un intervento immediato, questo va sotto la comoda etichetta della guerra al terrorismo e la minaccia è qualificata come “globale”.&lt;br /&gt;Il quinto capitolo (“Impediamo ai nostri nemici di minacciare noi, i nostri alleati e i nostri amici con armi di distruzione di massa”) ritorna alla nuova dottrina di sicurezza e sottolinea due punti di fondamentale importanza: a) la nuova dottrina segna una svolta radicale rispetto all’epoca della Guerra Fredda e alla strategia del contenimento e della deterrenza di quel periodo; b) i nemici non sono solo i “terroristi”, ma anche i “rogue states”.&lt;br /&gt;Con la fine della “guerra fredda” e la dissoluzione dell’Unione Sovietica e di fronte ai nuovi nemici – terroristi e rogue states - gli Usa non possono più contare su una strategia di contenimento e di deterrenza, su una “reactive posture”: “non possiamo permettere che i nostri nemici colpiscano per primi”. “Per prevenire o impedire atti ostili dai nostri avversari, gli Stati Uniti, se necessario, agiranno preventivamente”.&lt;br /&gt;Qualificare la natura di uno Stato attraverso un aggettivo (canaglia, furfante), che si usa solitamente per i comuni delinquenti, è forse una delle manifestazioni di quella “moral clarity” che la stampa americana attribuisce a Bush o è piuttosto l’indice della sua semplicistica visione manichea.&lt;br /&gt;Il documento, comunque, si sforza di definire con chiarezza che cosa sia un “rogue state”. Lo Stato-canaglia è uno Stato che brutalizza i suoi stessi cittadini e sperpera le risorse nazionali per il profitto dei governanti; non ha riguardo per le leggi e i trattati internazionali; è determinato ad acquisire armi di distruzione di massa e ad usarle come minaccia o anche effettivamente per realizzare i disegni del regime; sponsorizza il terrorismo internazionale; respinge, infine, i fondamentali valori umani e odia gli Stati Uniti e quello che essi rappresentano.&lt;br /&gt;La Casa Bianca non svela, tuttavia, chi sia – oltre all’Iraq e alla Corea del Nord – nel numero dei “rogue states” e non cita nemmeno il terzo anello dell’Asse del male, l’Iran (se non come vittima di Saddam Hussein), ma si limita a riferirsi ad “altri rogues regimes”. Qui, evidentemente, l’opportunità politica e il desiderio di lasciarsi le mani libere – altra fondamentale tendenza istintiva di questa Amministrazione – annebbiano la “moral clarity” di Bush. &lt;br /&gt;Quando si parla di fronteggiare la minaccia tutta l’enfasi è su una parola: before. “Noi dobbiamo prepararci a fermare gli Stati-canaglia e i loro clienti terroristi prima che siano in grado di minacciarci o di usare armi di distruzione di massa…” “Noi dobbiamo dissuadere e difenderci contro la minaccia prima che essa divenga irrefrenabile (unleashed)”.&lt;br /&gt;Verso la fine del documento si trova un passaggio che getta una diversa luce sulla nuova strategia di sicurezza e, probabilmente, sui suoi reali obiettivi. “Le nostre forze”, è scritto, “saranno abbastanza potenti da dissuadere potenziali avversari dal perseguire una crescita di capacità militare, nella speranza di superare o uguagliare il potere degli Stati Uniti”. Più volte nel documento si sottolinea come gli Usa abbiano raggiunto una posizione di forza senza precedenti nella storia universale: evidentemente essi intendono mantenere questa posizione, ritenendo pure che solo essa può garantire la “libertà”. E’ però evidente che non potranno mai essere i nemici dichiarati e riconosciuti – terroristi, stati-canaglia come Iraq e Corea del Nord – a insidiare questo primato. L’antagonista strategico a cui si guarda e che si teme, in prospettiva futura, è allora ben altro. Ma se è così, è allora facile dedurre che anche la strategia di sicurezza guarda già a questo futuro concorrente, dietro lo schermo del terrorismo internazionale e del rogue state di turno.&lt;br /&gt;Critiche americane&lt;br /&gt;Sebbene la cosiddetta dottrina dell’attacco preventivo sia ormai citata da ogni osservatore o commentatore politico nel mondo, la nuova National Security Strategy non ha ricevuto, nel nostro paese, l’attenzione che merita. Anzi, a parte le suddette citazioni estemporanee, grande, per citare ancora la Rossanda, è stato il silenzio su questo documento . Eppure la sua eccezionale gravità è confermata anche dal fatto che non si tratta di una mera elaborazione dottrinale. Mai come in questo caso, infatti, l’elaborazione teorica e la prassi politica procedono di concerto: la guerra all’Iraq è concepita come una guerra costituente dell’ordine mondiale tratteggiato nella National Security Strategy e come una prima sperimentazione del nuovo assetto. Il documento, poi, non giunge inatteso, né costituisce come vedremo - una svolta improvvisa e imprevista, e nemmeno appare legato a necessità contingenti, sicché la sua portata storica non può essere facilmente ridimensionata. &lt;br /&gt;L’urgenza di superare la vecchia strategia del “contenimento” e della “deterrenza”, per agire preventivamente contro le nuove minacce era stata già asserita sull’influente rivista “Foreign Affairs” nella scorsa primavera, mentre erano ancora in primo piano la questione del terrorismo di Al Qaeda e la campagna afghana. E non si trattava di una discussione teorica, ma dell’atteggiamento che la Casa Bianca e il mondo avrebbero dovuto assumere riguardo all’Iraq di Saddam Hussein. In quel caso Kenneth M. Pollack, membro autorevole del Council on Foreign Relations e responsabile dal 1999 al 2001 delle questioni legate al Golfo Persico nel National Security Council, già individuava – o suggeriva – la prossima tappa dell’operazione “Enduring freedom”: l’Iraq, appunto . E delineava con molta chiarezza anche il nuovo approccio: la vecchia strategia del contenimento e della deterrenza, utilizzata durante la “guerra fredda” contro l’Urss, sarebbe risultata di dubbia efficacia e di altissimo rischio nei riguardi di Saddam Hussein; non vi era quindi altra scelta se non quella di invadere l’Iraq e di eliminare l’attuale regime, prima che questo fosse in condizione di “incenerire Riad, Tel Aviv o i campi petroliferi sauditi”.&lt;br /&gt;Negli Usa e in Inghilterra, diversamente dal nostro paese, vi è stato – e vi è tuttora – un’accesa discussione sulla National Security Strategy e, più in generale, sulla politica estera dell’Amministrazione Bush, con un ampio coro di voci dissonanti. La ricostruzione, sia pur necessariamente molto parziale, del dibattito, specie nelle sue espressioni critiche, può consentirci di chiarire meglio alcuni nodi fondamentali. &lt;br /&gt;Da più parti sono state segnalate varie incongruenze nella nuova strategia di sicurezza. L’attentato di Bali ha mostrato come in molti casi la strategia dell’attacco preventivo sia priva di senso: come avrebbe potuto prevenire quella devastazione? In quel caso, ci si è chiesti, “quale paese sarebbe stato l’obiettivo di un attacco preventivo?” Se gli attentati dell’11 settembre sono stati realizzati con dei semplici taglierini, perché tanta enfasi sulle armi di distruzione di massa? Perché allora non bombardare, con un “attacco preventivo”, i depositi di coltelli da cucina? Ironia a parte, è chiaro che la strategia unilaterale dell’attacco preventivo non renderà più sicuri gli Usa e il mondo. Essa, anzi, creerà un pericoloso precedente e una potenziale legittimazione per tutte quelle nazioni che vorranno aggredire “preventivamente” il loro antagonista: il Pakistan, ad esempio, “spinto alla disperazione dall’India e dalla sua significativa superiorità nelle forze convenzionali, potrebbe sentirsi libero di usare le armi nucleari come first strike”. “Se la prevenzione diventa largamente accettabile – sostengono alcuni esperti militari – un paese che teme un assalto potrebbe attaccare il suo rivale per primo, preempting the premptor e aggravando così un conflitto che si sarebbe potuto risolvere senza ricorrere alla forza”. Quei paesi, infine, sui quali incombe la minaccia di un attacco preventivo da parte degli Usa – pensiamo all’Iran – potrebbero decidere di sviluppare una forza nucleare come deterrente nei confronti di questo possibile attacco (la stessa rivelazione da parte della Corea del Nord sul proprio arsenale nucleare va forse letta in questo senso). La nuova strategia porterebbe quindi a una rischiosa proliferazione delle armi di distruzione di massa .&lt;br /&gt;Evidentemente, se una strategia è palesemente inefficace a raggiungere le finalità dichiarate e comporta, altresì, rischi assai elevati è ovvio il sospetto che quelle finalità non siano del tutto sincere e che altri obiettivi si celino dietro quelli ufficiali.&lt;br /&gt;Un’altra serie di incongruenze assai sospette della nuova dottrina strategica riguardano i casi clamorosi di “politica dei due pesi e due misure” (double standard) che essa comporta o presuppone.&lt;br /&gt;Il più evidente e più noto di questi double standards riguarda il diverso atteggiamento degli Usa nei confronti di Israele, da un lato, dell’Iraq, o di altri rogue states, dall’altro. Israele ha violato ripetutamente le risoluzioni dell’Onu e, per giunta, possiede, senza dichiararlo, un ricco arsenale nucleare. Le risoluzioni dell’Onu, nota “The Nation” sono state violate in circa 100 casi e molte volte da alleati degli Usa, come Turchia e Marocco, oltre a Israele .&lt;br /&gt;Il concetto di rogue states – uno dei punti cardini della nuova codificazione di norme internazionali che gli Usa cercano di costruire – è esposto, a sua volta, al sospetto e all’accusa di double standard, fatto assai grave in un paese che ha radici culturali calviniste e nei confronti di una Presidenza che si compiace della propria moral clarity. &lt;br /&gt;“Se gli Usa persistono nel forzare un cambio di regime in Iraq”, si chiede, sull’autorevole “Christian Science Monitor”, Robert I. Rotberg, un docente di Harvard, presidente della World Peace Foundation, “perché non fare così in ogni paese dove vi è un governo odioso che malversa il proprio popolo?” Vengono citati una serie di regimi – Cambogia, Liberia, Guinea equatoriale, ecc. - come eventuali candidati a un tale rovesciamento di governo. Poiché si tratta spesso di paesi poveri, “dobbiamo decidere”, continua Rotberg, “se sono solo gli Stati ricchi di risorse ad essere soggetti ad attacco o se anche le autocrazie povere debbano ricevere una stretta attenzione da parte degli Usa” Se poi un attacco preventivo deve essere lanciato solo nei confronti di chi possiede armi di distruzione di massa e si prepara ad usarle, allora “Washington potrebbe essere costretta ad agire contro il Pakistan o l’India o entrambi”. Questa è una “chiara dissonanza”: non si può puntare l’attenzione unicamente su un paese, piuttosto che su molti altri, solo perché quello ha molto petrolio e il suo governo “ha fatto ‘marameo’ a Washington e al suo Presidente” .&lt;br /&gt;Un clamoroso double standard fra rogue states è emerso, ad ottobre, quando la Corea del Nord - un altro paese dell’”asse del male” – ha rivelato di essere in possesso di armi nucleari e la Casa Bianca, smentendo la dottrina di sicurezza da poco resa pubblica, ha dichiarato di voler affrontare il problema per via diplomatica, con un approccio multilaterale e, in fondo, con quella strategia della deterrenza e del contenimento che si era appena denunciata come obsoleta. Il double standard con l’Iraq è apparso lampante: “Come fai a spiegare alla comunità internazionale”, dice il Presidente dell’Institute for Science and International Security di Washington, “che tu stai per fare la guerra ad un paese che sta sviluppando armi nucleari, ma che vuoi negoziare con un altro paese che le ha già?” Ed è la stessa dottrina dell’attacco preventivo che sembra ricevere una “bastonata” e dovrebbe essere rivista nel suo “stridente semplicismo”. “Mr. Bush”, scrive un analista della National public radio, “sta imparando che non si vive solo di dottrine” . Non sarebbe il caso, allora, di recuperare la vecchia strategia della deterrenza, si chiedono in molti? Un argomento polemico molto usato dai commentatori liberal e democratici è proprio quello che tende a contrapporre alla politica dell’attuale Amministrazione la strategia delineata da Truman, all’inizio della Guerra Fredda che doveva affrontare minacce non meno gravi di quelle odierne e si poneva in tutt’altro modo il problema della leadership mondiale .&lt;br /&gt;Il più inquietante tra i casi di double standard è però quello che riguarda il mutamento, se non addirittura il rovesciamento di atteggiamento nei confronti di uno stesso regime, e spesso di uno stesso personaggio, a distanza di pochi anni di tempo: il caso Saddam, per esempio. &lt;br /&gt;“Noi dovremmo assolutamente dimenticare”, scrive il grande corrispondente britannico Robert Fisk, “che il Presidente Ronald Reagan mandò un inviato speciale a incontrare Saddam Hussein nel dicembre del 1983. E’ essenziale dimenticarlo per tre ragioni. La prima, perché il terribile Saddam stava già usando i gas contro gli iraniani, che è una delle ragioni per cui si presume che ora ci apprestiamo a fargli la guerra. La seconda, perché l’inviato fu mandato in Iraq per predisporre la riapertura dell’ambasciata statunitense – per assicurare migliori relazioni economiche e commerciali con il macellaio di Baghdad. La terza, perché l’inviato era – attenzione – Donald Rumsfeld […] stranamente Mr. Rumsfeld rimane zitto su questa cosa” .&lt;br /&gt;Ha scritto Arundhati Roy: “Il governo statunitense oggi dice che Saddam Hussein è un criminale di guerra, un crudele despota militare che si è macchiato di genocidio contro il suo stesso popolo. E’ una descrizione piuttosto esatta del personaggio”. La scrittrice indiana ricorda il massacro dei curdi nel 1988, realizzato anche con l’uso di armi chimiche, ma sottolinea come, in quel periodo, Saddam fosse uno strettissimo alleato degli Usa che, al termine del genocidio, nel 1989, raddoppiarono i sussidi all’Iraq e gli fornirono anche “batteri di ottima qualità per l’antrace così come elicotteri e materiali che potevano essere usati per produrre armi chimiche e biologiche” .&lt;br /&gt;Si può pensare che almeno dopo l’invasione del Kuwait e la guerra del Golfo Saddam Hussein sia stato messo definitivamente al bando, almeno da coloro che oggi lo considerano il pericolo pubblico numero uno e si preparano a fargli la guerra e a spodestarlo. Ma non è così. L’editorialista del “Times” e del “New York Times”, Nicholas D. Kristof ricorda i contratti (per una cifra di circa 24 milioni di dollari) recentemente stipulati dall’attuale vicepresidente Cheney, per conto della compagnia petrolifera Halliburton, la quale ha venduto all’Iraq più attrezzature di qualsiasi altra azienda. Certo, nota Kristof, fu un legittimo business, ma poiché oggi si discute la guerra con l’Iraq, è utile ricordare quali mutamenti ci siano stati nella nostra percezione dei rogue states. “Il Nemico Pubblico n°1 di oggi è un governo che Mr. Cheney stava in effetti aiutando a rafforzarsi appena un paio di anni fa” .&lt;br /&gt;La ricostruzione storica è, come spesso accade, demistificante: in questo caso il mutamento radicale nell’immagine dei rogue states e dell’atteggiamento degli Usa nei loro riguardi toglie ogni credibilità alla nuova strategia di sicurezza e alla cosiddetta “dottrina Bush”.&lt;br /&gt;Il concetto di rogue states con le sue implicazioni morali si presta anche alla personalizzazione del nemico, che è un’altra caratteristica costante della politica imperiale americana. Ma, anche in questo caso, la storia demistifica: come ha scritto Marco D’Eramo,&lt;br /&gt;“Oggi il nemico numero uno degli Stati Uniti è Saddam. Lo scorso anno era Osama. Nel ’92 fu il generale Aidid. Prima di lui Gheddafi e prima ancora Fidel, e giù con la memoria fino a Pancho Villa. Nessuno fu mai eliminato. Ma dare loro la caccia si è sempre rivelato un buon investimento” . &lt;br /&gt;Una delle critiche più diffuse alla National Security Strategy riguarda l’assenza di qualsiasi prova che dimostri il collegamento tra i rogue states e il terrorismo internazionale. La guerra all’Iraq, sostengono molti, potrebbe essere allora una disastrosa diversione rispetto all’obiettivo più reale e urgente, che nasce dall’11 settembre, e che riguarda la lotta al terrorismo internazionale. A queste obiezioni ha cercato di rispondere Tony Blair sostenendo che “le due minacce devono essere affrontate insieme”, perché “differenti per mezzi, sono simili nella sostanza” . Per Bush è invece tanto naturale accomunare le due cose – terrorismo e rogue states – da non richiedere nemmeno una chiarificazione: sono entrambi espressioni del “Male”, del Demonio, dell’Anticristo ed egli è il condottiero che porterà le forze del Bene a trionfare in una nuova battaglia di Armageddon . Ma, come ha osservato Robert Fisk, “il Diavolo è un buon ingannatore delle masse, ma è un nemico molto difficile da abbattere con un missile” .&lt;br /&gt;Il colpo più duro alla National Security Strategy e alla teoria del first strike lo ha però inflitto la Cia – volontariamente o meno. Proprio alla vigilia del voto parlamentare, che ha poi autorizzato Bush all’uso della forza nei confronti del regime iracheno, è giunto al Congresso un rapporto Cia, firmato dal direttore dell’Agenzia, Tenet . Nel documento, pur considerando molto serio e preoccupante il programma iracheno di armamento nucleare, chimico e batteriologico, si affermava che era assai improbabile che l’Iraq potesse usare queste armi o fornirle ai terroristi. Saddam, infatti, non avrebbe certo commesso l’errore di provocare la reazione americana, né di smentire le proprie stesse dichiarazioni sull’inesistenza di questo arsenale. Questo freno sarebbe venuto meno, però, quando il dittatore iracheno avesse ritenuto probabile e imminente la propria caduta, in seguito ad un attacco americano. Allora, secondo la Cia, avrebbe potuto usare tutto il suo arsenale, come estrema risorsa.&lt;br /&gt;La lettera di Tenet rischia di minare – volutamente o no – la credibilità della nuova dottrina strategica . E’ difficile, infatti, dopo averla letta, sfuggire a una domanda: è veramente possibile che un regime – più o meno “canagliesco” – che un tiranno – più o meno megalomane - possa decidere d’un tratto di suicidarsi attaccando con armi di distruzione di massa (se le possiede) il paese che ha raggiunto una strapotenza e una superiorità militari davvero inusitate nella storia dell’umanità? E non potrebbero, invece, quel regime e quel tiranno (oggi Saddam Hussein, domani qualcun altro) usare tutte le armi a loro disposizione proprio se si sentissero vicini alla fine, per la minaccia a loro portata da quella stessa Superpotenza? Ecco, dunque, quello che possiamo chiamare il “paradosso Cia”: la strategia dell’attacco preventivo – e ciò non è sfuggito alla stampa liberal americana – rischia dunque di provocare proprio ciò che afferma di voler prevenire: “il rapporto CIA sembra suggerire che un attacco all’Iraq potrebbe provocare proprio la cosa che il presidente ha detto di essere impegnato a prevenire: l’uso di armi biologiche o chimiche da parte di Hussein” . &lt;br /&gt;Così come ci è stata presentata – e con tutte le incongruenze, debolezze e contraddizioni che sono state sottolineate – la nuova strategia di sicurezza è dunque del tutto irrazionale in alcuni punti-chiave. E questo ci viene svelato, non da Chomsky o da Vidal, ma dalle parole del direttore della CIA.&lt;br /&gt;Ora, dato che è sempre riduttivo – e talora è anche pericoloso – credere che il governo di un grande paese agisca in modo sprovveduto e imprudente si dovranno cercare le reali motivazioni e le reali finalità della dottrina del “first strike” e, oggi, della guerra all’Iraq, dietro lo schermo delle armi distruttive di Saddam, dei rogues states e del terrorismo internazionale.&lt;br /&gt;Provvidenzialità dell’11 settembre&lt;br /&gt;Ricostruire, sia pure in rapida sintesi, il processo di fermentazione – prima e dopo l’11 settembre – di certe posizioni che ritroviamo oggi nella National Security Strategy ci permette di avviare un’opera di demistificazione dei contenuti di questo importante documento. S’incominciano, così, a scorgere, dietro lo schermo degli obiettivi dichiarati, le reali odierne finalità della politica internazionale degli Usa e la portata storica della svolta. &lt;br /&gt;Dobbiamo chiederci, anzitutto, se una simile svolta strategica sia stata davvero provocata dall’attacco dell’11 settembre 2001, sebbene manchi qualsiasi prova di un diretto coinvolgimento dell’Iraq o di un altro “Stato-canaglia” nel tragico evento. In effetti, la nuova strategia di difesa raccoglie ed esprime tendenze che si erano già nettamente manifestate nella politica dell’Amministrazione Bush, prima degli attentati kamikaze, e posizioni teorico-strategiche elaborate, dopo il crollo dell’Urss, negli ambienti della destra statunitense “neoconservatrice” e “neoimperialista”. E’ molto significativa l’opinione dell’ex-Presidente Jimmy Carter, il quale, già prima che il documento sia reso noto, denuncia il “volto preoccupante” assunto dall’America di Bush e, soprattutto, sostiene che i nuovi sviluppi della politica estera statunitense non sempre discendono dall’11 settembre, ma, in certi casi, derivano dal tentativo di un compatto gruppo di conservatori di “realizzare ambizioni a lungo represse sotto la copertura della guerra al terrorismo” . &lt;br /&gt;La tesi per cui l’11 settembre abbia offerto ai falchi dell’Amministrazione un’occasione straordinaria per la realizzazione di progetti maturati negli anni scorsi, è stata avanzata più volte: nell’inquietante e documentatissimo saggio di Nafez Mossadeq Ahmed, nell’inchiesta svolta per il “Washington Post” da Bob Woodward (il giornalista che denunciò lo scandalo Watergate) negli interventi di Gore Vidal, di Giulietto Chiesa, di Frances FitzGerald . &lt;br /&gt;Nel nucleo di falchi (core group, nelle parole di Jimmy Carter) spicca la figura di Cheney, che molti analisti indicano come il vero fulcro nella politica estera di un’amministrazione che pure sembra sottoposta a spinte diverse . Cheney ha convinto Bush a nominare a capo del Pentagono Rumsfeld, suo sodale da più di 30 anni. Rumsfeld, a sua volta, ha scelto come proprio vice, Paul Wolfowitz, l’”ideologo” del gruppo. In altre posizioni cruciali del Ministero della Difesa siedono Douglas Feith, un uomo di Richard Perle, “falco” dell’amministrazione Reagan e J.D. Crouch che nel 1995 invocava un attacco militare contro gli impianti nucleari e missilistici della Corea del Nord. Lo stesso Colin Powell è stato costretto, dall’insistenza di Cheney, ad accettare come proprio sottosegretario per il controllo degli armamenti e per gli affari internazionali – in pratica come numero 3 del Dipartimento di Stato – un dichiarato “unilateralista” come John R. Bolton. &lt;br /&gt;Certo, a un’analisi più attenta questo gruppo non appare un blocco monolitico: alcuni analisti, ad esempio, distinguono la corrente di “realismo isolazionista e unilateralista” di Cheney e Rumsfeld da quella neoconservatrice di Wolfowitz e altri, i quali vorrebbero intraprendere una sorta di “crociata” per la democrazia, ritenendo, evidentemente, che gli interessi nazionali e imperiali degli Usa trovino proprio nella diffusione pervasiva del modello occidentale di democrazia e di libero mercato l’arma più efficace. E tuttavia, come ha scritto Hirsh su “Foreign Affairs”, la dialettica tra questi due indirizzi, nel quale è il primo a prevalere tendenzialmente, non esclude la loro ricomposizione “sotto il vessillo del neoimperialismo o ‘egemonismo’”. Un “egemonismo” secondo cui “troppo a lungo l’America è stata un Gulliver imprigionato dai lacci dei Lillipuziani – le norme e le istituzioni del sistema globale” . Una rappresentazione di maniera vede la Casa Bianca esposta alle spinte contrastanti del gruppo suddetto e dell’altro – “multilateralista” – che fa capo al Segretario di Stato Powell. Risultati sarebbero l’oscillazione e l’incoerenza dei comportamenti, la paralisi ideologica e politica, anche per lo scarso spessore politico e culturale del Presidente. Pare, tuttavia, che la realtà dei fatti stia smentendo questo tipo di giudizi: il timone dell’Amministrazione è sempre più in mano ai “falchi” e lo spazio che trova talora il Segretario di Stato è in fondo funzionale ai loro obiettivi strategici: le manovre e le mediazioni diplomatiche di Powell avvolgono il loro pugno di ferro in un guanto di velluto, il che è indispensabile per esercitare un’effettiva egemonia imperiale nei confronti di alleati sempre più perplessi e recalcitranti, senza mutarne la sostanza: emblematico il caso della risoluzione Onu 1141 sull’Iraq, approvata a novembre. &lt;br /&gt;Era appena caduto il muro di Berlino, era ancora in vita l’Urss e già Cheney articolava un progetto per definire il ruolo politico e militare della Superpotenza americana nel dopo-“guerra fredda”. Il progetto venne eseguito e completato nel febbraio del 1992 da Wolfowitz e da Khalilzad (attualmente inviato della Casa Bianca in Afghanistan). Una bozza di documento, “sfuggita” al controllo del Pentagono venne pubblicata dal “New York Times”, l’8 marzo di quell’anno. I passaggi centrali anticipavano, in modo impressionante, i contenuti della recentissima National Security Strategy, ma dichiarando in modo molto più esplicito quali fossero le vere minacce da temere in futuro. Gli Stati Uniti – scrive il gruppo di Wolfowitz e Cheney – devono impedire l’emergere di una Superpotenza rivale, in una qualunque parte del mondo. Devono evitare, soprattutto, che una Potenza ostile possa dominare una regione “le cui risorse, una volta poste sotto un unico controllo sarebbero sufficienti a produrre un potere globale”. Tra queste regioni vengono citate l’Europa occidentale, l’Asia orientale, l’ex Unione Sovietica e il Medio Oriente. Russia e Cina sono viste come potenziali minacce e si reputa che anche il Giappone, la Germania e altre potenze industriali potrebbero riarmarsi e dotarsi di arsenali nucleari, se sentissero messa a rischio la propria sicurezza, fino a porsi sulla strada della competizione militare con gli Usa. Gli autori raccomandano anche al Pentagono di prevenire con ogni mezzo, incluso l’uso della forza, se necessario, la proliferazione di armi di distruzione di massa, in paesi come la Corea del Nord, l’Iraq, le repubbliche ex-sovietiche. Il documento non faceva menzione alcuna di azioni attraverso l’ONU, ma sostiene la formazione di coalizioni internazionali ad hoc solo nell’imminenza di una crisi. Gli Usa, comunque, dovrebbero prepararsi ad agire indipendentemente, quando non fosse possibile un’azione collettiva .&lt;br /&gt;Dal documento trapela quella visione del mondo come luogo hobbesiano che ritroviamo oggi nella National Security strategy e che negli ambienti della destra, oggi dominanti nell’Amministrazione, si forma ben prima dell’11 settembre 2001. Già al momento dell’insediamento della nuova Presidenza, all’inizio del 2001, un rapporto di un gruppo di esperti conservatori sostiene che gli Usa si trovano di fronte ad un mondo “imprevedibile” e “potenzialmente più pericoloso di quello della Guerra Fredda”. Non si può sapere oggi se la Russia o la Cina “saranno in futuro neutrali, amiche, nemiche o componenti di una alleanza ostile” .&lt;br /&gt;Nel gennaio 2002 trapela sui giornali un nuovo documento segreto del Pentagono, la Nuclear Posture Review (Npr) ed è subito chiaro che il rapporto conservatore precedentemente citato è divenuto il cardine della nuova politica nucleare dell’Amministrazione Bush. La Npr, infatti, minaccia di un “primo colpo nucleare” e non più di un “colpo nucleare di risposta” come nella vecchia dottrina strategica, paesi come la Russia e la Cina, insieme ad altri nemmeno dotati di armi atomiche, come la Libia, la Siria, l’Iraq, l’Iran. E’ il passaggio, come è stato scritto, dalla “mutua distruzione assicurata” della “guerra fredda”, alla “distruzione unilaterale assicurata”, è la fine del trattato di non-proliferazione ed è la premessa per la parificazione delle armi nucleari a quelle convenzionali . “Nell’eventualità che le relazioni degli Usa con la Russia peggiorino significativamente in futuro” si legge nella Npr, “agli Usa può esser necessario recuperare la propria forza nucleare”.&lt;br /&gt;Tutto ciò rientra in una strategia di egemonia imperiale che il gruppo è venuto elaborando negli anni della Presidenza Clinton, servendosi di una rete di istituzioni diverse, centri di ricerca, giornali, riviste. Un ruolo centrale lo ha svolto il Project for the new American Century (Pnac), fondato nel 1997 da Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz e altri 22 personaggi della destra . Il Pnac ha pubblicato giusto un anno prima degli attentati di New York un rapporto intitolato “Rebuilding America’s Defences: Strategy, Forces and Resorces for a NewCentury”, secondo cui gli Usa devono mirare a un fondamentale obiettivo strategico: salvaguardare ed estendere il più a lungo possibile il primato incontrastato ormai raggiunto sul piano militare, economico e tecnologico. Anche in questo caso, ogni altra Potenza industriale - comprese Europa e Giappone - è vista alla stregua di un potenziale antagonista: “Gli Stati Uniti devono scoraggiare le nazioni industriali avanzate che volessero sfidare la nostra leadership o che aspirassero a un maggiore ruolo regionale o globale”. Washington dovrebbe sviluppare la capacità di ingaggiare e vincere dei conflitti armati che esplodessero simultaneamente in più teatri, impegnandosi a mantenere una superiorità nucleare strategica e realizzando uno scudo anti-missile. L’Iraq viene considerato un obiettivo primario di attacco, specificando che se “il conflitto irrisolto con l’Iraq fornisce la giustificazione immediata, la necessità di una sostanziale presenza di forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”. Si riconosce, però, esplicitamente, che questi obiettivi strategici sono probabilmente destinati a rimanere a lungo sulla carta finché mancherà un qualche “catastrophic and catalysing event – like a new Pearl Harbour”.&lt;br /&gt;La nuova Pearl Harbour, giunta l’11 settembre del 2001, ha quindi offerto alla destra neo-imperiale una straordinaria “finestra di opportunità” per la realizzazione di progetti e strategie maturati negli anni precedenti. L’evento del Wtc è parso l’espressione lampante di quella visione “hobbesiana” del mondo da cui muovono tali progetti e strategie. A luglio del 2002 Rumsfeld ha parlato della possibilità “dell’emergere improvviso di un antagonista ostile paragonabile alla vecchia Unione Sovietica”, aggiungendo “noi stiamo entrando in un periodo di sorprese e incertezze […] noi siamo stati sorpresi dall’11 settembre e, non c’è dubbio, saremo sorpresi di nuovo […] la nostra sfida è quella di difendere la nostra nazione dall’ignoto, dall’incerto, dall’occulto e dall’imprevisto” .&lt;br /&gt;Crisi egemonica e “guerra per la supremazia”&lt;br /&gt;In sostanza il passaggio storico cruciale, il vero spartiacque, è segnato non già dall’11 settembre - che ha funzionato invece da elemento catalizzatore e acceleratore di processi in atto – ma dal crollo dell’Urss e dalla fine della “guerra fredda” .&lt;br /&gt;E’ in questo contesto che bisogna inserire e analizzare la National Security Strategy, come essenziale momento di definizione delle strategie imperiali americane. Come ha notato Perry Anderson la demolizione del vecchio ordine internazionale è incominciata già con l’amministrazione Clinton, sia pure con modalità e sotto etichette politico-ideologiche differenti da quelle attuali . Risale appunto agli anni di Clinton la codificazione di un nuovo ordine che limita il vecchio principio di sovranità nazionale, supera il concetto di “auto-difesa” come sola legittimazione della guerra e stabilisce, invece, un diritto di “ingerenza umanitaria” fondato sulla nozione di una “international community of universal justice and human rights”. La guerra del Kosovo voleva essere una guerra costituente di questo nuovo ordine e fu condotta dalla Nato, al di fuori delle Nazioni Unite.&lt;br /&gt;Quella di Anderson è una delle analisi più lucide del mutamento in atto, costruita su categorie gramsciane. A suo avviso, dopo la seconda guerra mondiale, gli Usa hanno perseguito due fondamentali finalità strategiche: 1) difendere e diffondere, per quanto possibile, il sistema capitalistico, “contenendo” l’Urss e il comunismo; 2) assicurarsi un’incontrastata egemonia nell’ambito del mondo capitalistico. Lo “spettro” del comunismo rendeva più agevole il conseguimento del secondo obiettivo, rendendo gli altri paesi capitalistici disponibili ad accettare la “protezione” e la leadership statunitense. Con la caduta dell’URSS non è stato più possibile integrare i due obiettivi in un unico sistema di egemonia. La scomparsa dell’Urss lascia libere di emergere le tensioni e le rivalità tra i paesi capitalistici e rischia paradossalmente di destabilizzare l’egemonia americana. Se la capacità di egemonia, citando Gramsci, si basa su una miscela di “dominio” e “direzione”, di “forza” e di “consenso”, oggi, è proprio questa “formula chimica del potere” che è in evoluzione. Essa vede, al momento, una preoccupante prevalenza della “forza” rispetto al “consenso” . Questo aspetto nell’analisi di Anderson corrisponde a quanto già rilevava Salvatore Minolfi su uno degli ultimi numeri di questa rivista quando considerava il “Terzo Impero” americano contrassegnato da un “dominio senza egemonia”: “La costruzione del ‘terzo impero’ appare piuttosto un sottoprodotto del ‘missile Cruise’: essa sta avvenendo senza il benché minimo investimento di risorse egemoniche" .&lt;br /&gt;Potremmo aggiungere, a integrazione delle riflessioni di Anderson, che non è stato solo il dissolversi dello spettro comunista, incarnato dall’Urss a determinare una caduta di consenso nei confronti della leadership americana. Non meno importante sembrano il fallimento del modello di sviluppo e di modernizzazione occidentale in molte regioni del mondo (tra cui i paesi arabi), le difficoltà e contraddizioni della globalizzazione neo-liberista, la caduta di senso nella civiltà occidentale e l’incapacità dell’Occidente e del suo paese-guida, ridotti – secondo la definizione di Serge Latouche – ad un’”anonima mega-macchina tecno-economica”, di “incantare” ancora il mondo con le loro promesse di abbondanza .&lt;br /&gt;Lo choc dell’11 settembre e lo sviluppo di nuove armi, capaci di ridurre al minimo i costi umani di una guerra (almeno dalla parte americana), hanno consentito continua Anderson - di superare il tradizionale gap che esiste negli Usa tra le mire politico-militari e l’effettivo consenso alla guerra, alimentando un’esplosione di “nazionalismo popolare”. Ciò si accompagna a un deciso mutamento ideologico nella strategia americana: la “guerra al terrorismo” ha sostituito l’”intervento umanitario” dei tempi di Clinton. Si vorrebbe ora codificare la necessità della “guerra preventiva”, anche unilaterale, contro i rogue states, diretta a un mutamento di regime. Secondo Anderson, però, l’attuale formula ideologica è solo una parentesi: i suoi negative goals non possono sostituire a lungo i positive ideals che un’egemonia richiede. La “guerra al terrorismo” nasce da una “emergenza” ed è consentita dall’apertura di una “finestra di opportunità” che potrebbe presto richiudersi. Lo slittamento della bilancia di forza e consenso, con la crescita enorme della prima e il declino del secondo, è un dato di fatto, ma proprio per questo sarà presto inevitabile, per garantire l’egemonia americana, l’adozione di una formula ideologica che possa mascherare lo squilibrio, accentuando gli elementi del soft power su quelli dell’hard power che oggi sembrano in primo piano. Per ora, tuttavia, si può osservare che i toni soft sono solo di facciata, in un documento come la National Security Strategy, come avviene, ad esempio, quando si enfatizza l’”equilibrio di potere” (balance of power) che gli Usa vorrebbero realizzare e mantenere, mentre nella realtà si persegue il fine precisamente opposto, Se non altro, rileva però Anderson, saranno le difficoltà dell’economia, sulla quale si fonda, pur sempre, l’egemonia statunitense, a consigliare questo passaggio a una gestione più preoccupata del consenso internazionale. Ed allora “le vedove di Clinton troveranno consolazione”, mentre mancherà il fiato ai falchi dell’Amministrazione repubblicana. &lt;br /&gt;Possiamo accogliere queste conclusioni di Anderson con una importante riserva. Lo scenario futuro da lui delineato richiede comunque la possibilità – oltre che la capacità – di una direzione politica, di un governo della globalizzazione capitalistica. E se, invece, fosse entrata in una fase di crisi strutturale e permanente proprio questa possibilità di direzione politica? E se la “guerra duratura” fosse la tragica reazione a questa crisi e l’unica strategia rimasta alle classi dominanti per fronteggiare le contraddizioni planetarie? Tra le quali ultime vanno ricordate, anzitutto, le crescenti e drammatiche diseguaglianze, che l’impatto con i “limiti” ambientali dello sviluppo rende strutturali e irreversibili all’interno del paradigma attuale. Il 20% degli abitanti del pianeta consuma l’86% delle risorse (stima del 1999), mentre il quinto più povero ha a sua disposizione soltanto l’1,4% delle risorse. La distanza tra il reddito del quinto più ricco e il reddito del quinto più povero della popolazione mondiale si allarga continuamente: il rapporto era di 30 a 1 nel 1960, di 60 a 1 nel 1990, di 74 a 1 nel 1997. Le 200 persone più ricche del mondo hanno un reddito superiore a quello complessivo dei 2 miliardi di persone più povere. Inoltre, come nota giustamente Revelli, lo squilibrio non sta solo nelle differenze di reddito, essendo il reddito pro-capite un indicatore alquanto rozzo delle differenze sociali. Se utilizziamo un indicatore più sofisticato il divario risulta non meno spropositato: un cittadino statunitense ha oggi a sua disposizione quotidianamente 250.000 chilocalorie di energia per gestire la propria giornata. Un europeo tra un terzo e la metà. Un latino-americano un decimo (25.000). Un indiano ha soltanto 4500 chilocalorie quotidiane. Un pakistano 1400. Un somalo meno di 1000 . Soprattutto, manca oggi agli “esclusi” dal benessere (più dei 4/5 dell’umanità) finanche la promessa – tipica dell’epoca fordista – della possibile futura generalizzazione di questo benessere. Nel mondo di oggi, la distanza tra il Primo e il Quarto mondo (essendo ormai scomparsi il Secondo e, secondo Latouche, anche il Terzo) non si misura più, o non si misura solo, in termini di “sfruttamento”, ma in termini di emarginazione e di esclusione .&lt;br /&gt;La nuova virulenza dell’imperialismo, inoltre, non è forse segnata da un’altra fondamentale cesura storica, quella che ha segnato, insieme, la fine del “fordismo” e l’impatto con i “limiti dello sviluppo” e della quale adesso si incominciano a percepire sensibilmente le conseguenze? Il “trentennio d’oro”, seguito alla seconda guerra mondiale, aveva generato, infatti, l’illusione di una crescita illimitata. Il paradigma fordista aveva come suo presupposto – quasi dogmatico – la credenza in uno sviluppo senza limiti: il “circolo virtuoso” fordista si reggeva proprio sull’assunto di una crescita progressiva e indefinita della produzione, della domanda, dei salari, dei consumi. Oggi, invece, bisogna fare i conti con i limiti strutturali dello sviluppo: limiti sul piano degli input (materie prime e risorse primarie, fonti di energia, disponibilità di mano d’opera) e degli output (emissioni nell’ambiente, scarichi, rifiuti e conseguente inquinamento, domanda di mercato).&lt;br /&gt;I fattori economici, quelli politici e quelli militari non sono allora separabili nella politica imperiale americana, ma sono ormai fusi in un unico obiettivo strategico e sotto l’insegna della “guerra al terrorismo” e quindi della “sicurezza nazionale”, come ha chiarito efficacemente Michael Klare. Dove “guerra al terrorismo” e “sicurezza nazionale” stanno per “guerra per la supremazia americana” . E “supremazia americana” significa conservare agli Usa e – fin quando sarà possibile – ai loro alleati più stretti uno stile di vita, uno standard di consumi e un benessere materiale che comportano un dispendio di risorse e un inquinamento del pianeta tali da renderne ormai totalmente inconcepibile l’universalizzazione (ecco la promessa mancata, la speranza svanita dell’epoca fordista). L’impossibilità di generalizzare all’intera umanità o anche ad una porzione sensibilmente più significativa di quella attuale lo stile di vita occidentale è data, infatti, non da limiti economici o politici, che potrebbero anche essere superati, ma da limiti fisici ed ecologici: se un indiano consumasse tanta carta, quanta ne consuma uno statunitense tutte le foreste del pianeta sarebbero distrutte in sei anni, se ogni cinese potesse avere un automobile, l’incremento dei gas-serra porterebbe subito l’ecosistema al collasso.&lt;br /&gt;La National Security Strategy del 2002 rappresenta dunque una tappa cruciale nel processo di costruzione e di codificazione di un nuovo ordine internazionale, che è funzionale alla supremazia americana, ma, nel contempo, è anche il sintomo di una crisi drammatica di egemonia. E’ un ordine che potremmo chiamare “della minaccia universale e della guerra permanente”, dove, però, le vere minacce da tenere sotto controllo non sono quelle dichiarate e altri, rispetto a quelli ufficiali, sono i reali obiettivi della guerra “duratura”. Un ordine che è di per sé eversivo del diritto internazionale e delle Nazioni Unite e che deve difendere in primo luogo la globalizzazione neoliberista: “libero mercato e libero commercio sono priorità-chiave della nostra strategia di sicurezza nazionale”, si legge, infatti, nel documento. Un ordine, ancora, che deve tenere a bada ogni futuro, potenziale antagonista e stabilire un controllo su risorse vitali per l’economia capitalistica e per l’economia americana in particolare - ma non illimitate.&lt;br /&gt;La “guerra permanente” che segna ormai il nostro tempo riguarda così sia la supremazia politica, sia il controllo di risorse scarse e in via di esaurimento – prime fra tutte il petrolio e il gas naturale .&lt;br /&gt;E’ sempre più chiaro, altresì, che la guerra, e infine la “guerra permanente”, non è oggi un incidente di percorso, né nasce da una temporanea eclisse della funzione politico-diplomatica, ma è la deriva di un modo di produzione fondato strutturalmente sulla crescita illimitata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888888&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-89966545?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89966545'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89966545'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#89966545' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-89966377</id><published>2003-03-01T12:37:00.000-08:00</published><updated>2003-03-01T12:37:06.153-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>L’“asse del male” come concetto etico-geostrategico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Michele Paolini&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sostituzione di “rogues states” con “axis of evil” significa&lt;br /&gt;uno spostamento del concetto dal piano psicologico a quello morale,&lt;br /&gt;ma soprattutto dalla dialettica ricco-povero a quella Bene-Male&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. Dopo l’11 settembre è uscita dal vocabolario politico ufficiale statunitense l’espressione rogue states, “Stati canaglia”, con cui venivano definiti negli anni tra la caduta del muro di Berlino e quella delle Twin Towers cinque stati percepiti dagli Usa come minaccia in quanto tali. Essi erano Iran, Siria, Iraq, Libia e Corea del Nord. La definizione attribuiva caratteristiche psicologiche tipiche degli individui a entità più complesse, cui meglio avrebbe dovuto attagliarsi un giudizio fondato su categorie politiche e, se mai, etico-politiche . Comunque diversamente articolate. Dunque rogue states demarca l’inizio di un periodo in cui la psicologia interviene nella regolazione dei rapporti interstatali.&lt;br /&gt;È il caso di notare come mancasse dalla black list l’Afghanistan, contro cui George W. Bush ha fatto partire l’attacco il 7 ottobre 2001. Ne segue ora l’occupazione militare, cui partecipa anche l’Italia.&lt;br /&gt;2. Perché mancava l’Afghanistan? Non si è trattato ovviamente di un “errore di distrazione”. Il governo dei talebani era riconosciuto dai più stretti alleati degli Usa nel Golfo: i principi regnanti dell’Arabia Saudita. Anzi, sotto molti aspetti ne era un’emanazione. Bisogna inoltre ricordare che quando i talebani espugnarono Kabul, tra il 25 e il 26 settembre 1996, i governi schierati contro la loro ascesa furono quelli dell’Iran - perciò uno dei rogue states-, della Russia e dell’India. Non quello degli Stati Uniti. Dal canto loro, Arabia Saudita e Pakistan sostennero gli “studenti di teologia” con ogni mezzo.Quanto a Bill Clinton, come ha ricordato Ahmed Rashid, &lt;br /&gt;“simpatizza apertamente con i talebani perché sono in linea con la politica antiraniana di Washington e rappresentano una pedina importante per il progetto di un gasdotto dall’Asia centrale che non passasse attraverso l’Iran” .&lt;br /&gt;Soltanto alla fine del 1997, il 18 novembre, il segretario di Stato statunitense Madeleine Albright prese ufficialmente posizione contro il nuovo governo di Kabul, avviando una lenta inversione di marcia completata nel gennaio 1999, allorché il vicesegretario di stato Strobe Talbott lanciò l’allarme per i rischi derivanti dall’oscurantismo dilagante in tutta l’Asia centrale. Rischi di “talebanizzazione”, secondo un neologismo usato in quella occasione .&lt;br /&gt;Il cambio di posizione è avvenuto peraltro in due tempi, a seconda che si operasse alla luce del sole oppure under the table. Sulla carta, esso è maturato tra 1997 e 1999. Ma under the table, sarebbero stati mantenuti contatti sia tra Osama bin Laden e i sauditi che tra i talebani e gli statunitensi fino al luglio-agosto 2001. Ossia fino a pochi giorni prima della tragedia alle Twin Towers .&lt;br /&gt;3. La guerra all’Afghanistan ha prodotto alcuni risultati strutturali. Alla fine del 2001 i talebani sono stati sbaragliati e dispersi. I militari statunitensi si sono invece insediati stabilmente nelle Repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica, a cominciare dalla più importante: l’Uzbekistan, cuore dell’Asia Centrale. A Kabul, il rovesciamento di un governo giudicato ostile ha portato alla presidenza Karzai. E dopo pochi mesi al ripristino del piano per la costruzione del gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan in funzione antiraniana .&lt;br /&gt;L’Iran fronteggia così una situazione di accerchiamento anche nella battaglia diplomatica per la ridefinizione dello status giuridico del Caspio. Cioè per la suddivisione delle risorse caspiche. Com’è noto, la questione riveste una grande importanza, anche perché gli Stati Uniti riconoscono da tempo nel Caspio e nell’Asia Centrale un polo energetico prospetticamente complementare al Golfo Persico.&lt;br /&gt;Qual è la questione? Finché c’era l’Urss, i trattati riconoscevano a Teheran come a Mosca il 50% del controllo sulle acque in base ad un criterio fifty-fifty. E proprio al largo delle acque si trovano i maggiori giacimenti dell’area. Ora il dibattito riguarda non più Urss e Iran, ma cinque Stati rivieraschi: Russia, Kazakistan, Turkmenistan, Iran, Azerbaigian.&lt;br /&gt;Per le modalità della suddivisione, il ventaglio delle soluzioni possibili sembra contenuto nell’alternativa tra due opzioni sfavorevoli all’Iran. Da una parte c’è l’ipotesi di attribuire una porzione del 20% ad ogni stato. Teheran pensa ad essa come al male minore, ipotizzando questa spartizione su base aritmetica. Dall’altra parte c’è l’ipotesi di una quota nazionale iraniana ridotta al 14%. E ad essa tendono gli altri Stati litoranei, in base all’idea di un’assegnazione proporzionale all’estensione della linea costiera.&lt;br /&gt;L’11 settembre ha spinto la Russia al “nuovo dialogo energetico” con gli Stati Uniti. Da allora la posizione di Mosca sembra condizionata dall’intesa con Washington anche sul Caspio. L’occupazione statunitense dell’Afghanistan mette comunque sotto pressione l’intero ovale compreso tra Caucaso, Caspio e Asia centrale.&lt;br /&gt;4. L’11 settembre la Libia non era ormai più considerata un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti. Le autorità tripoline erano state però a lungo accusate di alimentare occultamente forze o fenomeni fatti rientrare a Washington nell’area semantica del “terrorismo internazionale”. Nel maggio 1981 gli Usa avevano chiuso per questo motivo la loro missione diplomatica, sottoponendo successivamente ad embargo il petrolio libico (marzo 1982).&lt;br /&gt;Il leader libico Muammar Gheddafi venne dichiarato responsabile degli attacchi lanciati nel dicembre 1985 contro gli aeroporti civili di Roma e Vienna. Nel gennaio 1986 gli Usa imposero sanzioni e congelarono i beni libici. Il 5 aprile 1986 Gheddafi venne accusato di avere commissionato un attentato contro una discoteca di Berlino Ovest, in cui rimasero uccise tre persone, tra le quali un cittadino statunitense. Il 14 aprile 1986 furono perciò bombardati dall’aviazione statunitense, per rappresaglia, obiettivi a Tripoli e Bengasi.&lt;br /&gt;Due anni dopo, il 21 dicembre 1988, fu ancora attribuita ai servizi di sicurezza libici la paternità dell’attentato che fece esplodere sopra Lockerbie, in Scozia, il volo numero 103 della Pan Am, uccidendo 270 persone. Il rifiuto opposto da Tripoli alla consegna di due sospetti attentatori libici portò ad un embargo internazionale, approvato dall’Onu il 15 aprile 1992 e tolto solo dopo sette anni, nel 1999, in seguito alla consegna - avvenuta il 5 aprile 1999 - alle autorità scozzesi e olandesi dei due ricercati. Uno dei quali, Abdel Basset Ali al-Meghri, è stato poi riconosciuto colpevole il 31 gennaio 2001.&lt;br /&gt;Rimangono tuttora in vigore le sanzioni statunitensi disposte dall’Iran Libya Sanctions Act (Ilsa) del 1996. L’Ilsa prevede sanzioni contro le compagnie estere che investano in Libia più di quaranta milioni di dollari nei settori petrolio e gas per un periodo superiore a un anno. Il 27 luglio 2001 il Congresso statunitense ha approvato l’estensione dell’Ilsa per cinque anni .&lt;br /&gt;I rapporti tra la Libia e i governi occidentali hanno conosciuto una svolta ai primi di agosto del 2002 con la visita in Libia del viceministro degli esteri britannico Mike O’Brien, occasione in cui i libici si sono dichiarati pronti a pagare risarcimenti ai familiari delle vittime e ad assumersi in qualche forma la responsabilità di quanto accaduto a Lockerbie. Il che sarebbe la conditio sine qua non per una revoca delle sanzioni completa e definitiva .&lt;br /&gt;5. Il riavvicinamento risulta tanto più significativo se si considerano alcune linee evolutive dei rapporti anglo-libici tra il 1969 e il 2002.&lt;br /&gt;Una delle prime iniziative prese da Muammar Gheddafi nel 1969 - quando conquistò il potere - fu la nazionalizzazione del settore petrolifero. Ciò danneggiò soprattutto gli interessi della Gran Bretagna, perché la British Petroleum era proprietaria della maggior parte degli impianti. Dal 1970, i beni libici depositati presso la City vennero congelati e il rovesciamento del leader di Tripoli diventò in breve una priorità per i governanti inglesi da allora succedutisi. In questo contesto, dopo il 1979, l’impegno occidentale in Afghanistan contro l’Urss andò a vantaggio anche dei movimenti religiosi radicali libici, cui venne dato un forte appoggio. Ciò avrebbe dovuto favorire una loro partecipazione alla guerra santa antisovietica. Infatti, li avvicinò progressivamente alla rete di Osama bin Laden.&lt;br /&gt;L’intreccio di questi rapporti presenta risvolti a dir poco perversi. Secondo dichiarazioni di un ex agente britannico, David Shayler, sarebbe per esempio comprovata la collaborazione nel novembre 1996 tra elementi dei servizi di sicurezza inglesi e affiliati libici di Osama bin Laden nei preparativi di un attentato contro Gheddafi . D’altra parte, il primo mandato di cattura internazionale contro Osama bin Laden venne spiccato dall’Interpol proprio su domanda delle autorità libiche, il 15 aprile 1998. Non su richiesta degli Stati Uniti né della Gran Bretagna.&lt;br /&gt;Allora Tripoli accusava bin Laden dell’assassinio di due cittadini tedeschi uccisi a Sirte il 10 marzo 1994. Nella circostanza, mentre la Libia ne reclamava la consegna, gli Stati Uniti temporeggiavano. Eppure a bin Laden era già stato attribuito l’attacco del 25 giugno 1996 contro la base militare statunitense di Daharan, in Arabia Saudita, in cui avevano perso la vita diciannove uomini. Ed era dal 28 febbraio 1998 che il principe saudita aveva lanciato il suo programma di guerra agli Stati Uniti .&lt;br /&gt;6. L’espressione axis of evil, “asse del male”, sostituisce quella di rogue states con il discorso sullo stato dell’Unione tenuto da George W. Bush il 29 gennaio 2002. In esso, il presidente aveva fissato come primo obiettivo la distruzione delle basi afghane da cui, a suo dire, erano partiti gli attentatori dell’11 settembre. C’era poi un secondo obiettivo:&lt;br /&gt;“Our second goal is to prevent regimes that sponsor terror from threatening America or our friends and allies with weapons of mass destruction. Some of these regimes have been pretty quiet since September the 11th. But we know their true nature. North Korea is a regime arming with missiles and weapons of mass destruction, while starving its citizens. &lt;br /&gt;Iran aggressively pursues these weapons and exports terror, while an unelected few repress the Iranian people's hope for freedom. &lt;br /&gt;Iraq continues to flaunt its hostility toward America and to support terror. The Iraqi regime has plotted to develop anthrax, and nerve gas, and nuclear weapons for over a decade. This is a regime that has already used poison gas to murder thousands of its own citizens - leaving the bodies of mothers huddled over their dead children. This is a regime that agreed to international inspections - then kicked out the inspectors. This is a regime that has something to hide from the civilized world” .&lt;br /&gt;Il passaggio da rogue states a axis of evil ha aggravato in qualche modo il giudizio negativo contenuto nella prima forma con l’aggettivo rogue, dando alla classificazione originaria un’inclinazione morale nuova. Il disvalore di cui il “nemico” sarebbe portatore è ora qualcosa di radicale. Ciò semplifica drammaticamente un universo di problemi teorici, la cui discussione sarebbe spettata in realtà a studiosi del rapporto tra ethos e politica internazionale. Solo questi avrebbero potuto offrire risposte ragionate ad un interrogativo altrimenti inquietante: “si possono formulare giudizi morali sugli Stati - come se fossero persone - in base ad una sorta di proprietà transitiva che trasferisce ad essi il giudizio morale espresso sul conto di chi ne regge le sorti?” Senza attendere i tempi lunghi del lavoro intellettuale, Bush l’ha fatto. Il che subordina le strutture della geopolitica non soltanto a categorie psicologiche (rogue), bensì - appunto - morali (evil).&lt;br /&gt;Che senso ha tutto questo? Vuol dire imporre un sistema di valutazione qualitativo e simmetrico (Bene vs. Male) anziché quantitativo e non simmetrico (ricchi vs. poveri). Un conto è dichiarare guerra al Male, altro è dichiararla - per così dire - a una formica. Specie per chi ha dimensioni da elefante. Meglio far prevalere il punto di vista morale. Il Male non si misura, si combatte. Naturalmente, su un piano di eguaglianza tra belligeranti. Il che sopprime il punto di vista materiale e mistifica le geometrie della contrapposizione. In altre parole, il Male fa recuperare alla guerra il senso dell’equilibrio.&lt;br /&gt;Non a caso, pochi giorni dopo, ai primi di febbraio, Bush ha ripreso l’espressione axis of evil per sostenere la richiesta di un aumento della spesa militare di 48 miliardi di dollari:&lt;br /&gt;“Terrorist states and terrorist allies are an axis of evil, seeking weapons of mass destruction. But I've put them on notice. The United States of America will not permit the world's most dangerous regimes to threaten us with the world's most destructive weapons. [...] We need to be agile and quick to move. We need to be able to send our troops onto battlefields in places that many of us never thought there would be a battlefield. We need to be agile and mobile. And, therefore, we need to replace aging aircraft, and get ready to be able to defend freedom with the best equipment possible. Our men and women deserve the best weapons, the best equipment, and the best training. And therefore, I've asked Congress for a one-year increase of more than $48 billion for national defense, the largest increase in a generation” .&lt;br /&gt;Questo “semplice” differenziale aggiuntivo sulla spesa militare precedente rappresenta di per sé una grandezza incomparabilmente superiore a quelle messe in campo dall’“asse del male”. Perciò una richiesta simile sarebbe risultata poco appropriata alla luce di un confronto con le risorse destinate alla spesa militare dai terrorist states. Ecco come:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spese militari (miliardi di dollari)&lt;br /&gt;Iran 9,7 *&lt;br /&gt;Iraq 1,3&lt;br /&gt;Corea del Nord 5,1**&lt;br /&gt;Totale “ axis of evil” 16,1&lt;br /&gt;Stati Uniti 318,4***&lt;br /&gt;.&lt;br /&gt;* anno 2000; ** anno 2001; *** anno 2002&lt;br /&gt;Fonti: Cia, World Factbook 2002; “Il Sole 24 Ore” 24 ottobre 2002.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I dati provengono da fonti a diverso titolo vicine ai centri di spesa occidentali e alle loro agenzie di ricerca . È possibile e molto utile un raffronto. Il che permette qualche osservazione: &lt;br /&gt;1) occorrono circa venti “assi del male” per pareggiare la spesa militare statunitense; &lt;br /&gt;2) l’aggregazione del dato relativo ai tre terrorist states non ha alcun senso politico, dal momento che tra essi non c’è nessuna forma d’integrazione o coordinamento né affinità ideologica; &lt;br /&gt;3) l’unico confronto significativo è tra i singoli Stati. Ed evidenzia questi rapporti: Usa-Iran circa 33 a 1, Usa-Corea circa 62 a 1, Usa-Iraq circa 244 a 1. I risultati non divergerebbero in modo sostanziale se sostituissimo al budget militare statunitense del 2002 quello - più modesto - del 1999. Si sarebbe comunque trattato di 283,1 miliardi di dollari . In un ragionamento sugli ordini di grandezza, ciò non modifica molto. Inoltre, il senso della sproporzione sarebbe stato caso mai ancora più sconcertante se avessimo considerato il budget statunitense del 2003, il cui importo è cresciuto a 355,4 miliardi di dollari .&lt;br /&gt;Il senso della sproporzione si ritrova negli stessi termini con i dati relativi alla ricchezza prodotta:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prodotto interno lordo (miliardi di dollari)&lt;br /&gt;Iran 347*&lt;br /&gt;Iraq 59,9**&lt;br /&gt;Corea del Nord 22,6*&lt;br /&gt;totale “axis of evil” 429,5&lt;br /&gt;Stati Uniti 9255*&lt;br /&gt;*anno 1999; **anno 1999, stime&lt;br /&gt;Fonti: Cia, World Factbook 2002&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche in questo caso occorre una ventina di “assi del male” per pareggiare la ricchezza prodotta dagli Stati Uniti.&lt;br /&gt;7. Il passaggio dai rogue States all’axis of evil indica comunque un’altra discontinuità. È da considerare la riduzione del gruppo da cinque a tre elementi: Corea del Nord, Iran e Iraq. Oltre alla Corea del Nord, rimangono incluse le due potenze petrolifere del Golfo Persico: Iran e Iraq. Siria e Libia sono state invece collocate fuori dal gruppo. Evidentemente, le precedenti categorie psicologiche si prestavano a qualche variazione, al contrario di quelle morali. Garantivano cioè una certa mobilità.&lt;br /&gt;Ora però il Male è - per definizione - uguale a se stesso. Tautologico, irreversibile, immobile. In questo senso, l’axis of evil segna anche un irrigidimento manicheo del sistema internazionale. A meno di non trasferire agli Stati le possibili forme di mobilità morale ammesse - nelle varie culture - per gli individui. Ma ciò non sembra attualmente possibile. In questa codificazione simbolica manca il terzo luogo, quello del transito dal Male al Bene. Tertium non datur. L’“asse del male” istituisce una geometria chiusa, fatta per durare. È cioè funzionale a una logica di “militarizzazione lunga” dei rapporti internazionali.&lt;br /&gt;Insomma, mentre lo schema dei rogue states era più dinamico, quello dell’axis of evil è statico.&lt;br /&gt;8. Perché la Siria è stata tenuta fuori dall’“asse del male”? La sua posizione è complessa. In primo luogo, bisogna osservare che l’11 settembre 2001, al contrario della Libia, essa era ancora percepita dagli Stati Uniti come una minaccia. Almeno formalmente.&lt;br /&gt;Lungo il corso degli anni Ottanta, al governo di Damasco è stato rimproverato costantemente un ruolo di sostegno e promozione ad attività internazionali di tipo terroristico. In generale, legate storicamente alla popolazione palestinese. Alcune di queste invece erano connesse con le organizzazioni libanesi ritenute responsabili dell’attacco suicida avvenuto a Beirut il 23 ottobre 1983 contro il quartier generale dei marines. Attacco che fece 241 vittime. Una vicenda traumatica nella politica estera degli Stati Uniti contemporanei.&lt;br /&gt;Anche in questo caso può servire la descrizione di alcune linee evolutive inerenti il rapporto con le Potenze occidentali.&lt;br /&gt;La Siria è stata coinvolta nella guerra civile libanese in modo diretto e ininterrotto dal 1976. Ciò naturalmente nel più ampio contesto del conflitto arabo-israeliano. Ne è rimasta implicata a vari livelli fino ad oggi. Il trattato sottoscritto con il Libano il 22 maggio 1992, pur riconoscendo al vicino un’indipendenza formale, pone in realtà le autorità di Damasco nella condizione di esercitare la propria influenza in modo più articolato ed efficace. Un punto di svolta si è avuto comunque nell’agosto del 1990, quando il presidente Hafez al Assad condannò l’occupazione irachena del Kuwait, unendosi alla coalizione a guida statunitense e inviando propri reparti a fianco delle forze alleate nella guerra del Golfo. Da allora la Siria dà segno di avere imboccato decisamente la strada del negoziato con l’Occidente, in una prospettiva di graduale armonizzazione delle relazioni arabo-israeliane. Il tentativo siriano mirava a riportare alla normalità soprattutto i rapporti con Stati Uniti e Gran Bretagna.&lt;br /&gt;9. Tra 1997 e 2000 Damasco ha avviato negoziati con l’Unione europea (Ue) in vista di possibili forme di associazione. Lo sforzo complessivo del governo è andato nella direzione di un inserimento del paese nello spazio economico del Mediterraneo, con la speranza di attrarre investimenti esteri ed accrescere l’interscambio.&lt;br /&gt;L’apertura ai traffici internazionali puntava anche a sfruttare meglio le possibilità offerte dalla collocazione geografica del paese, corridoio terrestre tra Golfo Persico e Mediterraneo. Non a caso, Damasco ha contemporaneamente riallacciato i legami diplomatici con Baghdad, giungendo alla firma di un accordo per la riapertura dell’oleodotto - chiuso dal 1982 - che collegava i giacimenti dell’Iraq settentrionale al porto siriano di Banias, sul Mediterraneo. La condotta, la cui portata può giungere fino a 1 milione di barili al giorno, potrebbe pesare sugli assetti complessivi del mercato energetico mondiale e quindi sulla geopolitica delle rotte.&lt;br /&gt;Perciò, l’apertura di questo percorso verso il Mediterraneo - oltre a quello già attivo tra Kirkuk e il porto turco di Ceyhan - si accorda pienamente con la strategia statunitense, tesa a decongestionare il Golfo Persico attraverso la diversificazione geografica della produzione e delle rotte ed un controllo più diretto sulle varie province petrolifere.&lt;br /&gt;10. Rimane un interrogativo sui tempi e sull’effettivo avanzamento nel processo di reinserimento internazionale in cui la Siria sembra avviata. Essi appaiono suscettibili di rallentamenti, accelerazioni o cambiamenti d’indirizzo anche in base agli sviluppi impressi alla situazione regionale dalla politica israeliana nei territori occupati.&lt;br /&gt;Dopo l’11 settembre 2001, il processo mostra peraltro una netta accelerazione. Il 4 settembre 2002, David Satterfield, inviato in Medio Oriente per il presidente Bush in missione a Beirut, ha sostenuto la contrarietà dell’Amministrazione Usa di fronte ad una prospettiva di inasprimento delle relazioni con la Siria, perché ciò avrebbe limitato lo spazio di manovra per Washington nella gestione dell’emergenza irachena.&lt;br /&gt;L’8 novembre 2002 la Siria ha votato la risoluzione 1441 dell’Onu, con cui il Consiglio di Sicurezza chiedeva il disarmo dell’Iraq. Un voto giudicato sorprendente - in quanto sostanzialmente ostile a Baghdad - da alcuni commentatori. Damasco ha giustificato la propria posizione sottolineando come la risoluzione 1441 abbia finalmente restituito alle Nazioni Unite il ruolo di centro decisionale competente. L’argomento appare specioso. La risoluzione infatti ha spianato la strada all’uso della forza, dandogli una veste procedurale e codificandolo. Grazie alla risoluzione 1441, la procedura ha dovuto seguire - in un contesto di presunta neutralità giuridica - il proprio ineluttabile corso.&lt;br /&gt;11. La creazione di uno spazio mediterraneo in qualche misura complementare al Golfo sembra ricollegare non soltanto l’Iraq alla Siria, ma anche la stessa Siria alla Libia. Il che significa tra l’altro - come si vedrà - all’Italia.&lt;br /&gt;Per lo sviluppo di questo spazio sono in fase di studio o realizzazione grandi progetti infrastrutturali, che ne costituiscono le gigantesche nervature.&lt;br /&gt;1) La linea ferroviaria transmaghrebina di collegamento Egitto-Tunisia attraverso 2000 chilometri di coste libiche, che fungerà da collegamento sulla direzione Est-Ovest.&lt;br /&gt;2) Il gasdotto sottomarino Greenstream di collegamento tra Libia e Italia, lungo la direzione Sud-Nord .&lt;br /&gt;3) Il progetto per una linea energetica dalla Siria al Marocco, cui potrebbe fare da complemento anche un oleodotto Italia-Libia, affiancato al gasdotto Greenstream .&lt;br /&gt;La vendita di gas libico all’Italia rientra nel cosiddetto “Progetto Libia” dell’Eni. Essa dovrebbe raggiungere nel 2006 il volume di 8 miliardi di metri cubi l’anno. Nell’anno 2000 l’Italia ha consumato gas naturale per 70,4 miliardi di metri cubi e l’ha importato da vari fornitori, i più importanti dei quali sono stati l’Algeria (28,1 miliardi di metri cubi) e la Russia (21 miliardi di metri cubi). Il gas naturale dunque arriva già all’Italia dall’Africa Settentrionale. In particolare, via gasdotto, dall’Algeria a partire dal 1996.&lt;br /&gt;La condotta libica dovrebbe rinsaldare i legami transmediterranei già esistenti tra Italia, Libia, Tunisia e Algeria .&lt;br /&gt;12. In una prospettiva più ampia, l’Italia è impegnata nella ricerca di una posizione internazionale sempre più competitiva . Sotto questo profilo, essa interpreta certamente un ruolo di primo piano nella promozione delle “strategie di approvvigionamento energetico della regione euromediterranea” . Proprio con questa profondità strategica e con questa proiezione verso l’esterno vedono la luce le grandi opere di infrastrutturazione su scala nazionale, nonché le ambizioni dei vari nodi logistici nazionali.&lt;br /&gt;Uno di questi è il porto di Trapani, già oggi primo scalo della Sicilia per il traffico dei container. Esso mira ad acquisire la funzione di piattaforma logistica nei lavori per il gasdotto Greenstream verso la Libia. Un altro è Messina, dove sorgerà il progettato ponte sullo stretto, in linea con Trapani lungo l’asse Ovest-Est. La sua realizzazione è prevista per il 2011 e dovrebbe assicurare il collegamento stradale e ferroviario con le dorsali tirrenica ed adriatica. Di lì con l’intera struttura delle reti di trasporto transeuropee. Un terzo nodo è Bari, terminale adriatico del corridoio paneuropeo numero 8, della cui realizzazione l’Italia - controllandone il segretariato - è capofila. Il corridoio 8 collega Italia, Albania, Macedonia e Bulgaria fino al terminale di Varna, sul Mar Nero e costituisce sia lo sbocco verso l’area balcanica di un output di investimenti italiani già cresciuto in modo consistente tra il 2000 e il 2002 sia una delle future linee dell’input energetico proveniente dal Caspio.&lt;br /&gt;13. Queste osservazioni ancora parziali vanno connesse ad altri elementi di analisi. Ciò per contribuire alla rappresentazione di uno scenario il più possibile completo .&lt;br /&gt;Gli Usa percepiscono Corea del Nord, Iran e Iraq come radicale ed unitaria minaccia morale. Questa viene riassunta nella formula demonologica di “asse del male”. La minaccia però appare poco consistente da un punto di vista materiale. Attraverso di essa si giustifica comunque il ricorso alla leva militare, con cui viene ad attuarsi il passaggio da una fase di controllo ad un’altra di dominio sull’Iraq.&lt;br /&gt;Se non c’è minaccia morale, quali sono le ragioni di quanto accade? Sono varie, intrecciate tra loro, connesse ai settori strategici dell’economia capitalistica, riconducibili alle camaleontiche e multipolari manifestazioni di una - questa sì - radicale “crisi di civiltà” .&lt;br /&gt;In primo luogo, c’è una minaccia interna: la recessione. L’“asse del male” fornisce allora il pretesto per una politica di incremento della spesa pubblica militare a sostegno del complesso militare-industriale .&lt;br /&gt;In secondo luogo, c’è una minaccia interna ed esterna, cioè globale: la crisi energetica. La guerra allora garantisce il libero accesso delle imprese petrolifere statunitensi e britanniche (fattore interno) alle riserve energetiche irachene (fattore esterno), di vitale importanza prospettica. Ciò con grande scorno dei monopoli concorrenti (Russia, Francia, Italia), costretti a rimanere ai margini e accontentarsi delle briciole (altro fattore esterno). Il tutto a condizioni di privilegio per statunitensi e britannici.&lt;br /&gt;In terzo luogo, c’è una minaccia esterna: la questione palestinese, detonatore del conflitto generale con il mondo arabo e con le popolazioni pauperizzate. Un conflitto sociale internazionale.&lt;br /&gt;Lo “sdoganamento” di Siria e Libia permette l’apertura di un asse infrastrutturale di scorrimento tra Iraq “liberato”, Siria e Mediterraneo, comprese Libia e Italia. Il che aiuta a comprendere meglio il reinserimento internazionale di Libia e Siria, uscite dal gruppo dei rogue states.&lt;br /&gt;La strategia statunitense tende a decongestionare il Golfo Persico, in senso sia economico che geopolitico, creando altri poli di sviluppo e altri assi di traffico. Uno di essi nell’ovale tra Caspio e Asia Centrale ed un altro nel Mediterraneo. Entrambi con funzioni di contrappeso e riequilibrio rispetto al Golfo.&lt;br /&gt;Soltanto un alleggerimento delle pressioni sul Medio Oriente, dal punto di vista degli Stati Uniti, preparerebbe le condizioni per una soluzione negoziata al conflitto israelo-palestinese ed arabo-israeliano in genere. Perciò gli Usa cercano nella Siria una sponda politica. L’unilateralismo sarebbe così la leva per un movimento di riorganizzazione degli spazi strategici su base multipolare. Nel disperato tentativo di uscire dall’impasse dell’ingovernabilità globale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999999&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-89966377?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89966377'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89966377'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#89966377' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-89966315</id><published>2003-03-01T12:35:00.000-08:00</published><updated>2003-03-01T12:35:18.840-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Keynesismo in versione liberista&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Enzo Modugno&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In assenza di guerre generali, gli Usa fomentano minacce&lt;br /&gt;e attuano interventi regionali &lt;br /&gt;atti a giustificare un budget militare in continuo aumento&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 1941 è nella storia delle guerre e del rapporto tra Stato e guerra un anno periodizzante. Non solo perché la guerra scoppiata nel 1939 diventa veramente mondiale con l’aggressione all’Unione Sovietica e con Pearl Harbour, ma perché gli Stati Uniti d’America sono stati da allora continuativamente in guerra. La loro “guerra infinita” comincia allora, con un salto qualitativo del rapporto guerra-economia.&lt;br /&gt;La prima guerra mondiale era stata una guerra di rapina: il capitalismo delle due parti belligeranti aveva come fine la distruzione dei capitali della parte nemica per ereditarne i mercati e le colonie. Lo si vide bene a Versailles, quando fu chiaro che la guerra non era stata altro che la continuazione della concorrenza internazionale tra le grandi Potenze. Le crisi capitalistiche nell’800 – sostanzialmente crisi di sovrapproduzione - erano state devastanti, e avevano colpito i capitali indiscriminatamente su scala internazionale. Con il 1914 e con l’esperienza della guerra totale, ci si avvia a chiedersi: perché far distruggere dalla crisi i propri capitali? Andiamo a distruggere i capitali degli altri, in modo da evitare che siano colpiti i nostri. Quella guerra consistette quindi evidentemente in una gestione militare della crisi economica: il ciclo economico diventa un ciclo di guerre mondiali. Lo videro bene coloro – come Lenin e Buckarin, come gli esponenti del nuovo comunismo novecentesco - che parlarono di imperialismo e di una prospettiva di più guerre generali imperialistiche. &lt;br /&gt;La guerra (che per gli americani durò circa un anno e mezzo, tra 1917 e ’18) come gestione della crisi funzionò a meraviglia: il capitalismo tedesco fu colpito gravemente e per il momento azzerato, perdette colonie e mercati, mentre gli Usa si avviarono a diventare la prima Potenza mondiale. Gli anni Venti furono un decennio di grande euforia e di inedito sviluppo economico: il fordismo ne fu la manifestazione più evidente. La produzione raggiunse in America livelli tali, che ne derivò la crisi di sovrapproduzione più devastante del ‘900: quella che scoppiò nel “giovedì nero” dell’ottobre 1929. &lt;br /&gt;Qui si pone un problema decisivo: è possibile una guerra mondiale ogni volta che si ripresenta la crisi economica? Nel 1929 non c’era ancora una guerra mondiale a portata di mano. Ne seguì la più grave e lunga depressione del secolo, che ancora nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, non era stata risolta.&lt;br /&gt;La società americana si era intanto avviata ad una trasformazione economica e sociale radicale, per l’affermarsi del taylorismo-fordismo e dei consumi di massa. Si scoperse che era possibile manipolare i consumi di massa cioè agire sulla domanda, portandola a livello della quantità delle merci prodotte. Keynes poté allora dire che lo Stato avrebbe potuto intervenire per sostenere la domanda, tra l’altro con la spesa pubblica. La spesa pubblica può essere civile o militare; la prima via, quella della spesa pubblica civile, fu tentata dagli Usa con il New Deal, che però non fu sufficiente; la depressione – ripetiamo – non accennò a sparire.&lt;br /&gt;Quale fu dunque l’insegnamento della crisi?&lt;br /&gt;Occorre riflettere in primo luogo, sul fatto che essa avvenne esattamente a metà del periodo “tra le due guerre”, periodo che gli storici oggi concordemente riassorbono nella definizione di una ininterrotta “nuova guerra dei trenta anni”, dal 1914 al 1945. La politica economica statunitense era condizionata dall’isolazionismo, che aumentò gli effetti della depressione. L’inefficacia del New Deal ai fini del rilancio dell’economia e la grande spinta che invece si ebbe già nei primi mesi di guerra dimostrarono che non può sussistere un “keynesismo civile” senza il corrispettivo “keynesismo militare”. &lt;br /&gt;L’insegnamento della crisi fu dunque quello del necessario collegamento tra l’elemento interno e l’elemento esterno, le famose due facce della politica economica e della politica tout court. Ma le soluzioni proposte non furono sufficienti. Scrivono Paul A. Baran e Paul M. Sweezy nel loro saggio degli anni ’60 su Il capitale monopolistico: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“ Considerato come operazione di salvataggio dell’economia degli Stati Uniti nel suo complesso il New Deal fu quindi un palese fallimento. Anche Galbraith, il profeta della prosperità senza commesse belliche ha riconosciuto che nel decennio 1930-40 l’obiettivo non fu neppure sfiorato. Secondo le sue parole, ‘la grande crisi non terminava mai. Essa scomparve soltanto con la grande mobilitazione degli anni ‘40’.&lt;br /&gt;La spesa militare fece ciò che la spesa sociale non era riuscita a compiere. Dal 17,2 per cento della forza-lavoro, la disoccupazione scese a un minimo dell’1,2 per cento nel 1944. L’altra faccia della medaglia fu l’aumento della spesa pubblica, che passò da 17,5 miliardi di dollari nel 1939 a una punta massima di 103,1 miliardi di dollari nel 1944”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A proposito del ruolo che gli Stati Uniti, con le due guerre mondiali, guadagnarono nel mondo, gli stessi autori scrivono riassuntivamente:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“In realtà, durante tutto il periodo che va dal 1914 al 1945 la potenza relativa degli Stati Uniti crebbe più o meno ininterrottamente a spese di nemici e alleati e alla fine della seconda guerra mondiale vediamo gli Stati Uniti emergere come indiscussa nazione egemone del mondo capitalistico […]”. ( ed. it. Einaudi, 1968, pp. 136-137 e 154)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il saggio dei due marxisti americani va a mio avviso riproposto ancora oggi alla lettura proprio in momenti, come quello che stiamo vivendo, in cui il neoliberismo, pur rifiutando il keynesismo, ha in effetti assunto – da Reagan in qua – il “keynesimo militare” come pilastro di politica economica. &lt;br /&gt;L’aggressione giapponese a Pearl Harbour fu quindi provvidenziale a tale punto che si è pensato che essa fosse il frutto di provocazioni e addirittura di sottili manovre americane per favorire l’entrata in guerra del gigante americano, una specie di “Torri gemelle” nell’arcipelago delle Hawaii. In pochi mesi di guerra e di spesa pubblica militare – già in aumento a partire dal 1939 con i rifornimenti militari alla Gran Bretagna, ma ancora insufficiente – la disoccupazione praticamente sparì, il lavoro straordinario divenne la regola. Keynes aveva quindi ragione: non la distruzione di capitali altrui, ma la spesa pubblica propria poteva riavviare l’economia. E fu la spesa pubblica militare a dimostrare d’essere la più efficace. &lt;br /&gt;Il 1941 fu dunque un anno periodizzante. La condotta della guerra da parte degli USA tra il 1941 e il 1945 dimostrò alcune importanti conseguenze del principio base:&lt;br /&gt;1 - il grande e subitaneo incremento economico che finisce con il costituire il raggiungimento dello scopo della guerra e in anticipo rispetto al suo esito e &lt;br /&gt;2 - a prescindere anche da esso: non è tanto la distruzione delle nazioni capitalistiche concorrenti sul mercato internazionale a determinare il rilancio dell’economia e la protrazione della vita del capitalismo, quanto la spesa pubblica militare in sé; &lt;br /&gt;3 - da allora un elemento nuovo viene a determinare la grande strategia politica della Superpotenza americana: la guerra diventa per l’establishment statunitense il principale strumento di politica economica;&lt;br /&gt;4 - in questo quadro un’importanza centrale venne ad assumere a partire dal 1942 la produzione della bomba e degli armamenti atomici: intorno a questi ruotavano non soltanto una strategia, ma un’economia e una produzione che appaiono ben presto caratterizzanti le vere fonti della politica USA, ciò quello che Eisenhower definì “complesso militare industriale”&lt;br /&gt;5 - quella che si chiama guerra fredda è il risultato di tutto ciò; non c’è più il classico dopoguerra dei manuali di storia e del cant della cultura capitalistica, con i temuti postumi e i “torbidi sociali” che avevano caratterizzato gli anni dal 1918 al 1921-23. La “guerra fredda” rappresenta la necessità della continuazione di un trend i cui vantaggi sono ormai comprovati e di cui lo sviluppo della tecnologia, in primo luogo militare, è il supporto;-&lt;br /&gt;6 - a questo punto la necessità di una guerra generale guerreggiata lascia il posto ad una continua minaccia della stessa, spinta fino ad una politica di brinkmanship&lt;br /&gt;e a guerre “minori”. Inizia un sorprendente fenomeno di separazione tra spesa pubblica militare e guerra; le guerre saranno locali, e avverranno in una conveniente atmosfera di anticomunismo e di difesa del “mondo libero” e di una “democrazia” sempre più formale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un preciso riscontro di tutto ciò lo troviamo in un giudizio del sovietico Georghi Arbatov secondo il quale il quale Gorbaciov ha compiuto l’atto più ostile contro l’Occidente, portando l’Urss verso la dissoluzione e quindi sottraendogli il nemico. Caduta l’Unione Sovietica venne meno una minaccia che era il volano della spesa militare e dell’apparato che concretamente la determinava. Ma questo apparato postula e quindi crea o enfatizza una minaccia permanente e graduabile che legittima un’intera struttura economica e politica. Senza di essa, non vi è né giustificazione esterna né consenso interno. &lt;br /&gt;Sull’ultimo numero 41 “Giano” Luigi Cortesi ha citato e commentato un passo dei primi anni ‘70 del grande storico ed economista Georg Hallgarten, relativo all’uso americano della minaccia sovietica:&lt;br /&gt;“Se questa tremenda potenza sovietica non fosse esistita – scriveva Hallgarten – l’Occidente, per parafrasare il famoso detto di Voltaire, avrebbe dovuto inventarla. In questo periodo, tanto le forze armate statunitensi quanto gli interessi in esse investiti avevano raggiunto proporzioni tali che l’improvvisa scomparsa dell’avversario sarebbe stata equivalente a un disastro sociale” G.H., Storia della corsa agli armamenti, Roma, Editori Riuniti, 1972. p. 289).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Commenta Cortesi: &lt;br /&gt;“Scomparso dunque il nemico, come evitare il disastro della pace? Non è facile rendersi conto che gran parte dei problemi del nostro tempo – in questo passaggio di secolo e di millennio – sono scaturiti dalla risposta che nei primi anni ’90 fu data a quella cruciale domanda” (“Giano”, n. 41, p. 80) &lt;br /&gt;Una nuova minaccia o quanto meno un nuovo incipiente rischio doveva essere costruito: gli anni 90, dalla prima guerra contro l’Iraq di Bush padre alla partecipazione alla guerra contro la Jugoslavia, fino al recente (2002) documento The National Security Strategy di Bush figlio hanno visto esattamente la gestazione e lo svolgimento di questa operazione di costruzione della minaccia. Come ha dichiarato il presidente Usa a Praga, “La guerra fredda è finita; ma ora ci sono nuovi nemici. Ci abbiamo messo dieci anni per capire qual’era il nuovo pericolo”. &lt;br /&gt;Ma con ciò il concetto e la pratica della guerra, mentre vanno incontro a mutamenti radicali, storici, di modalità, assicurano la perpetuazione dei conflitti armati in presenza di armi sempre più letali capaci di distruzione a livello planetario, di cui il capitalismo non fa particolarmente questione. Tuttavia Al Qaeda non è l’Armata Rossa, non ha altrettanta credibilità. La versione ufficiale, che si fonda sulle capacità offensive del terrorismo e sulla necessità di contrastarle, non è sufficiente a reggere l’immensa impalcatura del “complesso militare industriale”. Occorre dare corpo ad una “strategia della tensione” globale e totale. &lt;br /&gt;Questione palestinese e Ceceni, islamismo e “asse del male”, rivolte contro le multinazionali e movimento contro la guerra sono momenti di un puzzle che lo strapotere mediatico e la rozzezza della strategia texana promuovono a fenomeno unico. Gli attentati dell’ 11 settembre gli hanno fornito la miccia più adatta. Non pochi commentatori anche americani, però, avanzano gravi sospetti sul comportamento dei servizi – americani e alleati - in quella occasione (vedi Giulietto Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002, spec. Cap. 5), nonché Ahmed Raschid, Guerra alla libertà e R. Goldstein, La guerra va a tutto gas, “il manifesto” 21.12. 2002). &lt;br /&gt;Per dare al tutto una vera affidabilità si drammatizza la carenza di petrolio e si finge la possibilità che il mondo islamico tronchi i relativi rifornimenti. Il petrolio è invece un elemento di costruzione della minaccia, e la sua enfatizzazione è largamente strumentale. Il problema reale ed immediato è costituito invece da una crisi capitalistica che si trascina dai primi mesi del 2001 e che l’economia degli Usa - dopo avere messo in atto tutti i possibili rimedi, dal taglio della imposizione fiscale alla diminuzione dei tassi – non può che affrontare nei termini del massiccio ricorso ad una gestione militare della crisi stessa. La questione del petrolio esiste al di qua e al di là della guerra; essa involge anche problemi di controllo del mercato e controllo delle risorse globali, ma il problema esiste sullo sfondo della visione prioritaria dei livelli economici della crisi in atto e di una definizione dello stato attuale dello sviluppo del capitalismo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Keynesismo in versione liberista&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Enzo Modugno&lt;br /&gt;In assenza di guerre generali, gli Usa fomentano minacce&lt;br /&gt;e attuano interventi regionali &lt;br /&gt;atti a giustificare un budget militare in continuo aumento&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 1941 è nella storia delle guerre e del rapporto tra Stato e guerra un anno periodizzante. Non solo perché la guerra scoppiata nel 1939 diventa veramente mondiale con l’aggressione all’Unione Sovietica e con Pearl Harbour, ma perché gli Stati Uniti d’America sono stati da allora continuativamente in guerra. La loro “guerra infinita” comincia allora, con un salto qualitativo del rapporto guerra-economia.&lt;br /&gt;La prima guerra mondiale era stata una guerra di rapina: il capitalismo delle due parti belligeranti aveva come fine la distruzione dei capitali della parte nemica per ereditarne i mercati e le colonie. Lo si vide bene a Versailles, quando fu chiaro che la guerra non era stata altro che la continuazione della concorrenza internazionale tra le grandi Potenze. Le crisi capitalistiche nell’800 – sostanzialmente crisi di sovrapproduzione - erano state devastanti, e avevano colpito i capitali indiscriminatamente su scala internazionale. Con il 1914 e con l’esperienza della guerra totale, ci si avvia a chiedersi: perché far distruggere dalla crisi i propri capitali? Andiamo a distruggere i capitali degli altri, in modo da evitare che siano colpiti i nostri. Quella guerra consistette quindi evidentemente in una gestione militare della crisi economica: il ciclo economico diventa un ciclo di guerre mondiali. Lo videro bene coloro – come Lenin e Buckarin, come gli esponenti del nuovo comunismo novecentesco - che parlarono di imperialismo e di una prospettiva di più guerre generali imperialistiche. &lt;br /&gt;La guerra (che per gli americani durò circa un anno e mezzo, tra 1917 e ’18) come gestione della crisi funzionò a meraviglia: il capitalismo tedesco fu colpito gravemente e per il momento azzerato, perdette colonie e mercati, mentre gli Usa si avviarono a diventare la prima Potenza mondiale. Gli anni Venti furono un decennio di grande euforia e di inedito sviluppo economico: il fordismo ne fu la manifestazione più evidente. La produzione raggiunse in America livelli tali, che ne derivò la crisi di sovrapproduzione più devastante del ‘900: quella che scoppiò nel “giovedì nero” dell’ottobre 1929. &lt;br /&gt;Qui si pone un problema decisivo: è possibile una guerra mondiale ogni volta che si ripresenta la crisi economica? Nel 1929 non c’era ancora una guerra mondiale a portata di mano. Ne seguì la più grave e lunga depressione del secolo, che ancora nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, non era stata risolta.&lt;br /&gt;La società americana si era intanto avviata ad una trasformazione economica e sociale radicale, per l’affermarsi del taylorismo-fordismo e dei consumi di massa. Si scoperse che era possibile manipolare i consumi di massa cioè agire sulla domanda, portandola a livello della quantità delle merci prodotte. Keynes poté allora dire che lo Stato avrebbe potuto intervenire per sostenere la domanda, tra l’altro con la spesa pubblica. La spesa pubblica può essere civile o militare; la prima via, quella della spesa pubblica civile, fu tentata dagli Usa con il New Deal, che però non fu sufficiente; la depressione – ripetiamo – non accennò a sparire.&lt;br /&gt;Quale fu dunque l’insegnamento della crisi?&lt;br /&gt;Occorre riflettere in primo luogo, sul fatto che essa avvenne esattamente a metà del periodo “tra le due guerre”, periodo che gli storici oggi concordemente riassorbono nella definizione di una ininterrotta “nuova guerra dei trenta anni”, dal 1914 al 1945. La politica economica statunitense era condizionata dall’isolazionismo, che aumentò gli effetti della depressione. L’inefficacia del New Deal ai fini del rilancio dell’economia e la grande spinta che invece si ebbe già nei primi mesi di guerra dimostrarono che non può sussistere un “keynesismo civile” senza il corrispettivo “keynesismo militare”. &lt;br /&gt;L’insegnamento della crisi fu dunque quello del necessario collegamento tra l’elemento interno e l’elemento esterno, le famose due facce della politica economica e della politica tout court. Ma le soluzioni proposte non furono sufficienti. Scrivono Paul A. Baran e Paul M. Sweezy nel loro saggio degli anni ’60 su Il capitale monopolistico: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“ Considerato come operazione di salvataggio dell’economia degli Stati Uniti nel suo complesso il New Deal fu quindi un palese fallimento. Anche Galbraith, il profeta della prosperità senza commesse belliche ha riconosciuto che nel decennio 1930-40 l’obiettivo non fu neppure sfiorato. Secondo le sue parole, ‘la grande crisi non terminava mai. Essa scomparve soltanto con la grande mobilitazione degli anni ‘40’.&lt;br /&gt;La spesa militare fece ciò che la spesa sociale non era riuscita a compiere. Dal 17,2 per cento della forza-lavoro, la disoccupazione scese a un minimo dell’1,2 per cento nel 1944. L’altra faccia della medaglia fu l’aumento della spesa pubblica, che passò da 17,5 miliardi di dollari nel 1939 a una punta massima di 103,1 miliardi di dollari nel 1944”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A proposito del ruolo che gli Stati Uniti, con le due guerre mondiali, guadagnarono nel mondo, gli stessi autori scrivono riassuntivamente:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“In realtà, durante tutto il periodo che va dal 1914 al 1945 la potenza relativa degli Stati Uniti crebbe più o meno ininterrottamente a spese di nemici e alleati e alla fine della seconda guerra mondiale vediamo gli Stati Uniti emergere come indiscussa nazione egemone del mondo capitalistico […]”. ( ed. it. Einaudi, 1968, pp. 136-137 e 154)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il saggio dei due marxisti americani va a mio avviso riproposto ancora oggi alla lettura proprio in momenti, come quello che stiamo vivendo, in cui il neoliberismo, pur rifiutando il keynesismo, ha in effetti assunto – da Reagan in qua – il “keynesimo militare” come pilastro di politica economica. &lt;br /&gt;L’aggressione giapponese a Pearl Harbour fu quindi provvidenziale a tale punto che si è pensato che essa fosse il frutto di provocazioni e addirittura di sottili manovre americane per favorire l’entrata in guerra del gigante americano, una specie di “Torri gemelle” nell’arcipelago delle Hawaii. In pochi mesi di guerra e di spesa pubblica militare – già in aumento a partire dal 1939 con i rifornimenti militari alla Gran Bretagna, ma ancora insufficiente – la disoccupazione praticamente sparì, il lavoro straordinario divenne la regola. Keynes aveva quindi ragione: non la distruzione di capitali altrui, ma la spesa pubblica propria poteva riavviare l’economia. E fu la spesa pubblica militare a dimostrare d’essere la più efficace. &lt;br /&gt;Il 1941 fu dunque un anno periodizzante. La condotta della guerra da parte degli USA tra il 1941 e il 1945 dimostrò alcune importanti conseguenze del principio base:&lt;br /&gt;1 - il grande e subitaneo incremento economico che finisce con il costituire il raggiungimento dello scopo della guerra e in anticipo rispetto al suo esito e &lt;br /&gt;2 - a prescindere anche da esso: non è tanto la distruzione delle nazioni capitalistiche concorrenti sul mercato internazionale a determinare il rilancio dell’economia e la protrazione della vita del capitalismo, quanto la spesa pubblica militare in sé; &lt;br /&gt;3 - da allora un elemento nuovo viene a determinare la grande strategia politica della Superpotenza americana: la guerra diventa per l’establishment statunitense il principale strumento di politica economica;&lt;br /&gt;4 - in questo quadro un’importanza centrale venne ad assumere a partire dal 1942 la produzione della bomba e degli armamenti atomici: intorno a questi ruotavano non soltanto una strategia, ma un’economia e una produzione che appaiono ben presto caratterizzanti le vere fonti della politica USA, ciò quello che Eisenhower definì “complesso militare industriale”&lt;br /&gt;5 - quella che si chiama guerra fredda è il risultato di tutto ciò; non c’è più il classico dopoguerra dei manuali di storia e del cant della cultura capitalistica, con i temuti postumi e i “torbidi sociali” che avevano caratterizzato gli anni dal 1918 al 1921-23. La “guerra fredda” rappresenta la necessità della continuazione di un trend i cui vantaggi sono ormai comprovati e di cui lo sviluppo della tecnologia, in primo luogo militare, è il supporto;-&lt;br /&gt;6 - a questo punto la necessità di una guerra generale guerreggiata lascia il posto ad una continua minaccia della stessa, spinta fino ad una politica di brinkmanship&lt;br /&gt;e a guerre “minori”. Inizia un sorprendente fenomeno di separazione tra spesa pubblica militare e guerra; le guerre saranno locali, e avverranno in una conveniente atmosfera di anticomunismo e di difesa del “mondo libero” e di una “democrazia” sempre più formale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un preciso riscontro di tutto ciò lo troviamo in un giudizio del sovietico Georghi Arbatov secondo il quale il quale Gorbaciov ha compiuto l’atto più ostile contro l’Occidente, portando l’Urss verso la dissoluzione e quindi sottraendogli il nemico. Caduta l’Unione Sovietica venne meno una minaccia che era il volano della spesa militare e dell’apparato che concretamente la determinava. Ma questo apparato postula e quindi crea o enfatizza una minaccia permanente e graduabile che legittima un’intera struttura economica e politica. Senza di essa, non vi è né giustificazione esterna né consenso interno. &lt;br /&gt;Sull’ultimo numero 41 “Giano” Luigi Cortesi ha citato e commentato un passo dei primi anni ‘70 del grande storico ed economista Georg Hallgarten, relativo all’uso americano della minaccia sovietica:&lt;br /&gt;“Se questa tremenda potenza sovietica non fosse esistita – scriveva Hallgarten – l’Occidente, per parafrasare il famoso detto di Voltaire, avrebbe dovuto inventarla. In questo periodo, tanto le forze armate statunitensi quanto gli interessi in esse investiti avevano raggiunto proporzioni tali che l’improvvisa scomparsa dell’avversario sarebbe stata equivalente a un disastro sociale” G.H., Storia della corsa agli armamenti, Roma, Editori Riuniti, 1972. p. 289).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Commenta Cortesi: &lt;br /&gt;“Scomparso dunque il nemico, come evitare il disastro della pace? Non è facile rendersi conto che gran parte dei problemi del nostro tempo – in questo passaggio di secolo e di millennio – sono scaturiti dalla risposta che nei primi anni ’90 fu data a quella cruciale domanda” (“Giano”, n. 41, p. 80) &lt;br /&gt;Una nuova minaccia o quanto meno un nuovo incipiente rischio doveva essere costruito: gli anni 90, dalla prima guerra contro l’Iraq di Bush padre alla partecipazione alla guerra contro la Jugoslavia, fino al recente (2002) documento The National Security Strategy di Bush figlio hanno visto esattamente la gestazione e lo svolgimento di questa operazione di costruzione della minaccia. Come ha dichiarato il presidente Usa a Praga, “La guerra fredda è finita; ma ora ci sono nuovi nemici. Ci abbiamo messo dieci anni per capire qual’era il nuovo pericolo”. &lt;br /&gt;Ma con ciò il concetto e la pratica della guerra, mentre vanno incontro a mutamenti radicali, storici, di modalità, assicurano la perpetuazione dei conflitti armati in presenza di armi sempre più letali capaci di distruzione a livello planetario, di cui il capitalismo non fa particolarmente questione. Tuttavia Al Qaeda non è l’Armata Rossa, non ha altrettanta credibilità. La versione ufficiale, che si fonda sulle capacità offensive del terrorismo e sulla necessità di contrastarle, non è sufficiente a reggere l’immensa impalcatura del “complesso militare industriale”. Occorre dare corpo ad una “strategia della tensione” globale e totale. &lt;br /&gt;Questione palestinese e Ceceni, islamismo e “asse del male”, rivolte contro le multinazionali e movimento contro la guerra sono momenti di un puzzle che lo strapotere mediatico e la rozzezza della strategia texana promuovono a fenomeno unico. Gli attentati dell’ 11 settembre gli hanno fornito la miccia più adatta. Non pochi commentatori anche americani, però, avanzano gravi sospetti sul comportamento dei servizi – americani e alleati - in quella occasione (vedi Giulietto Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002, spec. Cap. 5), nonché Ahmed Raschid, Guerra alla libertà e R. Goldstein, La guerra va a tutto gas, “il manifesto” 21.12. 2002). &lt;br /&gt;Per dare al tutto una vera affidabilità si drammatizza la carenza di petrolio e si finge la possibilità che il mondo islamico tronchi i relativi rifornimenti. Il petrolio è invece un elemento di costruzione della minaccia, e la sua enfatizzazione è largamente strumentale. Il problema reale ed immediato è costituito invece da una crisi capitalistica che si trascina dai primi mesi del 2001 e che l’economia degli Usa - dopo avere messo in atto tutti i possibili rimedi, dal taglio della imposizione fiscale alla diminuzione dei tassi – non può che affrontare nei termini del massiccio ricorso ad una gestione militare della crisi stessa. La questione del petrolio esiste al di qua e al di là della guerra; essa involge anche problemi di controllo del mercato e controllo delle risorse globali, ma il problema esiste sullo sfondo della visione prioritaria dei livelli economici della crisi in atto e di una definizione dello stato attuale dello sviluppo del capitalismo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Keynesismo in versione liberista&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Enzo Modugno&lt;br /&gt;In assenza di guerre generali, gli Usa fomentano minacce&lt;br /&gt;e attuano interventi regionali &lt;br /&gt;atti a giustificare un budget militare in continuo aumento&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 1941 è nella storia delle guerre e del rapporto tra Stato e guerra un anno periodizzante. Non solo perché la guerra scoppiata nel 1939 diventa veramente mondiale con l’aggressione all’Unione Sovietica e con Pearl Harbour, ma perché gli Stati Uniti d’America sono stati da allora continuativamente in guerra. La loro “guerra infinita” comincia allora, con un salto qualitativo del rapporto guerra-economia.&lt;br /&gt;La prima guerra mondiale era stata una guerra di rapina: il capitalismo delle due parti belligeranti aveva come fine la distruzione dei capitali della parte nemica per ereditarne i mercati e le colonie. Lo si vide bene a Versailles, quando fu chiaro che la guerra non era stata altro che la continuazione della concorrenza internazionale tra le grandi Potenze. Le crisi capitalistiche nell’800 – sostanzialmente crisi di sovrapproduzione - erano state devastanti, e avevano colpito i capitali indiscriminatamente su scala internazionale. Con il 1914 e con l’esperienza della guerra totale, ci si avvia a chiedersi: perché far distruggere dalla crisi i propri capitali? Andiamo a distruggere i capitali degli altri, in modo da evitare che siano colpiti i nostri. Quella guerra consistette quindi evidentemente in una gestione militare della crisi economica: il ciclo economico diventa un ciclo di guerre mondiali. Lo videro bene coloro – come Lenin e Buckarin, come gli esponenti del nuovo comunismo novecentesco - che parlarono di imperialismo e di una prospettiva di più guerre generali imperialistiche. &lt;br /&gt;La guerra (che per gli americani durò circa un anno e mezzo, tra 1917 e ’18) come gestione della crisi funzionò a meraviglia: il capitalismo tedesco fu colpito gravemente e per il momento azzerato, perdette colonie e mercati, mentre gli Usa si avviarono a diventare la prima Potenza mondiale. Gli anni Venti furono un decennio di grande euforia e di inedito sviluppo economico: il fordismo ne fu la manifestazione più evidente. La produzione raggiunse in America livelli tali, che ne derivò la crisi di sovrapproduzione più devastante del ‘900: quella che scoppiò nel “giovedì nero” dell’ottobre 1929. &lt;br /&gt;Qui si pone un problema decisivo: è possibile una guerra mondiale ogni volta che si ripresenta la crisi economica? Nel 1929 non c’era ancora una guerra mondiale a portata di mano. Ne seguì la più grave e lunga depressione del secolo, che ancora nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, non era stata risolta.&lt;br /&gt;La società americana si era intanto avviata ad una trasformazione economica e sociale radicale, per l’affermarsi del taylorismo-fordismo e dei consumi di massa. Si scoperse che era possibile manipolare i consumi di massa cioè agire sulla domanda, portandola a livello della quantità delle merci prodotte. Keynes poté allora dire che lo Stato avrebbe potuto intervenire per sostenere la domanda, tra l’altro con la spesa pubblica. La spesa pubblica può essere civile o militare; la prima via, quella della spesa pubblica civile, fu tentata dagli Usa con il New Deal, che però non fu sufficiente; la depressione – ripetiamo – non accennò a sparire.&lt;br /&gt;Quale fu dunque l’insegnamento della crisi?&lt;br /&gt;Occorre riflettere in primo luogo, sul fatto che essa avvenne esattamente a metà del periodo “tra le due guerre”, periodo che gli storici oggi concordemente riassorbono nella definizione di una ininterrotta “nuova guerra dei trenta anni”, dal 1914 al 1945. La politica economica statunitense era condizionata dall’isolazionismo, che aumentò gli effetti della depressione. L’inefficacia del New Deal ai fini del rilancio dell’economia e la grande spinta che invece si ebbe già nei primi mesi di guerra dimostrarono che non può sussistere un “keynesismo civile” senza il corrispettivo “keynesismo militare”. &lt;br /&gt;L’insegnamento della crisi fu dunque quello del necessario collegamento tra l’elemento interno e l’elemento esterno, le famose due facce della politica economica e della politica tout court. Ma le soluzioni proposte non furono sufficienti. Scrivono Paul A. Baran e Paul M. Sweezy nel loro saggio degli anni ’60 su Il capitale monopolistico: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“ Considerato come operazione di salvataggio dell’economia degli Stati Uniti nel suo complesso il New Deal fu quindi un palese fallimento. Anche Galbraith, il profeta della prosperità senza commesse belliche ha riconosciuto che nel decennio 1930-40 l’obiettivo non fu neppure sfiorato. Secondo le sue parole, ‘la grande crisi non terminava mai. Essa scomparve soltanto con la grande mobilitazione degli anni ‘40’.&lt;br /&gt;La spesa militare fece ciò che la spesa sociale non era riuscita a compiere. Dal 17,2 per cento della forza-lavoro, la disoccupazione scese a un minimo dell’1,2 per cento nel 1944. L’altra faccia della medaglia fu l’aumento della spesa pubblica, che passò da 17,5 miliardi di dollari nel 1939 a una punta massima di 103,1 miliardi di dollari nel 1944”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A proposito del ruolo che gli Stati Uniti, con le due guerre mondiali, guadagnarono nel mondo, gli stessi autori scrivono riassuntivamente:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“In realtà, durante tutto il periodo che va dal 1914 al 1945 la potenza relativa degli Stati Uniti crebbe più o meno ininterrottamente a spese di nemici e alleati e alla fine della seconda guerra mondiale vediamo gli Stati Uniti emergere come indiscussa nazione egemone del mondo capitalistico […]”. ( ed. it. Einaudi, 1968, pp. 136-137 e 154)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il saggio dei due marxisti americani va a mio avviso riproposto ancora oggi alla lettura proprio in momenti, come quello che stiamo vivendo, in cui il neoliberismo, pur rifiutando il keynesismo, ha in effetti assunto – da Reagan in qua – il “keynesimo militare” come pilastro di politica economica. &lt;br /&gt;L’aggressione giapponese a Pearl Harbour fu quindi provvidenziale a tale punto che si è pensato che essa fosse il frutto di provocazioni e addirittura di sottili manovre americane per favorire l’entrata in guerra del gigante americano, una specie di “Torri gemelle” nell’arcipelago delle Hawaii. In pochi mesi di guerra e di spesa pubblica militare – già in aumento a partire dal 1939 con i rifornimenti militari alla Gran Bretagna, ma ancora insufficiente – la disoccupazione praticamente sparì, il lavoro straordinario divenne la regola. Keynes aveva quindi ragione: non la distruzione di capitali altrui, ma la spesa pubblica propria poteva riavviare l’economia. E fu la spesa pubblica militare a dimostrare d’essere la più efficace. &lt;br /&gt;Il 1941 fu dunque un anno periodizzante. La condotta della guerra da parte degli USA tra il 1941 e il 1945 dimostrò alcune importanti conseguenze del principio base:&lt;br /&gt;1 - il grande e subitaneo incremento economico che finisce con il costituire il raggiungimento dello scopo della guerra e in anticipo rispetto al suo esito e &lt;br /&gt;2 - a prescindere anche da esso: non è tanto la distruzione delle nazioni capitalistiche concorrenti sul mercato internazionale a determinare il rilancio dell’economia e la protrazione della vita del capitalismo, quanto la spesa pubblica militare in sé; &lt;br /&gt;3 - da allora un elemento nuovo viene a determinare la grande strategia politica della Superpotenza americana: la guerra diventa per l’establishment statunitense il principale strumento di politica economica;&lt;br /&gt;4 - in questo quadro un’importanza centrale venne ad assumere a partire dal 1942 la produzione della bomba e degli armamenti atomici: intorno a questi ruotavano non soltanto una strategia, ma un’economia e una produzione che appaiono ben presto caratterizzanti le vere fonti della politica USA, ciò quello che Eisenhower definì “complesso militare industriale”&lt;br /&gt;5 - quella che si chiama guerra fredda è il risultato di tutto ciò; non c’è più il classico dopoguerra dei manuali di storia e del cant della cultura capitalistica, con i temuti postumi e i “torbidi sociali” che avevano caratterizzato gli anni dal 1918 al 1921-23. La “guerra fredda” rappresenta la necessità della continuazione di un trend i cui vantaggi sono ormai comprovati e di cui lo sviluppo della tecnologia, in primo luogo militare, è il supporto;-&lt;br /&gt;6 - a questo punto la necessità di una guerra generale guerreggiata lascia il posto ad una continua minaccia della stessa, spinta fino ad una politica di brinkmanship&lt;br /&gt;e a guerre “minori”. Inizia un sorprendente fenomeno di separazione tra spesa pubblica militare e guerra; le guerre saranno locali, e avverranno in una conveniente atmosfera di anticomunismo e di difesa del “mondo libero” e di una “democrazia” sempre più formale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un preciso riscontro di tutto ciò lo troviamo in un giudizio del sovietico Georghi Arbatov secondo il quale il quale Gorbaciov ha compiuto l’atto più ostile contro l’Occidente, portando l’Urss verso la dissoluzione e quindi sottraendogli il nemico. Caduta l’Unione Sovietica venne meno una minaccia che era il volano della spesa militare e dell’apparato che concretamente la determinava. Ma questo apparato postula e quindi crea o enfatizza una minaccia permanente e graduabile che legittima un’intera struttura economica e politica. Senza di essa, non vi è né giustificazione esterna né consenso interno. &lt;br /&gt;Sull’ultimo numero 41 “Giano” Luigi Cortesi ha citato e commentato un passo dei primi anni ‘70 del grande storico ed economista Georg Hallgarten, relativo all’uso americano della minaccia sovietica:&lt;br /&gt;“Se questa tremenda potenza sovietica non fosse esistita – scriveva Hallgarten – l’Occidente, per parafrasare il famoso detto di Voltaire, avrebbe dovuto inventarla. In questo periodo, tanto le forze armate statunitensi quanto gli interessi in esse investiti avevano raggiunto proporzioni tali che l’improvvisa scomparsa dell’avversario sarebbe stata equivalente a un disastro sociale” G.H., Storia della corsa agli armamenti, Roma, Editori Riuniti, 1972. p. 289).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Commenta Cortesi: &lt;br /&gt;“Scomparso dunque il nemico, come evitare il disastro della pace? Non è facile rendersi conto che gran parte dei problemi del nostro tempo – in questo passaggio di secolo e di millennio – sono scaturiti dalla risposta che nei primi anni ’90 fu data a quella cruciale domanda” (“Giano”, n. 41, p. 80) &lt;br /&gt;Una nuova minaccia o quanto meno un nuovo incipiente rischio doveva essere costruito: gli anni 90, dalla prima guerra contro l’Iraq di Bush padre alla partecipazione alla guerra contro la Jugoslavia, fino al recente (2002) documento The National Security Strategy di Bush figlio hanno visto esattamente la gestazione e lo svolgimento di questa operazione di costruzione della minaccia. Come ha dichiarato il presidente Usa a Praga, “La guerra fredda è finita; ma ora ci sono nuovi nemici. Ci abbiamo messo dieci anni per capire qual’era il nuovo pericolo”. &lt;br /&gt;Ma con ciò il concetto e la pratica della guerra, mentre vanno incontro a mutamenti radicali, storici, di modalità, assicurano la perpetuazione dei conflitti armati in presenza di armi sempre più letali capaci di distruzione a livello planetario, di cui il capitalismo non fa particolarmente questione. Tuttavia Al Qaeda non è l’Armata Rossa, non ha altrettanta credibilità. La versione ufficiale, che si fonda sulle capacità offensive del terrorismo e sulla necessità di contrastarle, non è sufficiente a reggere l’immensa impalcatura del “complesso militare industriale”. Occorre dare corpo ad una “strategia della tensione” globale e totale. &lt;br /&gt;Questione palestinese e Ceceni, islamismo e “asse del male”, rivolte contro le multinazionali e movimento contro la guerra sono momenti di un puzzle che lo strapotere mediatico e la rozzezza della strategia texana promuovono a fenomeno unico. Gli attentati dell’ 11 settembre gli hanno fornito la miccia più adatta. Non pochi commentatori anche americani, però, avanzano gravi sospetti sul comportamento dei servizi – americani e alleati - in quella occasione (vedi Giulietto Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002, spec. Cap. 5), nonché Ahmed Raschid, Guerra alla libertà e R. Goldstein, La guerra va a tutto gas, “il manifesto” 21.12. 2002). &lt;br /&gt;Per dare al tutto una vera affidabilità si drammatizza la carenza di petrolio e si finge la possibilità che il mondo islamico tronchi i relativi rifornimenti. Il petrolio è invece un elemento di costruzione della minaccia, e la sua enfatizzazione è largamente strumentale. Il problema reale ed immediato è costituito invece da una crisi capitalistica che si trascina dai primi mesi del 2001 e che l’economia degli Usa - dopo avere messo in atto tutti i possibili rimedi, dal taglio della imposizione fiscale alla diminuzione dei tassi – non può che affrontare nei termini del massiccio ricorso ad una gestione militare della crisi stessa. La questione del petrolio esiste al di qua e al di là della guerra; essa involge anche problemi di controllo del mercato e controllo delle risorse globali, ma il problema esiste sullo sfondo della visione prioritaria dei livelli economici della crisi in atto e di una definizione dello stato attuale dello sviluppo del capitalismo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-89966315?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89966315'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89966315'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#89966315' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-89962733</id><published>2003-03-01T10:55:00.000-08:00</published><updated>2003-03-01T10:55:01.903-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Comunicazione, telematica, new media e cicli economici&lt;br /&gt;Un'ipotesi di lavoro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Maria Turchetto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunicazione e utopie tecnologiche degli anni '70&lt;br /&gt;Il termine "comunicazione" ha cominciato a riempire di sè la letteratura sociologica e filosofica (quanto meno quella "filosofia" che svolge funzioni di teoria sociale) a partire dagli anni '70. Intesa vuoi come mezzo di circolazione del sapere (e dunque veicolo delle logiche di diffusione-esclusione del potere), vuoi come mezzo di espressione di bisogni (interessi, "preferenze"), la comunicazione ha assunto progressivamente il ruolo di "rapporto sociale per eccellenza", sostituendo o sussumendo ambiti un tempo privilegiati - i rapporti di classe, il mercato, le istituzioni...&lt;br /&gt;La connessione tra la nuova attitudine onnicomprensiva della categoria della "comunicazione", da un lato, e, dall'altro, la prima grande ondata di diffusione delle tecnologie basate sull'informatica e sull'elettronica è piuttosto evidente: appartengono a questo periodo alcune memorabili sintesi di filosofia sociale e fantatecnologia destinate a lasciare ampie tracce nell'immaginario collettivo. Si tratta di "scenari" di società prossime venture, completamente trasformate e riplasmate dalle nuove tecnologie della comunicazione rese possibili dagli sviluppi dell'informatica e dell'elettronica. Dal Giappone, su commissione dell'associazione dei produttori di calcolatori Jacudi, arriva nel 1972 lo scenario di una società compiutamente razionalizzata grazie all'attività decisionale di un think tank (serbatoio di idee) centrale collegato a tutte le fonti di informazione del paese: "Nel centro di Tokio si costruirà un gigantesco grattacielo [...]. L'edificio ospiterà tutti i think tanks del paese, sia di origine statale che di origine privata, e sarà dotato di tutti i mezzi da utilizzare in comune per realizzare in termini operativi nuovi strumenti di lavoro (calcolatori, modelli di programmazione di vario tipo, programmi speciali, aggiornamento biblioteche, impianti sperimentali ecc.). Il centro sarà collegato on line con la banca statale dei dati, con il centro informativo di tecnologia scientifica e con varie altre banche dati" [1]. Qualche anno dopo la Francia, impegnata in quel periodo nella promozione statale del videotex (pagine video contenenti testi o immagini veicolate su rete telefonica), risponde all'utopia decisionistica giapponese con un progetto di "armonica regolazione" sociale su base telematica. Il rapporto Nora-Minc fonda sulla circolazione e "socializzazione" dell'informazione consentita dalle nuove tecnologie il progetto di uno Stato capace di recepire costantemente le esigenze e le aspirazioni dei diversi gruppi sociali e di modificare i propri obbiettivi in base alla combinazione delle preferenze espresse: "Socializzare l'informazione significa dunque [...] favorire la formalizzazione dei dati in base ai quali la strategia centrale e i desideri della periferia possono trovare un accordo: quell'accordo grazie al quale società e Stato non solo si tollerano ma contribuiscono alla reciproca realizzazione" [2].&lt;br /&gt;Se filosofie sociali e nuove tecnologie sono in sintonia (balza agli occhi la vicinanza delle "città future" immaginate dai giapponesi e dai francesi rispettivamente all'analisi funzionalizta luhmanniana della decisione razionale e all'idea habermasiana della comunicazione universale finalmente disalienata [3]), i rapporti sembrano invece più difficili per una consolidata disciplina specialistica come l'economia. La teoria economica ufficiale si attesta su posizioni pessimistiche: l'informatica e la telematica potranno anche cambiare il mondo, ma sembrano ininfluenti su ciò che dai tempi di Adam Smith sta a cuore agli economisti, vale a dire la "ricchezza delle nazioni". Alle magnifiche sorti e progressive delle utopie sociotelematiche gli economisti oppongono la constatazione di una crisi economica profonda e perdurante, di cui non si vede l'uscita a dispetto del galoppante progresso tecnico. Si parla così di "limiti dello sviluppo" [4], di "crisi della crescita economica", addirittura di "rendimenti decrescenti" (in assoluto) della tecnologia [5].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalle delusioni degli anni '80 all'attuale rilancio dell'immaginario tecnologico&lt;br /&gt;Per tutti gli anni '80 i "fatti" sembrano dare ragione agli economisti. Non solo le serie relative all'andamento dei PIL, dell'occupazione, dei redditi: anche la fisionomia "merceologica" della produzione globale. La telematica non decolla, né come consumo di massa né come servizio pubblico, nonostante le effettive potenzialità esistenti. Decolla il personal computer, il cui mercato compie nel giro di una decina d'anni un rapido percorso dalla concorrenza "classica" (differenziazione della produzione, forte innovazione, prezzi in caduta) a quella "monopolistica" (innovazione frenata, obsolescenza programmata, aumento dei prezzi, differenziazione del prodotto), e che comunque non riesce a svolgere un ruolo trainante dell'economia paragonabile a quello dell'automobile. Il computer trasforma radicalmente tutta una serie di attività (dalla scrittura all'archiviazione di dati, alla grafica e al disegno tecnico) ma, per il momento, non colonizza la sfera - cruciale, secondo i sociotecnologi - della comunicazione. Quest'ultima resta affidata a mezzi "tradizionali" come la televisione e il telefono, la cui tecnologia non conosce innovazioni di rilievo (nel caso della televisione, ad esempio, l'alta definizione sembra irraggiungibile) o comunque tali da modificarne profondamente l'uso (come nel caso della telefonia cellulare). Certamente in questi settori qualcosa si muove, soprattutto a livello "istituzionale": i grandi monopoli pubblici e privati si sfaldano, si frammentano, sono oggetto di vaste ridefinizioni [6]. Per il momento, tuttavia, sembra trattarsi di un processo di "privatizzazione" tra i tanti, un effetto tra i tanti dell'ondata di deregulation neoliberista che ha investito il mondo. In linea di massima, alla fine degli anni '80 la telematica non sembra aver toccato, se non di striscio, né la vita quotidiana (i "consumatori"), né quella pubblica (i "cittadini"): essa è semmai appannaggio delle grandi corporations che se ne servono per gestire i flussi finanziari e commerciali della ricchezza "transnazionale".&lt;br /&gt;Solo all'inizio degli anni '90 si assiste a una ripresa dell'epopea della telematica. Internet e i suoi cibernauti riempiono i giornali e l'immaginario collettivo, facendo da sfondo a quella che sembra essere una storica unione tra i personal computer della nuova generazione e i mezzi di comunicazione tradizionali. Da questa unione nascono i cosiddetti new media, che sembrano destinati a diffondersi attraverso le "autostrade elettroniche" che avvolgeranno il mondo (via cavo? via etere?) come fecero ai loro tempi la rete ferroviaria e quella elettrica. Le utopie degli anni '70 sono dunque sul punto di realizzarsi, anche se con qualche ritardo rispetto alle prime previsioni? E sapranno finalmente far uscire l'economia dal lungo trend negativo, o dovremo abituarci a convivere - come ormai tutti predicano, da "destra" e da "sinistra" - con i raggiunti limiti dello sviluppo, del benessere e dell'occupazione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ipotesi a confronto: il modello marxista&lt;br /&gt;Prima di rispondere a domande così impegnative, è bene fare i conti con i principali modelli di sviluppo - o meglio, di dinamica economica - che in questo secolo hanno orientato i tentativi di spiegare e prevedere la trasformazione sociale. Semplificando al massimo, sono soprattutto due i filoni teorici da interrogare criticamente sul problema della dinamica del capitalismo: il marxismo e l'elaborazione schumpeteriana [7].&lt;br /&gt;Il marxismo ha finora pensato la dinamica del capitalismo secondo un modello che definirei a "fasi di crescita", caratterizzato da cumulatività (ogni fase è un "di più" - eventualmente in senso negativo, "più contraddizioni" - rispetto alle precedenti) e irreversibilità delle fasi stesse. Gli elementi caratterizzanti ciascuna fase (capaci di "dare nome", di identificare mediante un carattere la fase stessa) sono stati per lo più individuati in elementi istituzionali (comprendendo nella nozione di "istituzioni" anche le strutture del mercato). Sul piano dei processi di lavoro, a ben vedere, sembrano mancare all'apparato concettuale marxista elementi idonei a marcare discontinuità significative (nonostante l'evidenza empirica di differenti "ere tecnologiche" che scandiscono la storia del capitalismo). Con riferimento ai processi di lavoro e alle loro trasformazioni si è parlato in passato di sviluppo (o mancato sviluppo) delle forze produttive, mentre oggi si parla prevalentemente di diminuzione del lavoro. Nessuno dei due discorsi sembra capace di indicare chiare cesure: l'impostazione sembra più idonea, semmai, a individuare un limite. Di conseguenza, le dinamiche "continue" del lavoro e del progresso tecnico sono state di fatto tenute sullo sfondo rispetto a una dinamica istituzionale che sembrava invece marcare tappe più distinguibili. Dalla classica bipartizione tra capitalismo concorrenziale e capitalismo monopolistico della prima metà di questo secolo si è passati alla tripartizione ortodossa del dopoguerra in capitalismo concorrenziale, capitalismo monopolistico e capitalismo monopolistico di stato. Oggi molti marxisti sembrano propensi ad aggiungere a questa catena l'anello del capitalismo globale o transnazionale, in cui la funzione degli stati-nazione risulterebbe superata.&lt;br /&gt;Il modello di questo tipo più completo (perché prevede una "fase" in più rispetto agli altri) e coerente (perché si affida a un univoco meccanismo cumulativo, quello della progressiva estensione dell'ambito di "regolazione" delle contraddizioni capitalistiche) è forse quello tracciato da Claus Offe in Lo stato nel capitalismo maturo. Offe segue un itinerario di botte e risposte tra "contraddizioni crescenti" del sistema capitalistico e "meccanismi di recupero" che ne rinviano il crollo. Prima entra in crisi la capacità di sopravvivenza del capitale singolo, e viene compensata dalla organizzazione monopolistica del mercato; poi sorgono problemi a livello di "capacità di sopravvivenza del capitale complessivo", cui si rimedia con la "istituzionalizzazione del progresso tecnico"; infine viene messa in discussione "la capacità di sopravvivenza della struttura complessiva politica, economica e sociale del capitalismo" e si ricorre all'intervento dello stato [8]. Offe scriveva negli anni '70, quando la dimensione statale sembrava un orizzonte estremo; ma l'impianto era sufficientemente eclettico da consentire di aggiungere, col senno del poi, la crisi della forma-stato indicando negli organismi sovranazionali (banca mondiale, FMI, ecc.) il nuovo "meccanismo di recupero".&lt;br /&gt;La struttura di progressione cumulativa che in tal modo risulta è ideologicamente tranquillizzante, ma coerente solo in apparenza. Essa è, a ben vedere, il risultato di progressivi aggiustamenti dell'approccio marxista tradizionale di fronte a ricorrenti smentite. Nell'impostazione leninista classica, la fase monopolistica era definita stadio "supremo" (cioè ultimo) del capitalismo, nel significato preciso del raggiungimento del limite storico rappresentato dalla capacità di sviluppare le forze produttive, dunque di svolgere una funzione positiva "per l'umanità". Quando le forze produttive continuano platealmente a progredire entro la cornice dei rapporti capitalistici, si tira in ballo il "trucco" della "istituzionalizzazione del progresso tecnico". Ciò consente di far fronte a una smentita storica senza cambiare l'impianto teorico di fondo, ma si paga pur sempre un prezzo: si deve rinunciare a usare lo sviluppo delle forze produttive come "legge" di trasformazione, motore della storia. Anche il coinvolgimento dello stato nella "regolazione" capitalistica è stato a suo tempo interpretato come limite in qualche modo "supremo" (basti pensare all'idea operaista della trasformazione del dominio economico in dominio politico che segnerebbe l'"inutilità" dello sfruttamento capitalistico e dunque il venir meno della sua ragione d'essere): oggi si scopre che esistono "meccanismi di recupero" ulteriori e ci si parano così le spalle da un'altra smentita, ma di nuovo a un prezzo teorico alto, quello della rinuncia a pensare la coessenzialità della forma-stato (e dello stato-nazione) al rapporto capitalistico di produzione. In sostanza, il mantenimento della griglia accrescitiva tradizionale comporta la perdita di pezzi teorici piuttosto rilevanti. C'è da chiedersi se non convenga mantenere i pezzi (almeno alcuni) e buttare la griglia...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il modello schumpeteriano e i cicli di Kondratieff&lt;br /&gt;Consideriamo ora l'approccio schumpeteriano. Com'è noto, la dinamica delineata da Schumpeter è esplicitamente non accrescitiva (il capitalismo non si sviluppa "come un albero", mediante crescita continua e cumulativa). L'impianto è ciclico, marcato da discontinuità definite come "innovazioni", le quali a loro volta hanno un peculiare ritmo di introduzione, dapprima faticoso e poi rapidamente accelerato (attribuito da Schumpeter prevalentemente a fattori di "mentalità", quali la resistenza al nuovo e la distribuzione gaussiana della capacità imprenditoriale).&lt;br /&gt;Lo schema tracciato nella Teoria dello sviluppo economico presenta varie difficoltà, non ultima una definizione troppo ampia di "innovazione": quest'ultima, definita come "introduzione di nuove combinazioni nella produzione", fa pensare soprattutto a interventi di riorganizzazione dei "fattori produttivi", ma Schumpeter vi comprende in realtà anche situazioni che riguardano l'assetto del mercato più che della produzione (come l'"apertura di nuovi mercati" e la "riorganizzazione di un'industria" intesa come passaggio dal regime di monopolio a quello di concorrenza o viceversa) [9]. Nei Cicli economici l'attenzione si focalizza maggiormente sull'innovazione propriamente tecnologica, soprattutto in riferimento ai tre (o quattro? la cosa non è del tutto chiara) Kondratieff individuati: tessile (fino al 1842), ferrovia (fino al 1897), elettrificazione e chimica/trasporto su gomma [10]. Tale classificazione è dichiaratamente empirica (in ciò nulla di male) e non del tutto coerente, nella misura in cui il ruolo di tecnologia "epocale" spetta in alcuni casi a tecnologie produttive in senso stretto (come il telaio meccanico), in altri a tecnologie energetiche (elettricità e chimica, quest'ultima da intendersi come raffinazione del petrolio), in altri ancora a tecnologie connesse ai trasporti (ferrovia, trasporto su gomma). Lo schema è comunque affascinante, e la tentazione di aggiungere "informatica" o "telematica" come quinto (o quarto) Kondratieff è molto forte...&lt;br /&gt;Ma quest'ultimo ciclo è davvero decollato? E a quale tipologia tecnologica (produzione, energia, comunicazioni) appartengono l'informatica, l'elettronica, la telematica?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cicli a due ritmi: una modesta proposta&lt;br /&gt;Prima di porre queste domande, vorrei tentare di "fare ordine" nei Kondratieff schumpeteriani, distinguendo tecnologie industriali di punta (generalmente legate a produzioni di serie e consumi di massa) e tecnologie infrastrutturali (relative a comunicazioni, trasporti, energia e legate soprattutto a processi di riallocazione dei poli produttivi e di diffusione della produzione industriale). La periodizzazione che ho in mente è di questo tipo (sono indicati tra parentesi i cicli su cui non esiste un consenso consolidato nella letteratura corrente):&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(PRIMARIO?) ... idrico-fluviale ... TESSILE ... ferrovia-vapore ... (CHIMICO?) ... ferrovia-elettricità ... MECCANICA LEGGERA ... trasporto su gomma-petrolio ... (INFORMATICA?) ... (telematica, new media?)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo schema proposto, oltre a "mettere ordine" evitando una serie di incongruenze, potrebbe dar conto di due diversi ritmi della dinamica capitalistica, uno "accelerato" e uno "diffusivo", fornendo una spiegazione diversa da quella schumpeteriana (che considera in una medesima innovazione un difficile inizio, una rapida accelerazione e una successiva perdita di incisività con il procedere della diffusione). In sostanza, avremmo una accumulazione accelerata nella fase in cui "parte" un settore industriale di punta, e una successiva dinamica diffusiva legata alla "seguente" creazione di grandi infrastrutture.&lt;br /&gt;Quest'ultima osservazione permette di collegare almeno in parte i cambiamenti tecnologici segnalati dall'impianto schumpeteriano con le trasformazioni istituzionali messe in luce dalla tradizione marxista. Il ritmo che ho definito "accelerato" corrisponde infatti a periodi di forte concorrenza, di innovazione molto spinta e rapida obsolescenza tecnologica, di alto rischio nell'investimento. Prevale inoltre l'aspetto - per riprendere l'espressione schumpeteriana - della "distruzione creatrice": i vecchi settori produttivi entrano in crisi e inizia il processo della loro sostituzione o dislocazione in aree diverse (verso le periferie o semiperiferie del mondo capitalistico), ma essi esercitano una resistenza, un'inerzia che ha un effetto frenante sulla crescita economica. Viceversa, il ritmo "diffusivo" corrisponde alla fissazione di standard che rallentano l'innovazione (o comunque l'incanalano su binari abbastanza obbligati), a processi di trustificazione e monopolizzazione, a un forte intervento dello stato legato soprattutto alla creazione di infrastrutture.&lt;br /&gt;Ciò che propongo, in pratica, è di "bocciare" la progressione cumulativa della tradizione marxista a favore di uno schema ciclico ricorsivo; e di tentare di leggere su quest'ultimo le trasformazioni "istituzionali" (che dunque non vanno considerate irreversibili ma - appunto - ricorsive).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fordismo e postfordismo&lt;br /&gt;Si può tentare una parziale verifica dello schema proposto mettendolo alla prova sul "fordismo", termine ormai comunemente accettato per designare il modello di accumulazione caratteristico di questo secondo dopoguerra nell'accezione datane soprattutto dalla "scuola della regolazione".&lt;br /&gt;Com'è noto, Aglietta e la sua scuola hanno tentato di offrire un quadro coerente del modello di crescita economica prevalso nei paesi capitalistici sviluppati dopo la seconda guerra mondiale, descrivendolo come un sistema strutturato intorno a tre dimensioni principali: un regime di accumulazione, fondato sul paradigma tecnologico "fordista" (organizzazione del lavro a catena per la produzione di massa entro la grande fabbrica centralizzata), un modo di regolazione imperniato sulle politiche keynesiane di sostegno della domanda e dell'occupazione, un blocco sociale centrato su un "compromesso" relativamente stabile tra classe operaia e capitale garantito dallo stato [11]. La sinergia di queste dimensioni avrebbe prodotto il circolo virtuoso del dopoguerra, in cui profitti, salari, occupazione e benessere sociale riuscivano a crescere contemporaneamente.&lt;br /&gt;Notiamo subito una contraddizione, o quanto meno una sfasatura temporale. Il paradigma tecnologico fordista non è coevo alle altre dimensioni socioeconomiche considerate. L'organizzazione del lavoro taylorista nasce all'inizio del secolo, la catena di montaggio su nastro viene introdotta per la prima volta alla Ford Motor Company di Detroit nel 1908, in una situazione di crisi economica che induce Hobson a parlare di calo assoluto dell'occupazione e di declino della produzione manifatturiera a beneficio delle attività connesse al commercio, ai servizi, alla "produzione immateriale" [12]... Le politiche keynesiane, da parte loro, vengono inaugurate negli anni '30, dopo che la crisi ha toccato il punto più basso: ma la situazione ancora non migliora, un'inizio di ripresa nel 1933-34 abortisce negli anni successivi, gli economisti teorizzano la stagnazione come condizione ormai cronica del sistema e lo stesso Schumpeter, stanco di attendere il nuovo Kondratieff che non si decide a decollare, ammette l'apparente incapacità di ulteriore crescita attribuendola a "politiche ostili al capitalismo" [13]. Solo nel dopoguerra fordismo e keynesismo si incrociano in modo efficace: la produzione fordista incontra un effettivo consumo di massa, le politiche sociali cessano di essere "ostili" all'accumulazione capitalistica, una nuova "rivoluzione industriale" - a dispetto delle previsioni marxiste e non - investe il mondo capitalistico sviluppato. La spiegazione di questo tardivo decollo sta, a mio avviso, nel trend "diffusivo" reso possibile dall'acquisita leadership statunitense, che mette provvisoriamente fine alla concorrenza internazionale, impone una determinata tecnologia limitandone la "deriva" incontrollata, esporta il proprio modello finanziando una ricostruzione finalizzata a supportare la nuova industria - che la guerra ha contribuito a liberare dalle pastoie dei vecchi assetti - con le necessarie infrastrutture. Ciò che voglio sostenere, in conclusione, è che il "fordismo" delineato dalla scuola della regolazione descrive efficacemente la fase di diffusione di tale modello, ma nulla di significativo dice a proposito del suo tormentato emergere.&lt;br /&gt;Ma l'approccio della scuola della regolazione, per altro assai interessante nella misura in cui intende sottrarsi alla rigida successione di fasi "evolutive" della tradizione marxista per tentare la via della definizione di un tipo ideale per una fase specifica, mostra oggi la corda soprattutto di fronte al "postfordismo", termine coniato per designare il modello di accumulazione prossimo venturo, destinato a sorgere dalle ceneri dei fordismo. La concentrazione sull'idealtipo fordista, infatti, conduce a definire le caratteristiche della fase successive esclusivamente per differenza: se l'organizzazione della fabbrica fordista era "rigida", quella postfordista sarà "flessibile"; se la produzione era affidata alla grande impresa centralizzata, ora avremo il decentramento e la fabbrica "snella" [14]; se il fordismo assicurava crescita del salario reale e dell'occupazione, dobbiamo aspettarci di qui in avanti diminuzione del lavoro e povertà. Ora, questo procedimento porta alla luce qualcosa: descrive i processi di ridimensionamento, ridefinizione, riallocazione dei vecchi settori. Ma non coglie il nuovo che - come diceva Schumpeter - "non nasce dal vecchio, ma accanto ad esso" [15] e si afferma sovente - come dimostra proprio il caso del fordismo - in un contesto di crisi economica.&lt;br /&gt;L'analisi corrente del postfordismo impiega un'ottica troppo parziale sul presente, privilegiando l'osservazione dei processi in atto nei settori e nei poli tradizionali [16]; e non guarda affatto al passato, scontando un curioso blocco della memoria storica che impedisce di risalire oltre il fordismo. Eppure il passato mostra che quella di Ford non è la prima nè l'unica fabbrica "rigida" e di grandi dimensioni della storia (il filatoio idraulico a lavoro continuo di Arkwright è non a caso per Marx l'esempio per eccellenza di "grande industria meccanizzata"), mostra che in altre occasioni sono emerse tecnologie "flessibili" capaci di supportare vasti processi di decentramento produttivo senza che per questo sia venuto meno l'industrialismo caratteristico della nostra epoca (un esempio per tutti è dato dall'elettromeccanica: essa non ha semplicemente rimpiazzato il vapore nei grandi impianti fissi, ma con la possibilità di applicare un motore di dimensioni contenute al singolo strumento ha dato il via a una campagna di decentramento, di riallocazione e di ridimensionamento degli impianti: la macchina da cucire, modello per eccellenza di questa tecnologia "flessibile", sembrò a suo tempo destinata a svuotare le fabbriche e a ripristinare un operoso "artigianato" diffuso, che oggi chiameremmo più propriamente sfruttamento del lavoro a domicilio).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conclusioni provvisorie: qualche cautela per la sinistra&lt;br /&gt;E' certamente troppo presto per dire che la telematica e le autostrade elettroniche supporteranno un nuovo boom, una nuova ondata di consumi di massa, un nuovo "benessere" (se si può chiamare benessere "la vita pagata a rate / con la seicento, la lavatrice" di cui cantava Ivan Della Mea negli anni '60). Ma forse non è troppo tardi perché la sinistra, che oggi sembra convinta di aver messo le braghe alla nuova fase con la formula del postfordismo, vagli questa possibilità e prenda qualche precauzione.&lt;br /&gt;Il neoliberismo non è probabilmente l'ideologia definitiva del capitale: lo slogan "meno stato, più mercato" oggi è funzionale alla dismissione degli apparati pubblici legati al vecchio modello di accumulazione, ma quando i giochi saranno fatti e sarà chiaro chi guiderà il cablaggio del mondo forse la borghesia riscoprirà la propria anima statalista e l'intervento statale smetterà di nuovo di risultare "ostile" al capitale... La sinistra farebbe dunque bene a non mettersi acriticamente dalla parte del "pubblico" solo perché si inneggia al "privato", a non sposare tout court la causa dello stato (e magari della nazione) solo perché è una bandiera lasciata provvisoriamente cadere. Così facendo rischia di trovarsi schierata non già dalla parte del "popolo" contro il capitale, bensì - assai meno eroicamente - dalla parte dei vecchi padroni contro i padroni emergenti.&lt;br /&gt;La stagnazione non è probabilmente la condizione definitiva del capitalismo. Se la sinistra beve troppo fiduciosamente l'amaro calice dei "limiti dello sviluppo", e si attrezza a gestire sobriamente e responsabilmente un futuro di povertà, rischia di fare la parte del pompiere (se non del gendarme) negli anni delle vacche magre per trovarsi poi spiazzata - per l'ennesima volta - quando il sistema ripresenterà la faccia delle vacche grasse. Oggi il capitalismo dispensa miseria: dobbiamo ribellarci, non farcene responsabilmente carico. E se domani dispenserà di nuovo il suo benessere a rate dobbiamo ricordare bene la faccia feroce che oggi ci mostra e saper riconoscere la profonda ingiustizia su cui fonda le fasi alte come quelle basse del suo ciclo, l'insanabile iniquità con cui distribuisce la ricchezza come la povertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Note&lt;br /&gt;[1]. Japan Computer Usage Developement Institute, Verso una società dell'informazione. Il caso giapponese, Ed. Comunità, Milano 1974, pp. 59-60.&lt;br /&gt;[2]. S. Nora, A. Minc, Convivere con il calcolatore, Bompiani, Milano 1979, pp. 144-5. Per un'analisi e un confronto degli "scenari" fantatecnologici degli anni '70, cfr. l'antologia P. M. Manacorda (a cura di), La memoria del futuro, NIS, Roma 1986 e soprattutto i saggi della Manacorda in essa contenuti.&lt;br /&gt;[3]. Per avere un'idea delle posizioni sostenute in quegli anni da Luhmann e Habermas, può essere utile la raccolta di scritti J. Habermas, N. Luhmann, Teoria della società o tecnologia sociale, Etas Kompass, Milano 1973.&lt;br /&gt;[4]. Riprendo il titolo del notissimo rapporto del MIT al Club di Roma: cfr. D. Meadows (a cura di), I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1972.&lt;br /&gt;[5]. Così ad esempio O. Giarini, H. Loubergé, La delusione tecnologica, Mondadori, Milano 1978.&lt;br /&gt;[6]. Si veda in proposito la "breve storia della telefonia" e le vicende del colosso Bell (il monopolio americano dei servizi telefonici) magistralmente narrate da B. Sterling in Giro di vite contro gli hacker, Shake edizioni underground, Milano 1993.&lt;br /&gt;[7]. Lo stesso Schumpeter, critico nei confronti della teoria neoclassica che avrebbe prodotto un'analisi "statica" del sistema economico, riconosce a Marx di avere per primo affrontato il problema della "dinamica": cfr. la prefazione all'edizione giapponese in J. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, Sansoni, Firenze 1971, p. XLVII.&lt;br /&gt;[8]. In C. Offe, Lo stato nel capitalismo maturo, Etas Libri, Milano 1977 si veda la tabella a p. 30.&lt;br /&gt;[9]. Cfr. J. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, cit., p. 76.&lt;br /&gt;[10]. Cfr. J. Schumpeter, Il processo capitalistico: cicli economici, Boringhieri, Torino 1977.&lt;br /&gt;[11]. Cfr. M. Aglietta, Régulation et crise du capitalisme, Calmann-Lévy, Paris 1978.&lt;br /&gt;[12]. Cfr. J. A. Hobson, The Evolution of Modern Capitalism, Allen &amp; Unwin, London 1930, p. 349.&lt;br /&gt;[13]. Cfr. J. Schumpeter, Capitalismo, socialismo, democrazia, Etas Libri, Milano 1984.&lt;br /&gt;[14]. Coriat, ad esempio identifica nella "fabbrica snella" giapponese la forma ormai compiuta del nuovo modello di industria, e da lettore critico del fordismo (cfr. B. Coriat, La fabbrica e il cronometro, Feltrinelli, Milano 1979) si fa paradossalmente apologeta del toyotismo (cfr. B. Coriat, Ripensare l'organizzazione del lavoro, Dedalo, Bari 1991).&lt;br /&gt;[15]. J. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, cit., p. 76.&lt;br /&gt;[16]. Ho sviluppato questa critica in un recente articolo a cui rinvio: M. Turchetto, Flessibilità, organizzazione, divisione del lavoro, in Alternative, n.1, 1995, pp. 65-73.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-89962733?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89962733'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89962733'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#89962733' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-89962669</id><published>2003-03-01T10:53:00.000-08:00</published><updated>2003-03-01T10:53:24.373-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>Comunicazione, telematica, new media e cicli economici&lt;br /&gt;Un'ipotesi di lavoro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;di Maria Turchetto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunicazione e utopie tecnologiche degli anni '70&lt;br /&gt;Il termine "comunicazione" ha cominciato a riempire di sè la letteratura sociologica e filosofica (quanto meno quella "filosofia" che svolge funzioni di teoria sociale) a partire dagli anni '70. Intesa vuoi come mezzo di circolazione del sapere (e dunque veicolo delle logiche di diffusione-esclusione del potere), vuoi come mezzo di espressione di bisogni (interessi, "preferenze"), la comunicazione ha assunto progressivamente il ruolo di "rapporto sociale per eccellenza", sostituendo o sussumendo ambiti un tempo privilegiati - i rapporti di classe, il mercato, le istituzioni...&lt;br /&gt;La connessione tra la nuova attitudine onnicomprensiva della categoria della "comunicazione", da un lato, e, dall'altro, la prima grande ondata di diffusione delle tecnologie basate sull'informatica e sull'elettronica è piuttosto evidente: appartengono a questo periodo alcune memorabili sintesi di filosofia sociale e fantatecnologia destinate a lasciare ampie tracce nell'immaginario collettivo. Si tratta di "scenari" di società prossime venture, completamente trasformate e riplasmate dalle nuove tecnologie della comunicazione rese possibili dagli sviluppi dell'informatica e dell'elettronica. Dal Giappone, su commissione dell'associazione dei produttori di calcolatori Jacudi, arriva nel 1972 lo scenario di una società compiutamente razionalizzata grazie all'attività decisionale di un think tank (serbatoio di idee) centrale collegato a tutte le fonti di informazione del paese: "Nel centro di Tokio si costruirà un gigantesco grattacielo [...]. L'edificio ospiterà tutti i think tanks del paese, sia di origine statale che di origine privata, e sarà dotato di tutti i mezzi da utilizzare in comune per realizzare in termini operativi nuovi strumenti di lavoro (calcolatori, modelli di programmazione di vario tipo, programmi speciali, aggiornamento biblioteche, impianti sperimentali ecc.). Il centro sarà collegato on line con la banca statale dei dati, con il centro informativo di tecnologia scientifica e con varie altre banche dati" [1]. Qualche anno dopo la Francia, impegnata in quel periodo nella promozione statale del videotex (pagine video contenenti testi o immagini veicolate su rete telefonica), risponde all'utopia decisionistica giapponese con un progetto di "armonica regolazione" sociale su base telematica. Il rapporto Nora-Minc fonda sulla circolazione e "socializzazione" dell'informazione consentita dalle nuove tecnologie il progetto di uno Stato capace di recepire costantemente le esigenze e le aspirazioni dei diversi gruppi sociali e di modificare i propri obbiettivi in base alla combinazione delle preferenze espresse: "Socializzare l'informazione significa dunque [...] favorire la formalizzazione dei dati in base ai quali la strategia centrale e i desideri della periferia possono trovare un accordo: quell'accordo grazie al quale società e Stato non solo si tollerano ma contribuiscono alla reciproca realizzazione" [2].&lt;br /&gt;Se filosofie sociali e nuove tecnologie sono in sintonia (balza agli occhi la vicinanza delle "città future" immaginate dai giapponesi e dai francesi rispettivamente all'analisi funzionalizta luhmanniana della decisione razionale e all'idea habermasiana della comunicazione universale finalmente disalienata [3]), i rapporti sembrano invece più difficili per una consolidata disciplina specialistica come l'economia. La teoria economica ufficiale si attesta su posizioni pessimistiche: l'informatica e la telematica potranno anche cambiare il mondo, ma sembrano ininfluenti su ciò che dai tempi di Adam Smith sta a cuore agli economisti, vale a dire la "ricchezza delle nazioni". Alle magnifiche sorti e progressive delle utopie sociotelematiche gli economisti oppongono la constatazione di una crisi economica profonda e perdurante, di cui non si vede l'uscita a dispetto del galoppante progresso tecnico. Si parla così di "limiti dello sviluppo" [4], di "crisi della crescita economica", addirittura di "rendimenti decrescenti" (in assoluto) della tecnologia [5].&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalle delusioni degli anni '80 all'attuale rilancio dell'immaginario tecnologico&lt;br /&gt;Per tutti gli anni '80 i "fatti" sembrano dare ragione agli economisti. Non solo le serie relative all'andamento dei PIL, dell'occupazione, dei redditi: anche la fisionomia "merceologica" della produzione globale. La telematica non decolla, né come consumo di massa né come servizio pubblico, nonostante le effettive potenzialità esistenti. Decolla il personal computer, il cui mercato compie nel giro di una decina d'anni un rapido percorso dalla concorrenza "classica" (differenziazione della produzione, forte innovazione, prezzi in caduta) a quella "monopolistica" (innovazione frenata, obsolescenza programmata, aumento dei prezzi, differenziazione del prodotto), e che comunque non riesce a svolgere un ruolo trainante dell'economia paragonabile a quello dell'automobile. Il computer trasforma radicalmente tutta una serie di attività (dalla scrittura all'archiviazione di dati, alla grafica e al disegno tecnico) ma, per il momento, non colonizza la sfera - cruciale, secondo i sociotecnologi - della comunicazione. Quest'ultima resta affidata a mezzi "tradizionali" come la televisione e il telefono, la cui tecnologia non conosce innovazioni di rilievo (nel caso della televisione, ad esempio, l'alta definizione sembra irraggiungibile) o comunque tali da modificarne profondamente l'uso (come nel caso della telefonia cellulare). Certamente in questi settori qualcosa si muove, soprattutto a livello "istituzionale": i grandi monopoli pubblici e privati si sfaldano, si frammentano, sono oggetto di vaste ridefinizioni [6]. Per il momento, tuttavia, sembra trattarsi di un processo di "privatizzazione" tra i tanti, un effetto tra i tanti dell'ondata di deregulation neoliberista che ha investito il mondo. In linea di massima, alla fine degli anni '80 la telematica non sembra aver toccato, se non di striscio, né la vita quotidiana (i "consumatori"), né quella pubblica (i "cittadini"): essa è semmai appannaggio delle grandi corporations che se ne servono per gestire i flussi finanziari e commerciali della ricchezza "transnazionale".&lt;br /&gt;Solo all'inizio degli anni '90 si assiste a una ripresa dell'epopea della telematica. Internet e i suoi cibernauti riempiono i giornali e l'immaginario collettivo, facendo da sfondo a quella che sembra essere una storica unione tra i personal computer della nuova generazione e i mezzi di comunicazione tradizionali. Da questa unione nascono i cosiddetti new media, che sembrano destinati a diffondersi attraverso le "autostrade elettroniche" che avvolgeranno il mondo (via cavo? via etere?) come fecero ai loro tempi la rete ferroviaria e quella elettrica. Le utopie degli anni '70 sono dunque sul punto di realizzarsi, anche se con qualche ritardo rispetto alle prime previsioni? E sapranno finalmente far uscire l'economia dal lungo trend negativo, o dovremo abituarci a convivere - come ormai tutti predicano, da "destra" e da "sinistra" - con i raggiunti limiti dello sviluppo, del benessere e dell'occupazione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ipotesi a confronto: il modello marxista&lt;br /&gt;Prima di rispondere a domande così impegnative, è bene fare i conti con i principali modelli di sviluppo - o meglio, di dinamica economica - che in questo secolo hanno orientato i tentativi di spiegare e prevedere la trasformazione sociale. Semplificando al massimo, sono soprattutto due i filoni teorici da interrogare criticamente sul problema della dinamica del capitalismo: il marxismo e l'elaborazione schumpeteriana [7].&lt;br /&gt;Il marxismo ha finora pensato la dinamica del capitalismo secondo un modello che definirei a "fasi di crescita", caratterizzato da cumulatività (ogni fase è un "di più" - eventualmente in senso negativo, "più contraddizioni" - rispetto alle precedenti) e irreversibilità delle fasi stesse. Gli elementi caratterizzanti ciascuna fase (capaci di "dare nome", di identificare mediante un carattere la fase stessa) sono stati per lo più individuati in elementi istituzionali (comprendendo nella nozione di "istituzioni" anche le strutture del mercato). Sul piano dei processi di lavoro, a ben vedere, sembrano mancare all'apparato concettuale marxista elementi idonei a marcare discontinuità significative (nonostante l'evidenza empirica di differenti "ere tecnologiche" che scandiscono la storia del capitalismo). Con riferimento ai processi di lavoro e alle loro trasformazioni si è parlato in passato di sviluppo (o mancato sviluppo) delle forze produttive, mentre oggi si parla prevalentemente di diminuzione del lavoro. Nessuno dei due discorsi sembra capace di indicare chiare cesure: l'impostazione sembra più idonea, semmai, a individuare un limite. Di conseguenza, le dinamiche "continue" del lavoro e del progresso tecnico sono state di fatto tenute sullo sfondo rispetto a una dinamica istituzionale che sembrava invece marcare tappe più distinguibili. Dalla classica bipartizione tra capitalismo concorrenziale e capitalismo monopolistico della prima metà di questo secolo si è passati alla tripartizione ortodossa del dopoguerra in capitalismo concorrenziale, capitalismo monopolistico e capitalismo monopolistico di stato. Oggi molti marxisti sembrano propensi ad aggiungere a questa catena l'anello del capitalismo globale o transnazionale, in cui la funzione degli stati-nazione risulterebbe superata.&lt;br /&gt;Il modello di questo tipo più completo (perché prevede una "fase" in più rispetto agli altri) e coerente (perché si affida a un univoco meccanismo cumulativo, quello della progressiva estensione dell'ambito di "regolazione" delle contraddizioni capitalistiche) è forse quello tracciato da Claus Offe in Lo stato nel capitalismo maturo. Offe segue un itinerario di botte e risposte tra "contraddizioni crescenti" del sistema capitalistico e "meccanismi di recupero" che ne rinviano il crollo. Prima entra in crisi la capacità di sopravvivenza del capitale singolo, e viene compensata dalla organizzazione monopolistica del mercato; poi sorgono problemi a livello di "capacità di sopravvivenza del capitale complessivo", cui si rimedia con la "istituzionalizzazione del progresso tecnico"; infine viene messa in discussione "la capacità di sopravvivenza della struttura complessiva politica, economica e sociale del capitalismo" e si ricorre all'intervento dello stato [8]. Offe scriveva negli anni '70, quando la dimensione statale sembrava un orizzonte estremo; ma l'impianto era sufficientemente eclettico da consentire di aggiungere, col senno del poi, la crisi della forma-stato indicando negli organismi sovranazionali (banca mondiale, FMI, ecc.) il nuovo "meccanismo di recupero".&lt;br /&gt;La struttura di progressione cumulativa che in tal modo risulta è ideologicamente tranquillizzante, ma coerente solo in apparenza. Essa è, a ben vedere, il risultato di progressivi aggiustamenti dell'approccio marxista tradizionale di fronte a ricorrenti smentite. Nell'impostazione leninista classica, la fase monopolistica era definita stadio "supremo" (cioè ultimo) del capitalismo, nel significato preciso del raggiungimento del limite storico rappresentato dalla capacità di sviluppare le forze produttive, dunque di svolgere una funzione positiva "per l'umanità". Quando le forze produttive continuano platealmente a progredire entro la cornice dei rapporti capitalistici, si tira in ballo il "trucco" della "istituzionalizzazione del progresso tecnico". Ciò consente di far fronte a una smentita storica senza cambiare l'impianto teorico di fondo, ma si paga pur sempre un prezzo: si deve rinunciare a usare lo sviluppo delle forze produttive come "legge" di trasformazione, motore della storia. Anche il coinvolgimento dello stato nella "regolazione" capitalistica è stato a suo tempo interpretato come limite in qualche modo "supremo" (basti pensare all'idea operaista della trasformazione del dominio economico in dominio politico che segnerebbe l'"inutilità" dello sfruttamento capitalistico e dunque il venir meno della sua ragione d'essere): oggi si scopre che esistono "meccanismi di recupero" ulteriori e ci si parano così le spalle da un'altra smentita, ma di nuovo a un prezzo teorico alto, quello della rinuncia a pensare la coessenzialità della forma-stato (e dello stato-nazione) al rapporto capitalistico di produzione. In sostanza, il mantenimento della griglia accrescitiva tradizionale comporta la perdita di pezzi teorici piuttosto rilevanti. C'è da chiedersi se non convenga mantenere i pezzi (almeno alcuni) e buttare la griglia...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il modello schumpeteriano e i cicli di Kondratieff&lt;br /&gt;Consideriamo ora l'approccio schumpeteriano. Com'è noto, la dinamica delineata da Schumpeter è esplicitamente non accrescitiva (il capitalismo non si sviluppa "come un albero", mediante crescita continua e cumulativa). L'impianto è ciclico, marcato da discontinuità definite come "innovazioni", le quali a loro volta hanno un peculiare ritmo di introduzione, dapprima faticoso e poi rapidamente accelerato (attribuito da Schumpeter prevalentemente a fattori di "mentalità", quali la resistenza al nuovo e la distribuzione gaussiana della capacità imprenditoriale).&lt;br /&gt;Lo schema tracciato nella Teoria dello sviluppo economico presenta varie difficoltà, non ultima una definizione troppo ampia di "innovazione": quest'ultima, definita come "introduzione di nuove combinazioni nella produzione", fa pensare soprattutto a interventi di riorganizzazione dei "fattori produttivi", ma Schumpeter vi comprende in realtà anche situazioni che riguardano l'assetto del mercato più che della produzione (come l'"apertura di nuovi mercati" e la "riorganizzazione di un'industria" intesa come passaggio dal regime di monopolio a quello di concorrenza o viceversa) [9]. Nei Cicli economici l'attenzione si focalizza maggiormente sull'innovazione propriamente tecnologica, soprattutto in riferimento ai tre (o quattro? la cosa non è del tutto chiara) Kondratieff individuati: tessile (fino al 1842), ferrovia (fino al 1897), elettrificazione e chimica/trasporto su gomma [10]. Tale classificazione è dichiaratamente empirica (in ciò nulla di male) e non del tutto coerente, nella misura in cui il ruolo di tecnologia "epocale" spetta in alcuni casi a tecnologie produttive in senso stretto (come il telaio meccanico), in altri a tecnologie energetiche (elettricità e chimica, quest'ultima da intendersi come raffinazione del petrolio), in altri ancora a tecnologie connesse ai trasporti (ferrovia, trasporto su gomma). Lo schema è comunque affascinante, e la tentazione di aggiungere "informatica" o "telematica" come quinto (o quarto) Kondratieff è molto forte...&lt;br /&gt;Ma quest'ultimo ciclo è davvero decollato? E a quale tipologia tecnologica (produzione, energia, comunicazioni) appartengono l'informatica, l'elettronica, la telematica?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cicli a due ritmi: una modesta proposta&lt;br /&gt;Prima di porre queste domande, vorrei tentare di "fare ordine" nei Kondratieff schumpeteriani, distinguendo tecnologie industriali di punta (generalmente legate a produzioni di serie e consumi di massa) e tecnologie infrastrutturali (relative a comunicazioni, trasporti, energia e legate soprattutto a processi di riallocazione dei poli produttivi e di diffusione della produzione industriale). La periodizzazione che ho in mente è di questo tipo (sono indicati tra parentesi i cicli su cui non esiste un consenso consolidato nella letteratura corrente):&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(PRIMARIO?) ... idrico-fluviale ... TESSILE ... ferrovia-vapore ... (CHIMICO?) ... ferrovia-elettricità ... MECCANICA LEGGERA ... trasporto su gomma-petrolio ... (INFORMATICA?) ... (telematica, new media?)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo schema proposto, oltre a "mettere ordine" evitando una serie di incongruenze, potrebbe dar conto di due diversi ritmi della dinamica capitalistica, uno "accelerato" e uno "diffusivo", fornendo una spiegazione diversa da quella schumpeteriana (che considera in una medesima innovazione un difficile inizio, una rapida accelerazione e una successiva perdita di incisività con il procedere della diffusione). In sostanza, avremmo una accumulazione accelerata nella fase in cui "parte" un settore industriale di punta, e una successiva dinamica diffusiva legata alla "seguente" creazione di grandi infrastrutture.&lt;br /&gt;Quest'ultima osservazione permette di collegare almeno in parte i cambiamenti tecnologici segnalati dall'impianto schumpeteriano con le trasformazioni istituzionali messe in luce dalla tradizione marxista. Il ritmo che ho definito "accelerato" corrisponde infatti a periodi di forte concorrenza, di innovazione molto spinta e rapida obsolescenza tecnologica, di alto rischio nell'investimento. Prevale inoltre l'aspetto - per riprendere l'espressione schumpeteriana - della "distruzione creatrice": i vecchi settori produttivi entrano in crisi e inizia il processo della loro sostituzione o dislocazione in aree diverse (verso le periferie o semiperiferie del mondo capitalistico), ma essi esercitano una resistenza, un'inerzia che ha un effetto frenante sulla crescita economica. Viceversa, il ritmo "diffusivo" corrisponde alla fissazione di standard che rallentano l'innovazione (o comunque l'incanalano su binari abbastanza obbligati), a processi di trustificazione e monopolizzazione, a un forte intervento dello stato legato soprattutto alla creazione di infrastrutture.&lt;br /&gt;Ciò che propongo, in pratica, è di "bocciare" la progressione cumulativa della tradizione marxista a favore di uno schema ciclico ricorsivo; e di tentare di leggere su quest'ultimo le trasformazioni "istituzionali" (che dunque non vanno considerate irreversibili ma - appunto - ricorsive).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fordismo e postfordismo&lt;br /&gt;Si può tentare una parziale verifica dello schema proposto mettendolo alla prova sul "fordismo", termine ormai comunemente accettato per designare il modello di accumulazione caratteristico di questo secondo dopoguerra nell'accezione datane soprattutto dalla "scuola della regolazione".&lt;br /&gt;Com'è noto, Aglietta e la sua scuola hanno tentato di offrire un quadro coerente del modello di crescita economica prevalso nei paesi capitalistici sviluppati dopo la seconda guerra mondiale, descrivendolo come un sistema strutturato intorno a tre dimensioni principali: un regime di accumulazione, fondato sul paradigma tecnologico "fordista" (organizzazione del lavro a catena per la produzione di massa entro la grande fabbrica centralizzata), un modo di regolazione imperniato sulle politiche keynesiane di sostegno della domanda e dell'occupazione, un blocco sociale centrato su un "compromesso" relativamente stabile tra classe operaia e capitale garantito dallo stato [11]. La sinergia di queste dimensioni avrebbe prodotto il circolo virtuoso del dopoguerra, in cui profitti, salari, occupazione e benessere sociale riuscivano a crescere contemporaneamente.&lt;br /&gt;Notiamo subito una contraddizione, o quanto meno una sfasatura temporale. Il paradigma tecnologico fordista non è coevo alle altre dimensioni socioeconomiche considerate. L'organizzazione del lavoro taylorista nasce all'inizio del secolo, la catena di montaggio su nastro viene introdotta per la prima volta alla Ford Motor Company di Detroit nel 1908, in una situazione di crisi economica che induce Hobson a parlare di calo assoluto dell'occupazione e di declino della produzione manifatturiera a beneficio delle attività connesse al commercio, ai servizi, alla "produzione immateriale" [12]... Le politiche keynesiane, da parte loro, vengono inaugurate negli anni '30, dopo che la crisi ha toccato il punto più basso: ma la situazione ancora non migliora, un'inizio di ripresa nel 1933-34 abortisce negli anni successivi, gli economisti teorizzano la stagnazione come condizione ormai cronica del sistema e lo stesso Schumpeter, stanco di attendere il nuovo Kondratieff che non si decide a decollare, ammette l'apparente incapacità di ulteriore crescita attribuendola a "politiche ostili al capitalismo" [13]. Solo nel dopoguerra fordismo e keynesismo si incrociano in modo efficace: la produzione fordista incontra un effettivo consumo di massa, le politiche sociali cessano di essere "ostili" all'accumulazione capitalistica, una nuova "rivoluzione industriale" - a dispetto delle previsioni marxiste e non - investe il mondo capitalistico sviluppato. La spiegazione di questo tardivo decollo sta, a mio avviso, nel trend "diffusivo" reso possibile dall'acquisita leadership statunitense, che mette provvisoriamente fine alla concorrenza internazionale, impone una determinata tecnologia limitandone la "deriva" incontrollata, esporta il proprio modello finanziando una ricostruzione finalizzata a supportare la nuova industria - che la guerra ha contribuito a liberare dalle pastoie dei vecchi assetti - con le necessarie infrastrutture. Ciò che voglio sostenere, in conclusione, è che il "fordismo" delineato dalla scuola della regolazione descrive efficacemente la fase di diffusione di tale modello, ma nulla di significativo dice a proposito del suo tormentato emergere.&lt;br /&gt;Ma l'approccio della scuola della regolazione, per altro assai interessante nella misura in cui intende sottrarsi alla rigida successione di fasi "evolutive" della tradizione marxista per tentare la via della definizione di un tipo ideale per una fase specifica, mostra oggi la corda soprattutto di fronte al "postfordismo", termine coniato per designare il modello di accumulazione prossimo venturo, destinato a sorgere dalle ceneri dei fordismo. La concentrazione sull'idealtipo fordista, infatti, conduce a definire le caratteristiche della fase successive esclusivamente per differenza: se l'organizzazione della fabbrica fordista era "rigida", quella postfordista sarà "flessibile"; se la produzione era affidata alla grande impresa centralizzata, ora avremo il decentramento e la fabbrica "snella" [14]; se il fordismo assicurava crescita del salario reale e dell'occupazione, dobbiamo aspettarci di qui in avanti diminuzione del lavoro e povertà. Ora, questo procedimento porta alla luce qualcosa: descrive i processi di ridimensionamento, ridefinizione, riallocazione dei vecchi settori. Ma non coglie il nuovo che - come diceva Schumpeter - "non nasce dal vecchio, ma accanto ad esso" [15] e si afferma sovente - come dimostra proprio il caso del fordismo - in un contesto di crisi economica.&lt;br /&gt;L'analisi corrente del postfordismo impiega un'ottica troppo parziale sul presente, privilegiando l'osservazione dei processi in atto nei settori e nei poli tradizionali [16]; e non guarda affatto al passato, scontando un curioso blocco della memoria storica che impedisce di risalire oltre il fordismo. Eppure il passato mostra che quella di Ford non è la prima nè l'unica fabbrica "rigida" e di grandi dimensioni della storia (il filatoio idraulico a lavoro continuo di Arkwright è non a caso per Marx l'esempio per eccellenza di "grande industria meccanizzata"), mostra che in altre occasioni sono emerse tecnologie "flessibili" capaci di supportare vasti processi di decentramento produttivo senza che per questo sia venuto meno l'industrialismo caratteristico della nostra epoca (un esempio per tutti è dato dall'elettromeccanica: essa non ha semplicemente rimpiazzato il vapore nei grandi impianti fissi, ma con la possibilità di applicare un motore di dimensioni contenute al singolo strumento ha dato il via a una campagna di decentramento, di riallocazione e di ridimensionamento degli impianti: la macchina da cucire, modello per eccellenza di questa tecnologia "flessibile", sembrò a suo tempo destinata a svuotare le fabbriche e a ripristinare un operoso "artigianato" diffuso, che oggi chiameremmo più propriamente sfruttamento del lavoro a domicilio).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conclusioni provvisorie: qualche cautela per la sinistra&lt;br /&gt;E' certamente troppo presto per dire che la telematica e le autostrade elettroniche supporteranno un nuovo boom, una nuova ondata di consumi di massa, un nuovo "benessere" (se si può chiamare benessere "la vita pagata a rate / con la seicento, la lavatrice" di cui cantava Ivan Della Mea negli anni '60). Ma forse non è troppo tardi perché la sinistra, che oggi sembra convinta di aver messo le braghe alla nuova fase con la formula del postfordismo, vagli questa possibilità e prenda qualche precauzione.&lt;br /&gt;Il neoliberismo non è probabilmente l'ideologia definitiva del capitale: lo slogan "meno stato, più mercato" oggi è funzionale alla dismissione degli apparati pubblici legati al vecchio modello di accumulazione, ma quando i giochi saranno fatti e sarà chiaro chi guiderà il cablaggio del mondo forse la borghesia riscoprirà la propria anima statalista e l'intervento statale smetterà di nuovo di risultare "ostile" al capitale... La sinistra farebbe dunque bene a non mettersi acriticamente dalla parte del "pubblico" solo perché si inneggia al "privato", a non sposare tout court la causa dello stato (e magari della nazione) solo perché è una bandiera lasciata provvisoriamente cadere. Così facendo rischia di trovarsi schierata non già dalla parte del "popolo" contro il capitale, bensì - assai meno eroicamente - dalla parte dei vecchi padroni contro i padroni emergenti.&lt;br /&gt;La stagnazione non è probabilmente la condizione definitiva del capitalismo. Se la sinistra beve troppo fiduciosamente l'amaro calice dei "limiti dello sviluppo", e si attrezza a gestire sobriamente e responsabilmente un futuro di povertà, rischia di fare la parte del pompiere (se non del gendarme) negli anni delle vacche magre per trovarsi poi spiazzata - per l'ennesima volta - quando il sistema ripresenterà la faccia delle vacche grasse. Oggi il capitalismo dispensa miseria: dobbiamo ribellarci, non farcene responsabilmente carico. E se domani dispenserà di nuovo il suo benessere a rate dobbiamo ricordare bene la faccia feroce che oggi ci mostra e saper riconoscere la profonda ingiustizia su cui fonda le fasi alte come quelle basse del suo ciclo, l'insanabile iniquità con cui distribuisce la ricchezza come la povertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Note&lt;br /&gt;[1]. Japan Computer Usage Developement Institute, Verso una società dell'informazione. Il caso giapponese, Ed. Comunità, Milano 1974, pp. 59-60.&lt;br /&gt;[2]. S. Nora, A. Minc, Convivere con il calcolatore, Bompiani, Milano 1979, pp. 144-5. Per un'analisi e un confronto degli "scenari" fantatecnologici degli anni '70, cfr. l'antologia P. M. Manacorda (a cura di), La memoria del futuro, NIS, Roma 1986 e soprattutto i saggi della Manacorda in essa contenuti.&lt;br /&gt;[3]. Per avere un'idea delle posizioni sostenute in quegli anni da Luhmann e Habermas, può essere utile la raccolta di scritti J. Habermas, N. Luhmann, Teoria della società o tecnologia sociale, Etas Kompass, Milano 1973.&lt;br /&gt;[4]. Riprendo il titolo del notissimo rapporto del MIT al Club di Roma: cfr. D. Meadows (a cura di), I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1972.&lt;br /&gt;[5]. Così ad esempio O. Giarini, H. Loubergé, La delusione tecnologica, Mondadori, Milano 1978.&lt;br /&gt;[6]. Si veda in proposito la "breve storia della telefonia" e le vicende del colosso Bell (il monopolio americano dei servizi telefonici) magistralmente narrate da B. Sterling in Giro di vite contro gli hacker, Shake edizioni underground, Milano 1993.&lt;br /&gt;[7]. Lo stesso Schumpeter, critico nei confronti della teoria neoclassica che avrebbe prodotto un'analisi "statica" del sistema economico, riconosce a Marx di avere per primo affrontato il problema della "dinamica": cfr. la prefazione all'edizione giapponese in J. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, Sansoni, Firenze 1971, p. XLVII.&lt;br /&gt;[8]. In C. Offe, Lo stato nel capitalismo maturo, Etas Libri, Milano 1977 si veda la tabella a p. 30.&lt;br /&gt;[9]. Cfr. J. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, cit., p. 76.&lt;br /&gt;[10]. Cfr. J. Schumpeter, Il processo capitalistico: cicli economici, Boringhieri, Torino 1977.&lt;br /&gt;[11]. Cfr. M. Aglietta, Régulation et crise du capitalisme, Calmann-Lévy, Paris 1978.&lt;br /&gt;[12]. Cfr. J. A. Hobson, The Evolution of Modern Capitalism, Allen &amp; Unwin, London 1930, p. 349.&lt;br /&gt;[13]. Cfr. J. Schumpeter, Capitalismo, socialismo, democrazia, Etas Libri, Milano 1984.&lt;br /&gt;[14]. Coriat, ad esempio identifica nella "fabbrica snella" giapponese la forma ormai compiuta del nuovo modello di industria, e da lettore critico del fordismo (cfr. B. Coriat, La fabbrica e il cronometro, Feltrinelli, Milano 1979) si fa paradossalmente apologeta del toyotismo (cfr. B. Coriat, Ripensare l'organizzazione del lavoro, Dedalo, Bari 1991).&lt;br /&gt;[15]. J. Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, cit., p. 76.&lt;br /&gt;[16]. Ho sviluppato questa critica in un recente articolo a cui rinvio: M. Turchetto, Flessibilità, organizzazione, divisione del lavoro, in Alternative, n.1, 1995, pp. 65-73.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-89962669?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89962669'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89962669'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_03_01_archive.html#89962669' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-89916547</id><published>2003-02-28T11:31:00.000-08:00</published><updated>2003-02-28T11:31:35.983-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>BACK TO THE FUTURE (13)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Testi di Antonio Negri tradotti da Michael Hardt&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Undocumented&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I would say that the struggles of the "sans papiers," the illegal aliens in France reveals a fundamental thing: the demand really for a right of citizenship, and thus for biopolitical intensity, for presence on the social terrain. It is a radical demand for the right of citizenship for those who move around. It represents in itself a subversive element of the national legal order and represents a first political translation of a situation that is becoming generalized. This is becoming a demand for legal recognition, for the rights of citizenship for all who work. This development thus creates a political integration of the new world productive order and the movements that arise from it.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;We have to be able to imagine the fact of being citizens of the world in the fullest sense, realizing no longer the Internationale of workers but a community of all the people who want to be free.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; àààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààà&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-89916547?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89916547'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89916547'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_02_01_archive.html#89916547' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-89783997</id><published>2003-02-26T09:47:00.000-08:00</published><updated>2003-02-26T09:47:41.326-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>La morte di Blanchot. &lt;br /&gt;Un ricordo di Emmanuel Levinas &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;«Blanchot et moi, nous étions ensemble pendant presque tout notre séjour à Strasbourg. Peut-être est-il arrivé deux ou trois ans après moi. Je ne peux pas vous le décrire. Il était, je ne sais pas s'il faut le dire, il était alors très à droite. J'avais l'impression d'une extrême intelligence, d'une pensée aristocratique très éloignée de moi à cette époque-là, au point de vue politique. Mais nous avons eu très vite accès l'un à l'autre, sur beaucoup de points nous pensions ensemble. Maurice Blanchot eut une évolution tout intérieure, sans jamais la moindre concession opportuniste. Voilà le contact moral avec lui.».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777777&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3948031-89783997?l=materialiresistenti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89783997'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3948031/posts/default/89783997'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://materialiresistenti.blogspot.com/2003_02_01_archive.html#89783997' title=''/><author><name>agaragar</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16400511152773566150</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='21' src='http://4.bp.blogspot.com/_UU6hYNGEyU0/SPTlnIXJfCI/AAAAAAAAAAM/PcZPN3OuaiA/S220/gange.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3948031.post-89776241</id><published>2003-02-26T06:43:00.000-08:00</published><updated>2003-02-26T06:43:15.983-08:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>INTERVISTA A PAOLO VIRNO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maurizio Lazzarato: Could you define the similarities and the differences between the notion of ‘multitude’ as it’s been conceived in the history of philosophy and the use that we make of it today? Is there continuity of rupture between the concept of ‘multitude’ and the concept of ‘working class’? Can the two concepts be integrated or do they refer to two ‘different politics’? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Paolo Virno: There are some analogies and many differences between the contemporary multitude and the multitude studied by the political philosophers of C17th. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;At the dawn of modernity the ‘many’ coincided with the citizens of city state republics that preceded the birth of large Nation States. Those ‘many’ made use of the ‘right of resistance’, the ius resistentiae. Such right does not mean in the banal sense, legitimate defence: it is something more complex and refined. The ‘right of resistance’ consists in asserting the prerogatives of a singular, of a local community, of a craft guild, against the central power, whilst preserving forms of life that have already been affirmed, and protecting already entrenched habits. Thus it entails the defence of something positive: it is a conservative violence (in the good and noble sense of the term). Perhaps the ius resistentiae, i.e. the right to protect something that already exists and seems to deserve to last, is what brings most together the C17th multitudo and the post-fordist multitude. Also for the latter, it is surely not a question of ‘seizing the power’, of bui!&lt;br /&gt;lding a new State or a new monopoly of political decision but rather of defending plural experiences, embryos of non-state public sphere and innovative forms of life. Not civil war, but ius resistentiae. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Another example. It is typical of the post-fordist multitude to provoke the collapse of political representation; not as an anarchist gesture, but as a realistic and quiet search for political institutions that elude the myths and rituals of sovereignty. Hobbes had already warned against the tendency for the multitude of adopting irregular political organisms; “nothing but leagues and often mere meetings of people lacking a unity geared towards some particular design or determined by obligation of one towards another.” (Leviathan Chapter 22). However it is obvious that non-representative democracy based on the general intellect has an entirely different significance: nothing interstitial, marginal or residual: rather the concrete appropriation and rearticulation of knowledge/power that is today congealed in the administrative apparatus of the States. But let us come to the capital distinction. The contemporary multitude carries in itself the history of capitalism. Moreover!&lt;br /&gt;it is one and the same with the working class whose primary matter is constituted by knowledge, by language and by affects. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I would like to dispel an optical il
